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martedì 18 giugno 2013

E per il tuo funerale, che musica vorresti?

Puntuale come una sposa in chiesa, arriva il mio post settimanale.
Fa caldo, molto caldo e pare che l'estate sia arrivata in modo definitivo.
In questi giorni non sto facendo granché: le lezioni sono finite, perciò il lavoro in una cartoleria essenzialmente legata alla scuola cala di brutto; di scrivere avrei anche qualche idea, ma mi manca la voglia vera; tutto questo mi da molto tempo per leggere, e questo è l'unico aspetto positivo. Adesso sono alle prese con Delitti di gente qualunque, di Loriano Macchiavelli e nel frattempo spulcio tra un paio di raccolte di racconti, una di Cornell Woolrich, La luce alla finestra e l'altra American Pulp, di Autori Vari (dove potrete leggere, imperdibile, La fiamma frigida, dell'immenso Richard Matheson!). Quest'ultimo volume lo trovate qui in formato PDF, aggratis!
Ma ora veniamo all'argomento del post.
Qualche tempo fa, su Twoorty, (il social che mi sta dando grandi soddisfazioni, perché unisce l'immediatezza di Fb -ma senza tutti i ca*****nti che ti potresti beccare da parte di gente che non ha niente da fare dalla mattina alla sera e lo viene a fare sulla tua bacheca!- alla possibilità di approfondimento di un blog) tal Luigi Metropoli commentando un post di tale Francesca Galderisi lanciò una specie di sondaggio: che musica vorresti fosse suonata al tuo funerale?  Qualcuno compilò addirittura una playlist lunga un km.
Perciò ora io vi chiedo, mutuando dalla domanda di Luigi:
che musica (canzone, brano musicale) vorresti fosse suonata al tuo funerale?
e aggiungo:
e a quella del tuo peggior nemico?
Avete due titoli per ogni risposta.
Naturalmente si fa per scherzare, quindi prendetela come una celia, uno scherzo, un esorcizzare l'evento clou della nostra vita terrena, dopo la prima notte passata insonne a cercare di calmare il pupo appena nato.
Io, per parte mia, risposi, e confermo, con due titoli:

L'avvelenata, di F. Guccini
e/o

Ciao, di Lucio Dalla.

E per il mio peggior nemico? penso che non ci sia niente di peggio che andarsene senza neanche ascoltare per l'ultima volta un po' di musica, quindi un silenzio... di tomba basta e avanza!

Ben, io mi sono espresso.
Ora tocca a voi.

TIM

giovedì 6 dicembre 2012

Grazie, Dave!

Dave Brubek ha preso il suo ultimo treno. 





(Dave Brubek 6 dicembre 1920 - 5 dicembre 2012)


... e un piccolo omaggio da un altro grande artista... 



TIM

domenica 2 ottobre 2011

Mokambo, omaggio a Paolo Conte.

qui
Vi avevo promesso una piccola sorpresa, ed eccola qua.
Dopo il mio post di lunedì in cui mettevo a disposizione di chi fosse interessato alcuni miei vecchi lavori (ben poca cosa, per carità), l'amico Ariano ha risposto all'appello e, come dicevo anche qui, ci siamo scambiati qualche file... letterario.
E così tra una mail e un'altra è venuto fuori Mokambo, omaggio a Paolo Conte, che trovate al link dell'altro mio blog; abbiate solo la pazienza di fare un passaggio in più.
Come spiego nella postfazione, è un racconto scritto praticamente di getto più di 25 anni fa, suggestionato dalle note de La ricostruzione del Mocambo del maestro Paolo Conte. Non era neanche concluso anche perché, come spero leggerete, sono soprattutto pensieri, sensazioni, senza una storia precisa. O meglio, la storia c'era ma si trattava di un fermo immagine, se così posso dire, della cattura di un momento.
Ebbene, Ariano è riuscito a dare un senso a quel groviglio di pensieri, a costruire una situazione che era appena accennata e a tirarne fuori il racconto che avete davanti. Il merito, perciò, è sicuramente più suo che mio, perché l'idea c'era ma andava concretizzata e resa fruibile. Sicuramente il testo materiale è quello originale, ma il suo lavoro è stato sopraffino nell'aggiungere e nel togliere, nel collegare frasi e nello scegliere parole.
Ora giudicate un po' voi il risultato. E, se volete, fateci sapere, commentando qui sotto o sul blog di Ariano.
Intanto, vogliate gradire Paolo Conte, magari mentre leggete il nostro piccolo omaggio alla sua bravura.



