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sabato 4 ottobre 2014

Il pozzo di fra Dulbino


"Come quest’acqua, Dio sta nelle viscere del tuo cuore"

In occasione del giorno in cui ricordiamo la salita al cielo dell'anima che inabitò il corpo di Francesco d'Assisi, ecco un racconto che lo vede protagonista insieme a fra Dulbino, suo inseparabile compagno e allievo prediletto.


Il pozzo di fra Dulbino
 
Fra Genesio anche stamattina mi ha lanciato un’occhiataccia mentre frate Francesco mi chiedeva di andare con lui a Spello.
So che Genesio è invidioso perché Francesco passa molto tempo con me, ma non ci posso fare niente. Io non faccio niente di particolare per essere prediletto ogni volta da lui per qualcosa, lo giuro.
Ho confessato questa mia impressione a Francesco ed egli mi ha risposto che ne devo parlare con Genesio, perché quando due fratelli hanno qualcosa tra loro, è tra di loro che la devono chiarire, prima che diventi un morbo che appesti tutta la comunità.
Io, devo confessare, non ne ho avuto ancora il coraggio, ma prima o poi lo farò; promesso.
Ora, comunque, siamo con frate Francesco a camminare sotto il sole in piena campagna.
Non mi è mai piaciuta l’estate, per via del caldo. Sudare mi toglie le forze, mi ottenebra la mente e i sensi.
Camminiamo in silenzio. Ogni tanto sento frate Francesco sospirare o pronunciare parole per me incomprensibili. Lo vedo fermarsi per un istante, sorridere, poi riprendere il cammino.
Che sia pazzo davvero, come dicono tutti?
Il silenzio in cui camminiamo, il sole a picco sulla testa, il caldo…
Una vertigine si impadronisce di me, ma non è la testa che gira, bensì… non riesco a dire… è la mente, forse l’anima.
Vorrei essere lontano mille miglia da qui. Perché frate Francesco non ha portato fra Ginesio stamane con lui?
Vedo i pioppi che costeggiano la strada polverosa su cui stiamo camminando da un tempo che mi pare infinito, e vorrei fermarmi sotto uno di essi, poggiarmi al suo tronco saldo e liscio e addormentarmi.
E invece sento solo il sudore scorrermi lungo la schiena! E questa lana ruvida che gratta contro la pelle non aiuta a sentirmi meglio.
Comincio ad avere uno di quelle cose di cui ci ha parlato Francesco quando è tornato dalla terra degli infedeli… come si chiamavano? Ah, sì, un miraggio.
Ci diceva che nel deserto fa un gran caldo, perché c’è solo sole e sabbia e allora chi non è abituato a quella temperatura comincia a vedere cose che non ci sono, tipo acqua, alberi, ombra.
Adesso ho anch’io un miraggio: vedo una pozza d’acqua fresca e limpida che si apre all’improvviso in mezzo al nostro cammino e io ci cado dentro e comincio a sguazzare contento in quella frescura.
Preso nei miei miraggi non mi sono reso conto che Francesco ha rallentato e si è fermato. Lo cerco al mio fianco e lui, invece, è qualche passo dietro di me.
Con la manica del saio si sta asciugando la fronte.
- Dulbino, fratello, non senti anche tu caldo? – mi chiede candidamente.
“Caldo!? No! Ma che dici!” vorrei rispondergli io. Ma poi me ne vergogno.
- Sì, frate Francesco, in effetti il sole picchia forte.
- Mi sembrava, in effetti. Sarà meglio fermarci.
Invece di farsi da una parte sotto gli alberi, Francesco riprende a camminare di gran lena. Per un po’ lo seguo, poi gli dico:
- Ma, frate Francesco, non dovevamo fermarci?
- Certamente, Dulbino. Ma poco più avanti c’è un bel dono di Nostro Signore Gesù.
Francesco continua a camminare più spedito di prima, finché non raggiungiamo un piccolo bivio e prende a sinistra.
Solo a quel punto rallenta, si guarda attorno e poi si illumina in viso.
- Eccolo! Mi ricordavo che c’era! – e così dicendo si dirige decisamente verso un muretto abbastanza alto, tanto da arrivare alla testa del mio compagno.
Francesco lo percorre tutto, ci gira attorno e poi si china sparendo alla mia vista.
- Vieni, fra Dulbino! Vieni! C’è un gran dono di Dio qui! – urla, si rialza mi fa cenno con la mano e sparisce di nuovo alla mia vista.
Incuriosito raggiungo il muretto e mi fermo da questa parte.
Mi affaccio e vedo Francesco chino su un pozzo da cui sta prendendo acqua con un secchio.
Alla vista dell’acqua, anch’io corro rasentando il muretto e appena arrivato Francesco mi porge il secchio.
- Bevi prima tu, sei sicuramente più assetato di me.
Senza badare al suo gesto caritatevole prendo il secchio, me lo porto alla bocca e lo rovescio completamente, bagnandomi tutto.
