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mercoledì 18 maggio 2011

Il vostro dio, uccide?

rubata qui
A proposito di una delle domande delle chiacchierate che ieri sono state inaugurate su questo blog con l'intervista a Nick Parisi, e che continueranno prossimamente con una media di un paio di interventi alla settimana, due brevi righe per raccontare qualcosa capitato questa mattina e che mi ha lasciato letteralmente senza parole.
Uno dei quesiti che sono posti i protagonisti delle mie interviste è quello riguardante la propria fede: se credono in un dio o in qualcosa d'altro che si possa avvicinare ad un'esperienza spirituale.
Bene, sono un po' di mesi che mi viene a far visita al negozio una signora testimone di geova, la quale sin dall'inizio ha deciso che io sono una buona cavia per i suoi sermoni a base di domande e risposte preconfezionate, come in pieno stile degli adepti di quella setta. Visto che è una donna molto gentile e (a modo suo) preparata non dico mai di no a queste chiacchierate, rispondedo molto sinceramente alle sue osservazioni e dichiarando apertamente quali sono le mie credenze. Per la verità non so neanche bene io in cosa credo, ho ancora le idee molto confuse sull'argomento -e la mia non è una battuta; comunque in questi mesi lei mi ha esposto con dovizia di particolari e di citazione dalla loro traduzione del testo biblico le linee guida delle loro credenze.
Ma questa mattina, accompagnata come sempre da un'altra persona, mi ha letteralmente sbalordito. Primo perché non conoscevo quest'aspetto della loro credenza; secondo perché non avrei mai pensato che, al di fuori di alcune frange estremiste islamiche, un credente in un dio, che per altre cose viene definito 'misericordioso', potesse avere questa concezione.
Dopo avermi spiegato che secondo loro verrà un momento in cui nessuno morirà più e la terra sarà trasformata materialmente in un vero e proprio paradiso come si vede nei loro volantini propagandistici, mi ha chiesto come, secondo me, poteva succedere che in un sol colpo sparissero gli assassini, gli inquinatori, gli amanti della violenza in generale. A questa domanda sinceramente non ho saputo dare una risposta e, a questo punto, la signora mi ha stupito con le sue parole: provvederà geova personalmente ad uccidere queste persone cattive!
Ho provato a capire se avessi materialmente... capito quelle parole e mi è stato confermato che la realtà sarebbe stata quella: geova si trasformerà in un vendicatore che ucciderà coloro che non fanno parte della loro congregazione e quindi non avevano accolto i suoi inviti alla conversione.
A questo punto, naturalmente, ho detto che se questo era il loro dio, io non volevo averci niente a che fare. E loro a citarmi versetti su versetti in cui erano spiegate queste cose. Inoltre, sempre secondo questa loro teoria, i buoni non dovrebbero vendicare di persona le offese subite dall'umanità e dalla natura a causa dei cattivi comportamenti di alcuni, ma chiedere a geova di fare giustizia. Una specie di lista nera.
Con tutto il rispetto possibile ho fatto capire che, da oggi in poi i nostri discorsi avrebbero potuto vertere su qualsiasi altro argomento: filosofico, politico, sociale, ma che non volevo più sentire una cosa del genere.
Non so se la signora tornerà ancora, magari cercando di spiegarsi meglio; ma visto che entrambe le donne hanno chiaramente detto che ognuno può avere le idee che vuole (ci mancherebbe), ma che il loro era il pensiero di geova dio e quindi era la verità, ritengo che abbiamo poco da dirci da ora in poi.
Io non ce l'ho con nessuna religione, setta, congregazione et similia, rispetto il credo in ogni dio. Ma su alcune cose ritengo di dovermi dissociare. Come uomo.
Così vi chiedo: il vostro dio, uccide?
TIM
(purtroppo non si legge il testo della vignetta, perciò ve lo riporto: In questo mondo moderno, dove regnano la menzogna, la falsità e le illusioni, NOI ti offriamo la verità)

venerdì 6 maggio 2011

Una favola moderna


rubata da qui (senz'offesa!)