TIM

venerdì 24 dicembre 2010

E' il mio turno ...





BUON NATALE !

TIM


P.S.: non sarò in linea fino a domenica sera (ho internet solo al negozio), quindi se non risponderò a qualcuno è solo perché non ci sono. A lunedì prossimo!

giovedì 16 dicembre 2010

Una musica per il Survival Blog

Gentili sopravvissute ed egregi sopravviventi, ormai il SB ha preso il largo e, ammettiamolo, siamo stati bravi e non ci siamo fatti mancare niente: storie coinvolgenti, toccanti, piene di lacrime e sangue, dure al limite dello splatter, ipertecnologiche e agresti, futuribili e bucoliche. Abbiamo i nostri contributi foto e video (persino il trailer); e se ho dimenticato qualcuno o qualcosa fatevi vivi! ahahah, scusate la battuta involontaria!), la nostra Guida alla Pandemia, persino un canale ufficiale per il feedreader, che non so cosa sia di preciso e che ho scoperto esistere solo questa mattina. Ma qualcosa manca. La musica. Così mi sono chiesto: quale potrebbe essere la colonna sonora dei sopravvissuti e delle loro storie? A me sono venute in mente le classiche musiche da film horror e simili, ma non ho una grande cultura musicale che vada oltre i cantautori anni 70-80 e i gruppi dello stesso periodo (anche perché penso che dopo di allora non ci sia molto). Così ho pensato di chederlo a voi, che ne sapete sicuramente più di me: quale potrebbe essere, secondo voi, la colonna sonora ideale? Spaziate pure dalla classica alla metallica, dalla dance alla techno; componete pure qualcosa voi se lo sapete fare. Potete rispondere come commento a questo post o sui vostri blog, magari anche motivando la scelta e linkando il brano dove possibile. Non c'è limite di tempo e di spazio e soprattutto ... non si vince niente!
(Questa non c'entra niente, ma mi è piaciuto il video)
TIM

martedì 30 novembre 2010

Anniversario

Sul mio comodino ho i libri che leggo prima del meritato sonno. Ogni volume (non più di 2-3 per volta) ha il suo segnalibro e uno di questi è una strisciolina di plastica trasparente con impresso il logo che vedete nell'immagine di fianco. Se qualcuno di voi lo possiede, o l'ha visto da qualche parte, sa che si poteva trovare solo ed esclusivamente nell'album The Wall. Si, perché io ho il mitico doppio album dei Pink Floyd. E oggi ricorre il 31 anniversario dalla sua uscita. Era mio dovere scrivere di questo, anche se normalmente non tratto di musica. Ma qui andiamo oltre la musica.
Non voglio parlare dell'album in sé, chi lo conosce sa che è un capolavoro, irragiungibile e bla bla bla, ognuno ci metta quello che vuole e sa. Non avevo comprato Animals del 1977 (lo feci in seguito e non me ne pentii), mentre comprai The Finale Cut del 1983, e di questo invece avrei fatto volentieri a meno. Ma The Wall è un discorso a parte. Io non conosco l'inglese, quindi la prima cosa che mi colpì fu la musica, già devastante di per sé. Poi un amico mi fece leggere la traduzione dei testi e allora mi resi pienamente conto di cosa avevo davanti. Non è per ostentazione che dico che quelle parole e quella musica rispecchiavano la mia esperienza di 19nne: ero preda al fervore esistenzialista, sul mio comodino c'erano sempre 'La nausea' di Sartre e 'Il mestiere di vivere' di Cesare Pavese; quindi sentir parlare di qualcuno che per rintuzzare i colpi della vita costruisce un muro attorno a se, al di là del quale ci stanno non solo i cattivi, ma anche quelli che lui vorrebbe accanto, mi tirava dentro come una rete da pesca fa con i pesci. Pian piano cominciai ad apprezzare The Wall come evento propriamente musicale, ed oggi è al primo posto nella mia classifica personale degli album conosciuti e ascoltati. Chissà quale album c'è al 'vostro' primo posto. Ma anche se nessuno mi risponderà non importa, in verità tutto questo era solo una scusa per farvi ascoltare un po' di ottima musica. Io ho scelto questa, e vi lascio con l'assolo finale. (Chissà chi sono e cosa fanno ora tutti quei bambini che 31 anni fa giocavano con le macerie. Chissà se avranno costruiti il proprio muro personale e se l'avranno poi buttato giù.)