Poi lo passo, ormai vuoto a frate Francesco, che lo cala per la corda finché non sente il tonfo nell’acqua.
Sta per tirarlo su per prendere anche lui l’acqua per ristorarsi, quando si ferma, si volge verso di me e mi guarda.
- Dove cerchi Dio, fratello? - Mi chiede tenendo ancora la corda in mano.
La domanda mi disorienta.
Ho appena dissetato la mia arsura e placato il mio caldo e Francesco, senza dissetarsi e rinfrescarsi anche lui, mi chiede dove cerco io Dio.
- Ma non so… - balbetto qualcosa – In cielo, forse?
- Anche. Ma dove vi ho insegnato a cercare soprattutto?
E così dicendo pone la sua mano sul mio petto.
- Ma certo! – esclamo – Nel cuore!
-Benissimo, fratello Dulbino. E qui hai un esempio mirabile di ciò che voglio dire. Quanto abbiamo agognato per tutto il viaggio quest’acqua così limpida e fresca?
- Eh.. beh… io…
- … da quando siamo partiti, lo so – mi interrompe – ho visto come ti bagnavi ad ogni istante le labbra. Ma non è questo che voglio dire.
Si ferma, tira finalmente fuori il secchio pieno d’acqua e me lo porge.
- Guarda com’è bella, attraente, nostra sorella acqua! È fresca, limpida, ha tutto quello che noi le chiediamo in questo momento che siamo stanchi e assetati. E così è Dio! Ha sempre ciò di cui noi abbiamo bisogno e ci dice anche dove trovarlo. Non nel cielo, non nell’aria, non nel mare, ma nel profondo della terra. E noi siamo fatti di terra, ricordi il racconto della creazione: Dio prese del fango…
- Ecco – prosegue dopo qualche istante. – Come quest’acqua, Dio sta nelle viscere della tua terra, del tuo cuore, e più Lui riesce ad andare in profondità dentro di te, più Gli fai spazio, più l’acqua della sua sapienza sarà fresca, pulita, dissetante. E quando avrai sete, sete di verità dico, non dovrai far altro che calare il secchio dentro di te e abbeverarti.
Francesco s’interrompe, guarda nel secchio e poi beve a lunghe sorsate. Quindi all’improvviso si rovescia addosso l’acqua rimasta e scoppia in un riso pacifico, estasiato.
Trovato un posto in pieno sole, solleva il capo al cielo, chiudendo gli occhi.
- Ma non c’è solo questo. Ricordi le parole della scrittura? – mi chiede poi, e senza aspettare la mia risposta continua – Cosa risponde Nostro Signore Gesù alla donna di Samaria? «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Ebbene, nel pozzo dell’anima di Gesù di Nazareth c’era acqua viva! E tutti lo capivano, infatti nei Santi Evangeli si dice che c’erano folle immense che accorrevano quando Lui passava. Beati e benedetti quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto con Lui, che l’hanno conosciuto, perché hanno potuto sperimentare le Sue parole: “Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.
- Scusa fratello Francesco, - dico - ma i Santi Evangeli non dicono anche che abbiamo la Sua Parola a guidarci? Non ci basta quella?
- Sì fratello, hai ragione. Ma ci sono tanti modi per trasmettere l’acqua della sapienza divina, a volte basta uno sguardo puro, una carezza gentile, una parola di conforto o di gioia. Tutto ciò che viene fuori da te, mostra quel che hai dentro.
Gli altri vedono del nostro pozzo solo la superficie, quindi se le sue pareti, le pareti dell’anima dico, sono sporche, sembrerà loro che l’acqua sia sporca. Se saremo pozzi limpidi che mostrano acqua limpida, i fratelli vedranno Dio in tutta la sua pulizia e limpidezza; ma se la nostra anima è sporca, mostrerà un’immagine di Dio sporca.
- Un po’ come dice quell’espressione: gli occhi sono o specchio dell’anima. – interrompo.
- Bravissimo! È proprio così! Gli occhi sono lo specchio dell’anima! E non solo gli occhi, ma tutto ciò che di noi si manifesta ai fratelli. Perciò scendi dentro di te, Dulbino, cerca l’acqua pura di Dio, dissetati, immergiti in essa, purificati. E tieni il tuo pozzo pulito, perché chiunque possa abbeverarsi e trovare ristoro nel Signore tramite il tuo pozzo.
La mia anima ha ormai dimenticato il caldo, il sudore, la lana grezza contro la pelle. Le parole di frate Francesco mi hanno dato forza ed entusiasmo. Hanno aperto la mia mente e il mio cuore ancora un po’.
E forse sono pronto a parlare con fra Ginesio: devo mostrargli di me il mio vero volto, essere trasparente, un pozzo pronto ad accogliere e donare acqua che disseta e non fango che insozza.
- Vieni, fratello, - mi dice Francesco – abbiamo tanta strada da fare per oggi ancora… 