Questa è una storia vera, una favola moderna. I nomi però sono inventati per ovvi motivi di privacy.
Un mio amico, chiamiamolo Bruno, lavora a ***, in centritalia, per una cooperativa, o meglio è socio di una cooperativa.
Le cooperative dovrebbero essere società formate da soci, che si ripartono gli incarichi: ci sono quelli che trovano i contratti di manodopera e provvedono alla parte amministrativa e quelli che prestano la propria manodopera per il servizio richiesto. Tutti, dal presidente all'ultimo arrivato, hanno un normale inquadramento contrattuale con relativo stipendio mensile. A fine anno sociale se c'è un utile viene suddiviso in parti uguali.
Tutto questo sulla carta. Perché nella realtà il 90% dei dirigenti di cooperativa che Bruno e i suoi colleghi conoscono girano su SUV da 80-100mila euro, mentre lui e gli altri, se riescono ad arrivare alla fine del mese perché anche la moglie lavora e mettono qualcosa da parte, arrivano a comprarsi il motorino o l'utilitaria. Ma senza optional!
Caratteristica della legislazione sulle cooperative è che... non c'è nessuna legge! Cioè anche la società cooperativa ha diritti e doveri verso i propri soci, ma a fronte di una mancanza di rispetto degli stessi, non ci sono norme che li puniscano per il malfatto.
Altra regola interessante è quella che finché Bruno e i suoi colleghi sono soci della cooperativa non possono svolgere alcuna azione legale contro di essa; anzi lo possono fare ma la cooperativa li può licenziare per giusta causa per cessazione del rapporto di fiducia tra le parti.
Ora qualche anno fa, due-tre, la cooperativa di cui Bruno e gli altri sono soci, fa quello che quasi ogni cooperativa fa, ogni due-tre anni, per evadere le tasse e non pagare i soci: cambia nome. Nel senso che tutto resta com'è (dirigenti, sede, contratti di lavoro, ecc.) ma cambia la ragione sociale: non esiste più la Piripicchio soc. coop. a r.l., ma i soci adersiscono alla Treppalle coop. a r.l.. Con il passaggio i soci, tra cui Bruno, ricevono la regolare busta di fine rapporto, che contiene le cifre corrispondenti di ferie e ROL non goduti, il TFR, gli eventuali assegni familiari residui, i conguagli, tredicesima e quattordicesima in proporzione ai mesi lavorati.
Attenzione: non ho detto che ricevono i soldi, ma solo la busta con la cifra che avrebbero dovuto ricevere! Per Bruno si tratta di circa 8mila euro. In totale siamo su una cifra di 200 e passa mila euro.
Ma ad un certo punto passano i mesi e nonostante le proteste di Bruno e colleghi e l'intervento dei sindacati (!) nessuno riceve niente o quasi: riescono a scippare solo un miserrimo anticipo.
A questo punto, visto che ufficialmente la cooperativa di cui sono soci attualmente non è quella da cui devono avere i soldi, e quindi non incorrerebero in possibili (e legali) ritorsioni, ricorrono agli avvocati.
Le ingiunzioni di pagamento non servono a niente, e così anche il pignoramento dell'ufficiale giudiziario, giacché di questa cooperativa morosa non esiste niente se non il nome su una visura camerale e una targhetta sulla porta di un appartamento vuoto.
Qualcuno ha una pensata: ma la cooperativa non doveva avere dei soldi dalla società appaltatrice committente? Si. Ecco perché la coop. non ha dichiarato fallimento, pensano malignamente Bruno e soci. Perché altrimenti avrebbe dovuto tirare in ballo l'altra società, quella grossa, la committenza per la quale l'attuale cooperativa (che poi sarebbe sempre la stessa di prima col nome cambiato) lavora. E qui potevano scattare controlli, ecc. ecc.; con conseguenti eventuali ritorsioni questa volta della ditta grande verso la cooperativa.
Allora gli avvocati si rivolgono alla società grossa, quella deve i soldi alla cooperativa dormiente e riescono ad arrivare ad un aggiustamento extragiudiziale che vada bene a tutti.
Bene, direte voi, così Bruno e i suoi colleghi riceveranno quanto dovuto e la giustizia sarà ristabilita.
Marameo! L'aggiustamento significa che Bruno e soci si dovranno accontentare del 50% della cifra dovuta, e questa, a detta degli avvocati, è una soluzione ottima per come vanno oggi le cose!
Bruno ha perso più o meno 4mila euro, e la stessa percentuale i suoi amici, tutti soldi che si erano guadagnati sul campo, lavorando in un magazzino col caldo e il freddo, colla febbre e le ossa che fanno male, perché se vuoi lavorare in una cooperativa non devi andare tanto per il sottile: sai quanta gente c'è lì fuori che aspetta di prendere il tuo posto?
La cooperativa non ha più debito verso gli ex soci e la grossa società committente ha risparmiato più o meno 125mila euro, senza alzare una mano e restando legalmente pulita.
E vissero (quasi) tutti felici e contenti.
TIM