Soli, o a coppie
Quelli che davvero ti amano
Camminano su e giù fuori dal il muro
Qualcuno mano nella mano
Qualcuno si riunisce in band
I cuori sanguinanti e gli artisti
Resistono
E quando hanno dato tutto ciò che potevano
Alcuni barcollano e cadono
Dopo tutto non è facile
Sbattere il tuo cuore contro uno stupido fottuto
Muro.
Grazie. Molte grazie. Buonanotte.
(Ieri sera si è suicidato Mario Monicelli; addio alla supercazzola. Con scappellamento a destra.)

TIM

venerdì 12 novembre 2010

Il mitico Gabrielli e un pezzo di vita

Questo è il post numero 100. E volevo dedicarlo non ad una riflessione dotta (sic!) sul presente o sul futuro del blog, sulla sua storia gloriosa dai primi vagiti ai record di ascolti con 14 (dico quattordici!) contatti di qualche giorno fa. Non sulla rete, sulla scrittura o sugli amici, la politica o 100 altri argomenti in cui sversare la mia erudizione.
Niente di tutto ciò. Il 100.mo post della mia fulgida carriera di blogger lo voglio dedicare ad un dizionario: il mitico "Grande Dizionario Illustrato della Lingua Italiana" di Aldo Gabrielli. Due volumi rossi e grossi, in una confezione di legno; sì, sono proprio quelli che vedete nella foto. Ma qui non voglio tessere le lodi del libro in sé (edizione 1989, editrice CDE - Gruppo Mondadori, con illustrazioni 'al tratto' e tavole a colori, circa 4000 pagine in totale), anche se si tratta di un'ottina edizione, che ho iniziato ad usare regolarmente da un po' di tempo a questa parte per le mie scorribande letterarie. Voglio, invece, raccontare la sua storia, la storia di questi due volumi.
Ho evidenziato il termine mitico nel presentarlo, perché ha rappresentato per me da sempre un oscuro oggetto del desiderio. Avevo gia trent'anni quando ho cominciato a vederlo sulla scrivania di mio zio, L. V., maestro per diploma, direttore di ufficio postale per hobby, ma con un solo vero lavoro: giornalista (pubblicista) sportivo. Prima per 'Il Tempo', poi con la chiusura negli anni '90 della sede del giornale nella sua amata Reggio Calabria, collaboratore con vari quotidiani nazionali e locali. Zio L. raccontava con la sua tipica passione le vicende del secondo amore (dopo la famiglia) della sua vita: la squadra della Reggina. E con la stessa tipica passione partecipò alla fondazione del giornale ufficiale della tifoseria granata: Forza Reggina. Ricordo come ogni settimana girasse tutta Reggio per andare a ritirare le inserzioni pubblicitarie con cui pagava il foglio e un altro giro era d'obbligo per consegnare i giornali appena usciti dalla tiopografia.
Poi, quando ormai l'età della pensione era arrivata e poteva dedicare molta parte del suo tempo a gironzolare per le primi pendici dell'Aspromonte alla ricerca di erba di campo da cucinare e funghi da conservare, all'improvviso qualcosa ha fatto tilt nella sua testa e nel giro di qualche ora ha salutato questo mondo. Ma bisogna essere grati per lui, perché la vita se l'è goduta veramente sino in fondo. Lo rivedo ancora tornare a casa sulla sua 128 verde pisello, col sedile posteriore pieno di cassette odorose di funghi, bastone e coltello al fianco e un sorriso soddisfatto stampato sul viso. E a questo punto vengono in mente anche le sue marmellate, i suoi torroni fatti in casa: ogni ingrediente era scelto con cura e non ne iniziava la preparazione se non aveva trovato i canditi o i pistacchi o lo zucchero che diceva lui.
Alla sua morte il dizionario, che zio L. usava perché (da buon maestro elementare, perché quello era il suo spirito vero alla fine) voleva che ogni parola usata, anche se per scrivere di uomini adulti che in mutande prendono a calci un pallone, doveva essere quella esatta, nella giusta accezione e con la giusta tonalità, passò a mio padre.
Non mi soffermo su questa parte della storia del libro, perché ancora non l'ho metabolizzata a dovere, e parlare di mio padre è ancora presto; è difficile poter essere obiettivo, barcamenandomi tra pregi e difetti, lati oscuri e verità conclamate.
Ora il mitico Gabrielli è qui davanti a me, di fianco alla tastiera, l'ho già consultato un paio di volte per scrivere questo post. Anche a me piace avere rispetto per le parole e per chi le legge. E questo libro mi aiuta a farlo.
Ecco, alla fine più che parlare di un libro ho parlato di me, di persone che ho conosciuto e amato. Forse perché la storia di un libro fa la storia della persona; o meglio è la storia di una persona che si legge anche attraverso la storia di un libro. O almeno così a me sembra.
E questo è un altro pezzo del mio passato, di quelli che diventano caposaldi (si scrive così, l'ho visto sul mitico Gabrielli).
TIM