Juan Segundo

giovedì 28 agosto 2014

Fra Dulbino e la bellezza delle rose di maggio



- Che peccato… - sussurrò fra Dulbino.

Il giovane frate riguadagnò i pochi metri persi da frate Francesco quando si era fermato a riflettere.
Frate Francesco non sembrava essersi accorto di esser rimasto solo nel cammino.
Avevano appena superato un grande roseto selvatico, pieno di fiori, com’era logico che fosse in quel caldo mese di maggio.
Quando fra Dulbino si fu messo al passo di Francesco, questi gli disse, continuando a camminare:
- Sei in errore, fratello Dulbino.
Il fraticello, con la testa piena di ricci svolazzanti, si fermò di botto, come una freccia che abbia raggiunto il suo bersaglio.
- In che cosa sono in errore, pad… cioè… fratello?
Francesco sorrise senza farsi vedere e si fermò a sua volta. Tutti sapevano che voleva essere chiamato fratello, al pari di tutti i suoi compagni; ma i più giovani del gruppo stentavano ancora a farlo e gli davano quel titolo che invece già tutto il popolo gli riconosceva e attribuiva.
- Sei in errore nel pensare che la bellezza sfiorisce.
- Ma come sai a cosa stavo pensando?
Francesco sedette su un tronco d’albero tagliato che si trovava al bordo della stradella sterrata e polverosa, e invitò fra Dulbino a fare altrettanto.
- Siedi - gli disse.
Fra Dulbino obbedì e sedette su un grosso masso ben levigato dal tempo e, forse, dalla teoria infinita di viaggiatori stanchi che erano passati di lì nel corso dei secoli.
- Dimmi, frate Dulbino, chi abbiamo incontrato qualche tempo prima di arrivare a quel ponticello di pietra?
- Un gruppo di persone, fratello Francesco.
- E non hai per caso notato anche una bella figliola, tra quelle persone?
Fra Dulbino arrossì e prese a giocherellare col cordiglio che teneva il saio stretto in vita.
Nel silenzio che passò tra i due, si udì lo scrosciare dell’acqua del vicino ruscello e il cinguettare gioioso di due uccelli che si rincorrevano di ramo in ramo.
- Certamente, frate Francesco… - Dulbino si zittì abbassando il capo – Ho peccato, lo so, soffermandomi su quella fanciulla…
- Ma no, fratello! – l’interruppe Francesco. – Pensi che non abbia visto anch’io come il suo incedere le sollevasse il seno fino quasi a farlo uscire fuori dalle vesti? E di come abbia accentuato le sue movenze quando è passata vicino a noi?
- Ma allora anche tu…
- Anch’io fratello! Anch’io ho visto e ho ringraziato Dio per quel che ho visto.
Francesco tacque, aspettando che il suo compagno aggiungesse qualcosa. Poi quando capì che non voleva parlare, continuò:
- Poi siamo passati davanti a quel roseto…
- Era bellissimo, fratello! Pieno di rose in tutti gli stadi della loro vita: dai boccioli, al fiore in pieno rigoglio a quelli in fase calante.
- Bravo, Dulbino. E non è proprio allora che hai pensato e detto “che peccato”?
- Sì.
- Perché hai pensato che, come quelle rose, anche la bellezza di quella fanciulla, col tempo, sarebbe sfiorita, ed ella non sarebbe stata più desiderabile come ora. Non è forse vero?
Dulbino lo guardò stupito. Francesco sembrava aver letto nei suoi pensieri.
- È proprio così…
- Ed è qui che hai commesso il tuo errore, fratello Dulbino.
Francesco si alzò, aiutandosi con le mani, e prese a camminargli davanti.