giovedì 17 febbraio 2011

Indignamoci tutti!

Premetto subito che tutte le persone oneste che vivono a Palermo, e in qualsiasi altra parte d'Italia (esiste ancora l'Italia?, voi che siete più informati di me) e del mondo, hanno il mio rispetto. Ma una notizia mi ha fatto proprio ... come dire ... ridere? indignare? uscire fuori dai gangheri? non saprei proprio come descrivere il mio stato d'animo. La notizia è questa: una città (anzi una parte di essa) insorge perché il loro idolo calcistico viene scippato. Vorrei fornire a questi galantuomini i nominativi dei 198 palermitani, loro compaesani, che nel 2010 hanno subito la stessa sorte del calciatore, perché possano indignarsi e chiedere loro scusa a nome di tutti perché, le stesse possano restare a Palermo e non fuggire a loro volta indignati.
Pofferbacco, mi chiedo a mia volta indignato, come hanno osato scippare un povero operaio del pallone che guadagna 'solo' 350 mila euro l'anno, pari a circa 1000 euro al giorno? come farà ora a pagare il mutuo e il conto del lattaio?
Su, dai, indignamoci tutti!
TIM

sabato 12 febbraio 2011

Sembrava la fine del mondo e invece ... sono ancora qua

Questa mattina ho acquistato (usato,  2 € e 95 ) Il regno del sangue di Simon Clark, Newton Compton ed.. Non  avevo mai sentito parlare né dell'autore né del libro, ma la presentazione nel risvolto di copertina, che vi riporto più avanti, mi ha intrigato e convinto. Sarà che a me il mistero acchiappa moltissimo e appena sento parlare di cose strane scatta in me la molla. (Per Rick Kennedy è un momento felice: stanotte sarà una notte memorabile, ci sarà suo fratello che non vede da anni, e forse riuscirà a sedurre Kate la ragazza di cui è innamorato. Ma nel buio Rick crede di vedere una strana creatura dal volto grigio aggirarsi nel bosco e scrutarlo, pensa sia solo un'allucinazione. Ma il risveglio sarà terribile. Il giorno seguente la città è invasa da migliaia di uomini e donne scampati da un misterioso cataclisma: la terra si riscalda, le città bruciano, l'acqua dei laghi ribolle. Sembra la fine del mondo. E chi è riuscito a evitare l'orrore scatenato dalla natura è disposto a tutto pur di sfuggire all'ira dei misteriosi Demoni Grigi.)
La mia riflessione però è un po' diversa e in qualche modo aggancia il Survival Blog.
La storia narrata nel libro che ho acquistato è, da quel poco che ho capito, legata ad un periodo post-apocalittico, in cui la realtà così come la conosciamo noi ora non c'è più. E' più o meno lo stesso scenario del nostro SB, anche se qui ancora non so bene dove l'autore voglia andare a parare e soprattutto da quale punto di vista vede la storia. Ma avendo Clark già pubblicato due o tre storie di vampiri, presumo che siamo da quelle parti.
La mia domanda però è: perché leggiamo o raccontiamo storie al limite, dove  il limite è inteso sia come narrazione di singoli fatti (una violenza descritta nei minimi particolari, una morte narrata in diretta, ecc.), sia come quadro generale che rasenta una realtà diversa dall'attuale, nel futuro come nel presente? In altre parole, perché scegliamo di leggere o scrivere di pandemia o di ucronia o di zombie e non di prati fioriti su cui scorazzano cavalli bianchi condotti da bionde principesse? Abbiamo una qualche malattia strana? i nostri neuroni girano al contario? da bambini abbiamo subìto un trauma?
Ecco, spesso me lo chiedo, specie quando mia moglie vede le copertine dei libri sul comodino e mi dice: è normale che di notte hai gli incubi se leggi queste cose! Forse avrà pure ragione.
Però per me la realtà non è mai quella che si vede, ma sta sempre un passo più in là, e le storie normali mi sembrano troppo superficiali per nascondere una verità sulla vita e sul mondo.
Poi magari mi sbaglio.
O forse è che una storia al limite contiene quel chè di misterioso che, dicevo, mi acchiappa e mi tiene avvinghiato al libro.
Non so. Voi che mi dite? Qual'è il vostro rapporto con il limite delle storie?
Vi lascio il week end per pensarci. Eh ... già, sembrava la fine del mondo e invece sono ancora qua.
TIM

