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| Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio! |
Non sto qui a fare pubblicità per questo o per quello, sono il primo ad essere disorientato, ma cerco di mettere dei paletti nella mia mente.
Non sono un economista, né un politologo, né un sociologo, ma un uomo della strada e ragiono come tale.
Quel che ho visto, girandomi indietro e passando in rassegna gli ultimi 30-40 anni, ma forse anche di più, è stato anzitutto una corsa alle/delle ideologie, uno sparare sentenze a prescindere, come direbbe il grande Totò. Io sono il primo che ho fatto questo: nei miei giudizi, spesso nel momento di andare a votare, nelle analisi. Ciò non vuol dire che un'ideologia non debba guidare un giudizio, perché un'ideologia è un modo di guardare al mondo e alla sua realtà. Ma un'ideologia diventa deleteria quando mette e fa mettere il paraocchi. Ricordo sempre la lezione del mio professore di filosofia al liceo quando ci spiegò che il termine critica derivava dal greco krino, cioé passare attraverso il crivello, come si fa con la farina: perché ci sia criticità e quindi giudizio si deve passare tutto alla lente di un metro di giudizio; ma bisogna che la largezza delle maglie del crivello sia adeguata alla cosa (alla realtà) che voglio giudicare, perché potrebbe essere troppo stretta (e allora tutto sarà da buttare) o troppo larga (e allora passerà e sarà giustificato di tutto).
Ecco, in questi ultimi anni le ideologie, di qualunque tipo, razza e religione, hanno detto i loro sì e i loro no senza tener conto della realtà che volevano e dovevano giudicare. Per cui spesso si è buttato, come suol dirsi, il bambino con l'acqua sporca. Un'ideologia, penso, deve essere un punto di partenza flessibile, che tiene conto di tutti i parametri; deve essere un punto di vista sempre pronto ad accettare ciò che di buono trova attorno a sé. Pena la propria morte e quella di chi la segue ciecamente.
Quel che ho visto, girandomi indietro, è stata un epoca e un momento storico in cui tutte le categorie hanno richiesto, giustamente, il rispetto dei diritti. Ma non ho mai sentito un partito, un sindacato, un associazione rivendicare per i propri iscritti anche il rispetto dei doveri. Abbiamo viaggiato spediti come se la vita (sociale e privata) fosse fatta di sole cose che ci spettavano, non tendo in alcuna considerazione se il mio diritto, in quel momento, ledeva quello di un altro o metteva in difficoltà la cellula sociale in cui vivevo. Io so che in ogni famglia esiste il rispetto delle opinioni e della vita di ogni compnente, ma questo non deve mai scavalcare quello della nucleo famigliare in sé. Purtroppo ho visto partiti, sindacati, associazioni, esultare o protestare con manifestazioni oceaniche per il diritto a qualcosa, ma senza chiedersi mai se l'attuenuare o il procrastinare quella richiesta potesse servire a far crescere tutto il resto della società o anche solo una parte di essa. Non abbiamo, spesso, tenuto conto che la nostra vita e, conseguentemente, il nostro lavoro sono svolti in un gruppo più esteso che si chiama Stato Italiano.
Per contro ho visto partiti e governi cavalcare le proteste di piazza e dare contentini alla gente. Ma in questo noi italiani siamo bravi, siamo discendenti dagli antichi romani e dal loro panem et circenses. Ho visto pochi governi fare programmi per un futuro che andasse al di là del proprio quinquennio: destra e sinistra hanno governato come se il mondo dovesse finire il giorno dopo la scadenza legislativa; oppure promettere opere e provvedimenti che, palesemente, non avrebbero potuto mantenere. Io so che per costruire bisogna mettere le basi, una pietra per volta, una trave per volta. Tutti hanno cercato di abbelire la casa, ma non hanno badato a sistemarla, puntellarla, fare opere di risanamento.
E veniamo, per concludere, ai singoli politici, quelli che da anni noi deleghiamo per il nostro governo. Conosco un onorevole in pensione che ha 99 anni. È stato tra quelli che hanno inaugurato il parlamento, votando prima la costiuzione e cercandio di dare poi un volto al nostro Stato. Naturalmente ha conosciuto ed è stato amico personale dei vari Napolitano, De Gasperi, La Malfa. Pertini, Nenni, Almirante, ecc. . E mi raccontava di quei tempi quando non c'erano i telefonini o le auto blu o i ristoranti in parlamento. E mi diceva di come tutti facessero a gara a segnalarsi l'un l'altro il ristorante dove si mangiava bene e si spendeva poco o quello che faceva gli sconti per i parlamentari; di come facessero la fila per telefonare alle poche cabine vicino al parlamento; o di come chi aveva l'auto personale dava un passaggio magari da Milano a Roma a un altro con cui magari il giorno dopo avrebbe litigato per questioni politiche. Ed erano i tempi di Peppone edon Camillo!
Quello che, voltandomi indietro, non ho visto nei nostri politici degli ultimi decenni, è stato il senso della politica come servizio. Sì, lo so che sono frasi fatte, entrate forse pure in qualche dizionario; ma per me è così, non ci posso fare niente. Specie quando sento, ad esempio, aspiranti politici tumultuare contro i condoni fiscali e poi averne usufruito per ben tre volte in passato. E mi fermo qui per non cadere nel particolarismo che non è il senso di questo post.
Ho voluto chiarire a me stesso solo alcuni punti con i quali dovrò fare i conti quando andrò a votare e prima ancora quando andrò a leggere i programmi dei singoli politici e dei singoli partiti o movimenti. Perché questa volta cercherò di partire da quello che mi verrà proposto e che cercherò di vagliare a partire dalla mia sensibilità e. perché no, ideologia. Ma senza i paraocchi.
TIM