Il giovane frate, allora, toccò il sasso dove sedeva, guardò il tronco di Francesco rimasto libero e sembrò convincersi che quest’ultimo doveva essere meno duro del suo sedile. Infatti si alzò e andò a sedersi sul pezzo di legno.
- Ora che ti sei accomodato meglio – disse Francesco (e Dulbino capì solo in quel momento che il suo compagno gli aveva ceduto il posto meno scomodo) – ti voglio dire una cosa.
Dulbino raccolse un pezzetto di corteccia e mentre se la rigirava tra le dita, fissò Francesco che si era fermato davanti a lui e aveva cominciato a parlare.
- Ecco, il tuo errore è questo: la bellezza non sfiorisce. Mai. La bellezza non è legata a quella fanciulla e alla sua età, ai suoi seni che prima o poi diverranno flaccidi e cascanti o ai suoi capelli che incanutiranno. No! Se noi la guardiamo con gli occhi dell’anima, quella ragazza resterà sempre bella, anche quando non avrà più un dente per masticare. Pensi che l’uomo che sposerà quella fanciulla, che si unirà a lei anche per la sua bellezza esteriore, che le donerà dei figli, non l’amerà per tutta la vita e non la troverà bella anche in punto di morte?
Perché quell’uomo avrà amato la sua anima prima che il suo corpo. Almeno prego per quella ragazza che sia così, e che non incontri una persona che sarà attratto solo dal bel corpo e non saprà andare oltre.
Perché la bellezza parte dal di dentro e si mostra al di fuori. La bellezza è il segno della presenza nella creatura dell’amore pacificante di Dio. Perciò puoi vedere la bellezza se sei capace di vedere il Signore Iddio che agisce in quella persona, o in quella rosa o in qualunque altra creatura, animata o inanimata. La Sante Parole scritte nella Bibbia non ci dicono forse che Gesù era il più bello tra i figli degli uomini anche sul legno della croce?
Francesco fece qualche passo, prese un ciottolo e lo tirò nel ruscello vicino. Aspettò il rumore del sasso caduto nell’acqua e sorrise. Poi continuò:
- Per questo prima ti ho detto che anch’io ho gioito nel vedere quella bella figliola; perché ho potuto ringraziare il Creatore attraverso la creatura. Dio ha fatto buone e belle tutte le creature, anche noi esseri umani, e questa bellezza si manifesta a noi sempre, in ogni modo e in ogni momento. E la bellezza di quella ragazza resterà per sempre, se noi sapremo scoprirla oltre il suo corpo.
Ristette un attimo, quindi scoppiò a ridere:
- Pensa - disse tra una risata e l'altra - c'è chi dice che anch'io sia bello!
Dulbino sembrò voler dire qualcosa; poi ci ripensò e annuì lentamente col capo.
Francesco si ricompose, lo guardò con sguardo d’amore e il giovane frate parve aver sentito quella dolcezza raggiungerlo, perché alzò gli occhi e li fissò in quelli di Francesco.
- Su, fratello Dulbino, non ti sembra che abbiamo concesso anche troppo ozio e riposo a nostro fratello corpo? - disse Francesco - Andiamo, che i frati di Assisi ci aspettano, si sta facendo sera e saranno preoccupati di non vederci arrivare.
Così parlò Francesco, ma si capiva lontano un miglio che celiava.
Frate Francesco tese una mano a Dulbino, l’aiutò a rialzarsi, quindi gli battè sulla spalla e disse:
- Andiamo!
Poi, fatti pochi passi, avvicinò la bocca all’orecchio del compagno di viaggio e gli sussurrò:
-Però in una cosa avevi ragione, Dulbino: quella ragazza era proprio una bella creatura!