martedì 8 febbraio 2011

Un parere non vincolante

Oggi volevo lasciarvi i compiti a casa. Quello che segue è l'inizio di un raccontino che sta venendo fuori in questi giorni. Ho già in mente l 'argomento e la trama, quindi spero di portarlo a termine a breve; tutto sta nel riuscire a mantenere lo stile fino alla fine. Il vostro compito è dirmi quali sono le vostre impressioni di primo acchitto. Non voglio sapere se vi piace o no, ma cosa suscita in voi, quali sentimenti, quali storie evoca nella vostra mente. So che il testo è poco per un parere completo, ma proprio per questo voglio un vostro giudizio di prima impressione, la prima cosa che vi passa dentro. Tenete conto, comunque, che è una primissima stesura. Non metto poi nessuna foto o commento musicale proprio perché voglio che sia il testo a parlare, se ci riesce.
Confido nella vostra pazienza e amicizia. Potete rispondermi, se volete, qui sotto o in privato.
TIM


Perché ho questa fiala di polvere bianca in mano?

E perché ho i pantaloni sporchi di sangue?
E le braccia? Anche questo è sangue?
E poi, dove sono? Dov’è questo posto pieno di nebbia in cui mi trovo?
Vedo solo qualche albero e cammino su un tappeto di foglie. Ho sempre avuto paura di camminare su un terreno così, dove un serpente può saltarti alle gambe, sbucando da sotto una pietra o qualche radice.
Ma non penso proprio sia tempo di serpenti con questo freddo e soprattutto questa umidità.
Continuo a guardare intorno a me ma non trovo nessun punto di riferimento, non riconosco niente di familiare: un albero, una scarpata, un traliccio dell’enel. Almeno per quel che posso vedere nel giro dei 50 metri che la nebbia mi permette.
Non c’è sole qua sotto, forse per la nebbia, forse per gli alberi che immagino molto alti sopra di me.
Non è un sogno; ma vorrei che lo fosse.
Mi guardo ancora la mano che stringe la fiala, e mi accorgo che anche l’altra è chiusa attorno a qualcosa. E’ un materiale freddo, forse metallico.
Percepisco prima il tatto, come se i miei sensi funzionassero con una priorità: primo uno, poi l’altro, poi l’altro ancora, ma non fossero capaci di interagire e cogliere la realtà della cosa nella sua interezza.
Anche l’olfatto mi dice che c’è odore di ferro vicino a me e che non viene dalla terra o dall’aria, ma dalla mia mano.
Allora guardo, e vedo un coltello, lungo, come quello dei cacciatori, almeno penso, immagino; io non ne capisco di queste cose, non mi intendo di armi in generale.
E vedo anche il sangue sulle mani, anzi ne percepisco pure adesso prima l’odore.
Chissà come faccio a sapere che quello è l’odore del sangue. Sin da bambino mi sono sempre rifiutato di annusarlo, il mio o quello di altri, per scoprire che odore avesse. Né ho mai voluto assaggiarne il sapore, come facevano i miei amici, per dimostrare la loro virilità davanti alle ragazzine del gruppo.
“Assaggia su, è dolce, sembra quello del maiale quando si fa il sanguinaccio! Hai paura vero? Femminuccia, sei una femminuccia!”
Avrei quasi voglia di leccare ora quel grumo rosso che vedo vicino l’impugnatura del coltello. Ma tanto non c’è nessuna femmina qui attorno a cui provare la mia virilità.
Anzi, non c’è proprio nessuno.
Devo camminare, continuare ad andare avanti, prima o poi troverò una strada o una casa, per quanto questo bosco possa essere grande.
O magari incontro un fiume, anche piccolo, e allora forse avrò più possibilità di arrivare in salvo da qualche parte.
Non saprei neanche come, in verità, ma in tutti i libri che ho letto e in tutti i film che ho visto, chi trova un corso d’acqua finisce per trovare la via d’uscita.
Provo a tendere l’orecchio, ma nessuno dei rumori che sento mi sembra lo scorrere dell’acqua sulla pietra o sulla terra. E non ne sento neanche l’odore, dell’acqua corrente.
Ma solo dell’umidità che viene fuori dalla terra, da sotto quello strato di foglie che calpesto ad ogni passo.
Mi sforzo di collegare queste sensazioni (l’odore del sangue, il freddo del metallo, l’umido dell’aria e della terra) a qualche ricordo, per cercare di capire dove mi trovo, perché sono lì, come ci sono arrivato, cosa è successo.
E perciò, e soprattutto, per capire come venirne fuori.
Ora percepisco un fruscio, diverso dallo strascinare dei miei piedi sulle foglie.
E mi fermo per isolarlo, cristallizzarlo, nelle orecchie.
E’ un fruscio senza spigoli, senza suoni rotti, infranti.
E’ piuttosto una risonanza continuata, quasi musicale, umana; una voce che canta una nenia in mezzo al suono del vento che schiaffeggia le foglie sui rami.
Sì, ecco cos’è.
Ora lo sento meglio. L’ho isolato e lo seguo, ma non capisco da dove arriva.
Mi volto in tondo, e qualsiasi direzione i miei occhi prendono, sento il suono, la voce, venire da lì.
E’ ovunque.