giovedì 7 ottobre 2010

Ehi, amico ...

... anche oggi è andata. Buonanotte!
TIM

sabato 2 ottobre 2010

Lettere

Come avevo già detto in qualche altro post, mi trovo a gestire la biblioteca di mio padre con tutto quello che c'è dentro: libri, appunti, lettere, fatture vecchie di 50 anni (per fortuna pagate!) e quant'altro. E rileggere la sua corrispondenza con i genitori, con quella che sarebbe diventata poi sua moglie (nonché mia madre), con amici e conoscenti, mi ha fatto riflettere su una cosa: oggi, nell'era di internet, posta elettronica, telefoni e ancor più telefonini, che traccia resterà dei nostri legami e delle nostre relazioni? Negli anni cinquanta mio nonno scriveva a mio padre, che lavorava in un'altra città, di dare più spesso sue notizie, perché a casa erano preoccupati per il fatto di sapere qualcosa della sua salute e della sua vita solo da quelle lettere che ricevevano ogni due-tre mesi; dalla corrispondenza tra mio padre e mia madre, prima che si sposassero, traspare tutto l'amore che c'era nella loro unione; e così di seguito.
E oggi, cosa resta dell'amore detto tra innamorati (o anche: come si dice l'amore tra fidanzati oggi) se ci si scambia trenta messaggini al giorno, dieci telefonate (per il buongiorno, la buonanotte e 'sto arrivando')? ci dobbiamo fidare di Federico Moccia?
Avremmo avuto le "Lettere dal carcere" di Gramsci o gli epistolari di Manzoni, Leopardi, e affini? Cosa avremmo conosciuto della guerra vera, quella raccontata dai soldati che dal fronte scrivevano a casa? Cosa resterà della vita privata dei personaggi pubblici dei nostri giorni?
E' vero che può anche non fregarmene niente di come vivono Costantino, Mara Maionchi e Maria De Filippi, però qualche personaggio della cultura può farmi piacere conoscerlo nell'intimo attraverso le lettere agli amici o ai familiari, lì dove dici davvero quello che pensi e non puoi mentire perché l'altro ti conosce forse meglio di te stesso.
Io non scrivo più lettere, ache se non è che ne abbia mai scritte molte, neanche via mail. Ma è forse anche perché le mie (poche) amicizie sono tutte nel posto in cui vivo. E quelle 'di blog' non necessitano di carta penna e busta affrancata. Lavorando in una cartoleria posso dire che c'è ancora gente che mi viene a chiedere carta da lettere o qualche penna che scorra bene per la corrispondenza, ma è molto poca.
E voi come siete messi?
Buon fine settimana.
TIM

venerdì 10 settembre 2010

Centro di gravità. Permanente.