Juan Segundo



giovedì 24 luglio 2014

Fra Dulbino e la preghiera di Francesco



- Frate Francesco, mi insegni a pregare?
Francesco sembrò non aver sentito. Probabilmente il russare esagerato di frate Egidio aveva coperto la mia domanda, che era stata più che altro un bisbiglio.
Rimaneva con aria assorta a fissare poco lontano, dall’altra parte del piccolo fuoco, la sagoma di frate Bernardo, il suo grande amico, il primo compagno di quella stupenda avventura che era stata la sua vita. Compagno di strada prima, tra i giochi d’adolescente e i sogni di giovinetto; compagno di strada poi, quando la parola di Gesù ascoltata in quel giorno non lontano aveva scosso le loro anime: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la croce e mi segua”.
Forse Francesco rivedeva momenti della loro gioventù, anche se tante volte ci aveva ammonito di non rimanere attaccati al nostro passato, ma guardare sempre avanti, all’indomani.
Frate Egidio dormiva poco distante da Francesco, adagiato sulla schiena su una specie di giaciglio di foglie, sotto una quercia, e il rumore che usciva dalla sua gola era possente come la forza delle sue mani, che passavano tutto il giorno nei lavori più umili, a servizio di chiunque ne avesse bisogno.
Vicino a lui, nell’oscurità, si intravedeva anche il corpo addormentato di frate Masseo, che pareva invece non accorgersi del russare del compagno. Oh, frate Masseo! Quale merito hai avuto agli occhi di Francesco per essere stato chiamato, unico con frate Angelo, quel giorno alla Verna per vedere quelle piaghe che d’un tratto avevano benedetto le sue mani!
- Francesco, mi ins…
- Ho sentito, fra Dulbino! - mi interruppe, senza esser spazientito, Francesco – Pensavo a quante ne abbiamo passate con frate Bernardo…
Allora anche lui ricadeva negli errori! Anche lui, frate Francesco, si lasciava andare alle cose del passato!
- Pensi che sia sconveniente riandare alle gioie terrene vissute? – sembrava avermi letto nel pensiero.
- Veramente sei stato tu a dire…
- Hai ragione, ma è bello ogni tanto rivivere le meravigliose giornate di una volta, quando andavamo con tutto l’ardore della gioventù a lodare il Signore nelle piazze e nei campi di paesi che non ci volevano, dove ci prendevano per pazzi e ci lanciavano dietro le pietre! Dare qualche volta una piccola soddisfazione terrena alla nostra anima non penso faccia male.
Io ero proprio vicino a lui e potei vedere un sorriso allargarsi sulla sua bocca, come se dentro di lui un pensiero positivo avesse invaso l’anima. Poi continuò:
- Tu vuoi che io ti insegni a pregare, fratello Dulbino? Ma non ci sono parole per insegnare a pregare… Se credi col tuo cuore, col tuo cuore devi pregare; e chi sono io per scendere nel tuo e mostrarti il mio? Come potrei fare?
Francesco sembrava in imbarazzo per non avermi saputo dare una risposta. Poi dopo aver girato la testa da tutte le parti come alla ricerca di qualcosa, si fermò e disse, mostrando col dito il frate che dormiva:
- Vedi le mani di frate Egidio? Con quelle lui prega perché quello che fa con le sue mani è preghiera! E il suo russare? Anche quello è preghiera, perché è il segno del giusto riposo dopo una giornata di lavoro duro, anzi di dura preghiera! E le labbra di frate Filippo? - e indicò un'altra sagoma nella semioscurità - Anche quelle sono strumento di preghiera! Quando spiega le parole della scrittura con tanta dolcezza e sapienza, lui loda il Signore meglio che un intero convento di monaci di clausura!
- Ma frate Francesco! Non si dicono queste cose dei fratelli monaci!?
- Eh… fra Dulbino, ce ne sono anche tra i nostri e ce ne saranno tanti anche nei secoli a venire che avranno Dio sulle labbra ma non nel cuore… Preghiera non è parola, ma gesto, è la vita. Preghiera… - si fermò quasi a voler trovare le parole – la preghiera è un atto concreto di affidamento al Signore. Quando vedi un quadro non dici che è bello perché ogni linea è messa al posto giusto e ogni colore sta bene dov’è, ma perché fa esclamare al tuo cuore e alla tua mente: è bello! nel suo insieme.
Preghiera è quando scendi nell’abisso più profondo della tua anima, vedi le cose più brutte e invece di dannarti, prendi la rincorsa e fai un balzo verso il cielo e intanto supplichi, piangi, ringrazi, lodi il Signore. Quella è preghiera! E tutti capiscono che sei un uomo di preghiera, perché leggono in fondo ai tuoi occhi il desiderio del Signore.
Parve aver perso il suo fervore per un istante, ma poi continuò:
- Preghiera è accettare che Dio c’è, che è Signore di tutto e che io lo riconosco, in qualsiasi modo.
La sua risposta mi aveva spiazzato. La mia mente non era in grado, ancora, di capire pienamente quelle cose. Perciò lo incalzai:
- Ma qual è la preghiera, quella da dire anche con le labbra intendo, che tu ami di più?
Francesco frugò nella tasca del suo saio ma tirò fuori le mani vuote.
Si fermò un attimo a riflettere, poi cercò qualcosa con lo sguardo nell’oscurità.
Si alzò evitando di far rumore e andò verso il buio. Lo seguii con gli occhi e cercai di aguzzare la vista.
Francesco si chinò su qualcuno, lo smosse delicatamente e, quando questi si tirò su reggendosi sui gomiti, gli parlò a bassa voce. Costui mise le mani in tasca e tirò fuori qualcosa.
Francesco lo prese e tornò al fuoco.
- Chi è che hai svegliato? E cosa ti ha dato?
- Hai ragione! – rispose imbarazzato - ho interrotto il suo riposo. Domani farò penitenza per questo!
- Ma no... non volevo dire questo… - balbettai imbarazzato a mia volta.
-Non ti preoccupare, sono cose che riguardano me e Lui… - e fece cenno verso il cielo.