martedì 23 novembre 2010

Un raccontino per voi

Vi avevo promesso per fine mese un mio racconto lungo che era in fase di editing. Purtroppo non riesco proprio ad andare avanti nel lavoro (anche se si tratta in questa fase semplicemente di riscrivere il tutto tenendo conto degli appunti presi sulla prima stesura); c'è poco da fare: quando la testa non ti assiste, puoi avere le migliori intenzioni, ma non arrivi a nulla. Così, per mantenere la promessa di darvi in pasto qualcosa, ho ripreso un raccontino iniziato nel 2003 e concluso solo nel 2008. Non è niente di particolare; noterete, se avrete la bontà almeno di darci un'occhiata, che lo stile è sicuramente diverso da ora, più giocoso e spensierato, più surreale (a proprosito del discorso di stamane di Ariano), anche se risente di uno dei miei limiti naturali: la piattezza narrativa. Come vedete ho messo da solo il dito nella piaga, così evito a voi la naturale stroncatura o le frasi e i convenevoli di rito. So' di non valere granché come scribbacchino, ma come ripeto sempre, io sono solo un onesto lavoratore della penna (e questo non presuppone che sia bravo, ma onesto sì, io ce la metto tutta). Mi rendo conto che con una buona riscritura questo 'Castello al pozzo' potrebbe avere qualche chance in più, perché alla fine l'idea non è proprio da buttare, ma ci vorrebbe qualcuno davvero capace; purtroppo lui ha incontrato me .... Non vi dico niente sul contenuto; solo un'osservazione, che non ha niente a che vedere con il racconto: nella narrazione si immagina un tizio che da Vercelli va a Torino e paga 2 euro e 80 di autostrada. Domenica scorsa ho percorso la stessa tratta: ho pagato 4.10! In pochi anni è quasi raddoppiato il pedaggio!
Come sempre il link vi rimanda all'altro mio blog (da cui poi accedere al PDF), che uso solo per mettere in rete le mie cose, perché da questa piattaforma non ci sono ancora riuscito; abbiate pazienza, per me il computer è arabo! Anche stavolta la copertina è minimalista, non per scelta, ma per necessità: non sono capace di elaborare alcunché con nessun programma, non saprei proprio da che parte cominciare.
Ed ora, buona lettura, se ne avete voglia. Sono poche pagine ... si tratta di spendere non più di un quarto d'ora ... vi prego dateci un'occhiata ... fatelo per me ...
E alla fine, se proprio non vi è piaciuto, consolatevi con questa. Non ve ne pentirete, io mi ci perdo ogni volta che l'ascolto.
TIM