Riporto testualmente una riflessione che potrete trovare sul libro Il Tao per un anno, di Deng Ming-Dao, e che paragona la crisi da 'pagina bianca' con quella che, nella vita, prende quando siamo senza bussola. Viste le discussioni esistenzialisticheggianti di questi ultimi giorni mi sembra appropriata.
"Quando un artista crea, assomiglia ad uno sciamano. L'ispirazione gli giunge come un dono. I seguaci del Tao fanno lo stesso.La loro consapevolezza del Tao non è nulla di chiaramente formulato, né qualcosa che essi possiedono: è il Tao ad andare loro come un dono. Per questo le arti e il Tao sono così saldamente alleati: perché l'atto del ricevere e dell'esprimere è il medesimo.
Proprio come l'artista teme l'incapacità di fare arte, così il seguace ha il terrore di non sentire più il Tao.
Spesso le circostanze ci impongono di creare: come atleti sul campo di gara, come oratori di fronte al pubblico, come musicisti sul palcoscenico, come cuochi ai fornelli o genitori alle prese coi figli. In che modo mantenere vivo il flusso? Alcuni cercano di farlo conducendo una vita ordinata e regolare, altri mantenendosi costantemente attivi. Ognuno di noi è diverso, dunque non esiste nulla di assolutamente giusto o sbagliato. L'unica cosa che conta è sentire il Tao e tenere questa percezione in vita il più a lungo possibile. Se riusciamo a scoprire ciò che vi è di speciale e nascosto in noi, e a imparare ad esprimerlo, allora conosceremo il Tao."
Forse, allora, è meglio cercare un centro di gravità permanente.
TIM 

mercoledì 8 settembre 2010

E' arrivato Tore!

Come avevo annunciato in un commento al post di Ariano di ieri, eccovi un raccontino/favoletta per adulti (non nel senso di 'a luci rosse'!). Lo trovate sull'altro mio blog, I racconti del garage, dove ci sono anche gli altri due racconti messi finora in rete. "Tore", si intitola così, è un lavoretto di 2000 parole di una decina di anni fa, senza grandi pretese, ma mi è sempre piaciuto perché usa un linguaggio e un modo di esprimermi che non ho mai più ritrovato dopo di allora. E' una storia semplice, senza alieni, impianti sociologici e viaggi nel tempo di altri miei racconti. Fotografa la storia di uno 'scemo del villaggio' che forse non è poi così scemo. E' solo da leggere in due minuti e, se volete, conservare. Come questa canzone.
TIM

venerdì 3 settembre 2010

Un contributo

Stavo rileggendo alcuni vecchi post di questo blog, e mi è capitato di ritrovare un brano di Clifford Simak, tratto da 'L'anello intorno al sole', che mi sembra calzare bene per le discussioni nate in questi ultimi giorni su diversi blog amici (quelli che trovate nella famosa bandella laterale, come la chiamo io) e che cercano di leggere -ognuno dal proprio punto di vista- la situazione sociale e politica in cui ci troviamo. Ho pensato di riproporvelo, così com'è, senza alcun commento, perché qualsiasi altra parola da parte mia potrebbe solo rovinare la bellezza e la profondità del testo. Buona lettura.
E allora Vickers comprese che persino lì, nel cuore della nazione, tra le fattorie e i piccoli villaggi e nei ristoranti sui bordi della strada, ribolliva l’odio. E questo, si disse, dava la misura della cultura edificata sulla terra … una cultura fondata sull’odio e su un orgoglio terribile e sul sospetto verso tutti coloro che non parlavano la stessa lingua, non mangiavano lo stesso cibo o non si vestivano allo stesso modo. Era una cultura meccanica e sghemba di macchine sferraglianti, un mondo tecnologico che poteva fornire comodità animalesche, ma non la giustizia umana e neppure la sicurezza. Era una cultura che aveva lavorato i metalli, manipolato l’atomo, domato le sostanze chimiche, e aveva costruito utensilie strumenti complicati e pericolosi. Aveva concentrato la propria attenzione sugli aspetti tecnologici, ignorando quelli sociologici, e così l’uomo poteva premere un bottone e distruggere una città lontana senza neppure conoscere la vita e le abitudini né i pensieri e le speranze e le convinzioni delle persone che aveva ucciso. Sotto la superficie lucida si poteva udire il rombo minaccioso delle macchine, e gli ingranaggi e i pignoni, la cinghia di trasmissione, il generatore, senza il lievito della comprensione umana, erano le avanguardie del disastro.
E buon ascolto.
TIM 