 Francesco teneva in mano un libriccino, con una copertina in pelle nera segnata d'oro e pochi fogli all’interno. Lo sfogliò cercando di farsi luce voltandosi verso il piccolo fuoco che ardeva per la notte.
Alla fine esclamò:
- Ecco! La preghiera di Gesù! – e pronunciò quest'ultimo nome con enorme tenerezza, come se stesse assaporando il miele più dolce che avesse mai assaggiato.
- Vedi, nel Santo Evangelo c’è scritto che quando chiesero a Gesù con quali parole i suoi discepoli dovevano pregare, il Signore rispose così – e prese a leggere dal libriccino.


 - O santissimo Padre nostro! – lasciò un dito nel libretto e alzando gli occhi al cielo continuò: - creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro.
Che sei nei cieli – e ancora continuò - negli angeli e nei santi, illuminandoli alla conoscenza, perché tu, Signore, sei luce, infiammandoli all'amore, perché tu, Signore, sei amore, ponendo la tua dimora in loro e riempiendoli di beatitudine, perché tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene.
Sia santificato il tuo nome – lesse, poi disse- si faccia luminosa in noi la conoscenza di te, affinché possiamo conoscere l'ampiezza dei tuoi benefici, l'estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi.
Francesco si fermò per qualche istante e sembrò riprendere le forze. Quindi continuò, sempre leggendo dal Vangelo e commentando:
- Venga il tuo regno: perché tu regni in noi per mezzo della grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, ove la visione di te è senza veli, l'amore di te è perfetto, la comunione di te è beata, il godimento di te senza fine.
D’un tratto vidi che qualcuno dei frati che stava dormendo svegliarsi e volgersi ad ascoltare le parole di Francesco.
- Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l'anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell'anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno.
Un altro frate alzò il capo destandosi dal sonno, mentre fra Filippo, che ora riconoscevo come quello che si era svegliato prima, smosse anche il suo vicino.
- Il nostro pane quotidiano: il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo,
dà a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell'amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì.
E rimetti a noi i nostri debiti: per la tua ineffabile misericordia, per la potenza della passione del tuo Figlio diletto e per i meriti e l'intercessione della beatissima Vergine e di tutti i tuoi eletti.
Come noi li rimettiamo ai nostri debitori: e quello che non sappiamo
pienamente perdonare, tu, Signore, fa' che pienamente perdoniamo sì che, per amor tuo, amiamo veramente i nemici e devotamente intercediamo presso di te, non rendendo a nessuno male per male e impegnandoci
in te ad essere di giovamento a tutti.
Ora anche fra Rufino, del quale tutti dicevano che pregasse anche nel sonno, si era destato e ascoltava le parole di Francesco.
E non ci indurre in tentazione: nascosta o manifesta, improvvisa o insistente.
Ma liberaci dal male: passato, presente e futuro.
Francesco si fermò, immobile, con gli occhi alti verso gli arabeschi che le stelle disegnavano in cielo e le braccia spalancate.
Un coro di voci assonnate pronunciò un Amen che era un’unica voce, che scaturiva non dalla bocca ma dalle profondità dell’anima e del cuore.
Qualcuno da dietro la quercia sia alzò; era frate Leone.
- Francesco, posso scrivere quello che hai detto? Almeno per quello che mi ricordo?
- Scrivi pure, frate Leone, e quel che non ricorderai, sarà Dio a suggerirtelo.
Francesco si girò verso di me e disse:
- E a te, frate Dulbino, ho dato la risposta che cercavi?

 Juan Segundo

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