P.S.: C'è stato qualche problema di collegamento del link. Me ne scuso. L'ho rimesso, speriamo ora vada.

venerdì 12 novembre 2010

Il mitico Gabrielli e un pezzo di vita

Questo è il post numero 100. E volevo dedicarlo non ad una riflessione dotta (sic!) sul presente o sul futuro del blog, sulla sua storia gloriosa dai primi vagiti ai record di ascolti con 14 (dico quattordici!) contatti di qualche giorno fa. Non sulla rete, sulla scrittura o sugli amici, la politica o 100 altri argomenti in cui sversare la mia erudizione.
Niente di tutto ciò. Il 100.mo post della mia fulgida carriera di blogger lo voglio dedicare ad un dizionario: il mitico "Grande Dizionario Illustrato della Lingua Italiana" di Aldo Gabrielli. Due volumi rossi e grossi, in una confezione di legno; sì, sono proprio quelli che vedete nella foto. Ma qui non voglio tessere le lodi del libro in sé (edizione 1989, editrice CDE - Gruppo Mondadori, con illustrazioni 'al tratto' e tavole a colori, circa 4000 pagine in totale), anche se si tratta di un'ottina edizione, che ho iniziato ad usare regolarmente da un po' di tempo a questa parte per le mie scorribande letterarie. Voglio, invece, raccontare la sua storia, la storia di questi due volumi.
Ho evidenziato il termine mitico nel presentarlo, perché ha rappresentato per me da sempre un oscuro oggetto del desiderio. Avevo gia trent'anni quando ho cominciato a vederlo sulla scrivania di mio zio, L. V., maestro per diploma, direttore di ufficio postale per hobby, ma con un solo vero lavoro: giornalista (pubblicista) sportivo. Prima per 'Il Tempo', poi con la chiusura negli anni '90 della sede del giornale nella sua amata Reggio Calabria, collaboratore con vari quotidiani nazionali e locali. Zio L. raccontava con la sua tipica passione le vicende del secondo amore (dopo la famiglia) della sua vita: la squadra della Reggina. E con la stessa tipica passione partecipò alla fondazione del giornale ufficiale della tifoseria granata: Forza Reggina. Ricordo come ogni settimana girasse tutta Reggio per andare a ritirare le inserzioni pubblicitarie con cui pagava il foglio e un altro giro era d'obbligo per consegnare i giornali appena usciti dalla tiopografia.
Poi, quando ormai l'età della pensione era arrivata e poteva dedicare molta parte del suo tempo a gironzolare per le primi pendici dell'Aspromonte alla ricerca di erba di campo da cucinare e funghi da conservare, all'improvviso qualcosa ha fatto tilt nella sua testa e nel giro di qualche ora ha salutato questo mondo. Ma bisogna essere grati per lui, perché la vita se l'è goduta veramente sino in fondo. Lo rivedo ancora tornare a casa sulla sua 128 verde pisello, col sedile posteriore pieno di cassette odorose di funghi, bastone e coltello al fianco e un sorriso soddisfatto stampato sul viso. E a questo punto vengono in mente anche le sue marmellate, i suoi torroni fatti in casa: ogni ingrediente era scelto con cura e non ne iniziava la preparazione se non aveva trovato i canditi o i pistacchi o lo zucchero che diceva lui.
Alla sua morte il dizionario, che zio L. usava perché (da buon maestro elementare, perché quello era il suo spirito vero alla fine) voleva che ogni parola usata, anche se per scrivere di uomini adulti che in mutande prendono a calci un pallone, doveva essere quella esatta, nella giusta accezione e con la giusta tonalità, passò a mio padre.
Non mi soffermo su questa parte della storia del libro, perché ancora non l'ho metabolizzata a dovere, e parlare di mio padre è ancora presto; è difficile poter essere obiettivo, barcamenandomi tra pregi e difetti, lati oscuri e verità conclamate.
Ora il mitico Gabrielli è qui davanti a me, di fianco alla tastiera, l'ho già consultato un paio di volte per scrivere questo post. Anche a me piace avere rispetto per le parole e per chi le legge. E questo libro mi aiuta a farlo.
Ecco, alla fine più che parlare di un libro ho parlato di me, di persone che ho conosciuto e amato. Forse perché la storia di un libro fa la storia della persona; o meglio è la storia di una persona che si legge anche attraverso la storia di un libro. O almeno così a me sembra.
E questo è un altro pezzo del mio passato, di quelli che diventano caposaldi (si scrive così, l'ho visto sul mitico Gabrielli).
TIM