giovedì 26 agosto 2010

Confessioni di un onesto lavoratore della penna

I commenti di Giardigno65 e di Ariano  (che ringrazio, bontà loro) al mio post "Ho scritto", mi ha fatto venire l'idea di quest'articolo.
Quando scrivo? come scrivo?
Devo dire che come tutte le abitudini cambiano con l'età, le condizioni di vita, le contingenze e gli orari quotidiani mutati, ecc., così è anche per la scrittura. Ho parlato di 'abitudine' alla scrittura anche se so che (almeno per chi come me non si guadagna il pane riempiendo pagine di segni di senso più o meno compiuto) la scrittura non deve essere una routine, qualcosa a comando. Ma chi di voi ha questo maledetto viziaccio, sa che non sempre ti si illumina la lampadina su una certa idea e puoi andare immediatamente davanti al monitor o sulla moleskine a 'mettere nero su bianco'. Il lavoro, la spesa da finire, un incontro galante che ... promette bene, e può essere che passano ore, se non giorni, prima di avere il tempo di scrivere. E magari quando finalmente sei pronto, quell'idea così chiara, quelle parole precise che dicevano perfettamente tutto, non vengono più. Oppure c'è una serata o un fine settimana che ti sei ritagliato apposta per scrivere e ti viene il blocco da pagina bianca.
E allora ci sia arrangia come si può.
Io ho la fortuna di fare da qualche mese un lavoro che mi permette a volte ampi spazi di pausa (anche se dovrei dire 'purtroppo' visto che lavoro nel commercio e se ho tempo durante la giornata è perché non ci sono clienti!) e perciò riesco a gestire bene la cosa: mi basta un blocco di fogli riciclati tagliati a metà e debitamente spillati a portata di mano e almeno l'idea grezza riesco a gestirla. Altra cosa è, poi, sgrossarla fino a farla diventare pagina di scrittura.
Allora: quando e come scrivo?
Non mi prendo mai dei momenti per scrivere 'a priori', cioè non dico mai: adesso mi chiudo in camera e prendo carta e penna. 'Produco' solo quando ne sento la necessità, quando un'idea mi pressa nel cervello; allora cerco di trattenerla il più possibile (come si fa quando ti scappa e non hai un bagno a portata di mano) e appena possibile butto giù tutto, così come viene. Spesso un racconto prende vita anche in due o tre posti diversi, perché magari inzio su un quaderno o un'agenda, poi scrivo due pagine su un notes e poi  finisco su fogli volanti. Questa prima stesura è importante per me, perché il passaggio al computer diventa già una prima revisione del lavoro; e quando scrivo qualche parte direttamente a video vado poi a rileggere tutto quando continuo la stesura.
E' anche vero, poi, che mi è capitato, 4-5 anni fa, di sognare le trame dei mie racconti, per filo e per segno e un paio di essi ('Capitan Alex e i giochetti di Remigio' e Capello liquido' che potrete leggere, con tutti gli altri, appena rieditati sul figlio di questo blog) sono nati e cresciuti proprio così. Erano altri tempi, in cui sia le trame che le stesure vere e proprie erano molto più approssimative di adesso, sicuramente meno curate, perché avevo meno esperienza e ... conoscevo meno trucchetti (eh, le lezioncine di Simone!)
Ho iniziato a scrivere, come quasi tutti, alle elementari, con quelle poesiole in rima che mi rendevano orgoglioso come Di Pietro quando azzecca un congiuntivo; ho ripreso poi con quelle cose in stile esistenziale di cui sono pieni i primi anni delle superiori, dove la morte, il suicidio, la luna e il sorriso della barbie di turno riempiono le pagine. Quindi bisogna aspettare il 1980 e l'Università per la prima 'cosa seria' (il racconto 'Poster' che nacque in due semplici paginette e che a distanza di 30 anni è diventato un racconto di una ventina di pagine che leggerete quanto prima). Poi il buio fino agli anni '90-2000, quando ho sfornato un bel po' di roba, anche se non tutta all'altezza.
Ed ora sono qui. Ritengo di essere un onesto lavoratore della penna (che, attenzione!, non implica pure essere bravo), motivato sicuramente anche dalla possibilità di essere letto tramite il web e il blog di cui sopra - pur se finora praticamente nessuno mi ha detto anche solo 'questa cosa fa vomitare'. Ma io scrivo perché mi piace, quindi vado avanti. Come dicevo qualche post fa, ho dato ad un amico per l'editing un racconto lungo (un'ottantina di pagine) abbastanza impegnativo, su cui ho lavorato per parecchio tempo e vorrei che uscisse per bene, con tutti gli attributi al posto giusto. E poi sto lavorando già a qualcos'altro, e poi ... ma cosa volete di più!
Avete voglia di riascoltare questa?
TIM