mercoledì 10 novembre 2010

Fittasi

Una discussione ascoltata qualche giorno fa in un negozio e una notizia letta su un quotidiano locale, mi ha fatto tornare alla memoria un fatto accaduto una decina di anni fa. Ero arrivato da poco a Vercelli e lavoravo come facchino per una cooperativa in un magazzino di logistica. Inutile dire che il 90% del personale era extracomunitario, in special modo africano (oggi la percentuale butta di più verso albanesi, rumeni ed est europei in genere), visti gli stipendi da fame e soprattutto la loro diluizione nel tempo (questa situazione, invece, oggi non è cambiata, anzi se possibile è peggiorata). Tra questi compagni di lavoro 'abbronzati' (come direbbe qualcuno che sta in alto, ma che sta inesorabilmente scivolando verso il basso, anzi verso i bassifondi da dove era venuto), diversi avevano studiato ed erano laureati al loro paese. Ricordo un ingegnere, questo però filippino, che era istruttore di operai specializzati per una grossa casa automoblistica al suo paese, e che, costretto dalle cose della vita a venire in Italia, passava le giornate a smistare bulloni e specchietti retrovisori, per beffa del destino per auto della stessa casa!
Ma veniamo alla nostra storia. Un amico marocchino, laureato in economia aziendale a Casablanca, poi emigrato prima in Francia (dove faceva il buttafuori in un locale, vista la stazza), e infine in Italia, cercava un appartamento in fitto un po' più grande per poter fare il ricongiungimento con la moglie. Esiste infatti una legge secondo cui la casa deve avere una cubatura proporzionata al numero di persone che la abitano. Poiché lui stava in un monolocale e la polizia municipale gli aveva comunicato che se portava un'altra persona lo spazio era insufficiente (e ora che gli universitari stanno in 8-10 in 3 stanze cucina e bagno? ho amici che lo fanno), aveva deciso di cercarsi un altro alloggio. Ogni volta che si presentava ad un'agenzia immobiliare, la risposta era sempre la stessa: ci dispiace, ma non abbiamo niente; e quando faceva presente che la loro pubblicità diceva che erano disponibili immobili che potevano fare al caso suo, ogni scusa eran buona per rimandarlo indietro. Così, visto che vicino casa mia si era reso libro un bilocale arredato ed era stato messo fuori il cartello 'fittasi', d'accordo col mio amico, ho chiamato io per chiedere le condizioni di fitto e un appuntamento per visitare la casa. Tutto a posto finché all'incontro mi sono presentato col mio amico abbronzato e muscoloso e ho rivelato che la casa era per lui. Non ci crederete, o l'avrete immaginato, ma la casa era appena stata data ad un'altra famiglia. Inutile dire che l'appartamento è rimasto poi sfitto per diversi mesi; probabilmente le mie maledizioni hanno colpito nel segno.
Ricordo che all'università il professore di antropologia ci spiegava che negli anni '60 sulle porte delle case di Torino c'erano cartelli con la scritta: "Non si fitta a meridionali" e il motivo era che le famiglie del sud erano numerose e disturbavano la quiete di quelle piemontesi, composte da genitori e massimo un figlio.
E' proprio vero che c'è sempre qualcuno che è più a sud di qualche altro!
TIM
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