venerdì 16 luglio 2010

WEEK END

Domani si parte per una due giorni al mare. Così volevo solo lasciarvi con la gioia di riascoltare questo capolavoro della musica italiana.
Un 'caldissimo' abbraccio e un saluto a lunedì.
TIM

martedì 11 maggio 2010

Io, Robot

Scrive Isaac Asimov che alla fine degli anni '30, quando aveva iniziato da poco a pubblicare racconti di fantascienza su diverse riviste, era solito scrivere lettere agli stessi magazine per commentare i racconti di altri scrittori lì pubblicati. E questo non come critico letterario, bensì come semplice lettore. Asimov racconta che nel luglio del 1938 scrisse un commento poco lusinghiero su 'Rule 18', un racconto di Clifford Simak, autore di fantascienza già avviato sulla strada della notorietà, quando lui era ancora agli inizi. Nel giro di pochi giorni ricevette una lettera di Simak in cui si chiedevano "maggiori particolari onde poter prendere in considerazione le mie critiche e forse trarne profitto", scrive il buon Isaac; e lui rispose tranquillamente.
Questo episodio mi ha fatto immaginare cosa sarebbe accaduto se oggi un aspirante scrittore, o un qualunque lettore, si fosse permesso di giudicare in tal modo e attraverso gli stessi canali, un'opera di un autore di successo.
Penso che anzitutto nessuna rivista 'di genere' (non parlo quindi di fogli scandalistici) avrebbe pubblicato la lettera. Secondariamente, se pur questo fosse accaduto, avremmo assistito ad una querelle infinita dello 'scrittore affermato' contro 'lo scribacchino', con accuse di incompetenza e la solita scia di difese della casta degli scrittori contro chi 'vuol farsi solo della pubblicità' e non ha diritto di entrare nel dorato mondo di 'quelli che pubblicano'.
A me pare che il mondo sia un po' cambiato in questi ultimi '70 anni. Voi che ne dite?
TIM
P.S.: non ho dimenticato la musica. Eccovi una chicca del 1973; a voi scoprire di chi si tratta. Anche da allora la musica è cambiata, vero?
P.S. II: il titolo non ha niente a che vedere col post, ma non ho trovato di meglio ...

sabato 20 marzo 2010

L'Isola che, purtroppo, c'è

Qualche sera fa l'occhio (per la verità già mezzo chiuso dal sonno) mi è caduto sull'Isola di Aldo Busi, il famoso (?) programma televisivo di e con Aldo Busi che va in onda dal Nicaragua, o almeno così hanno detto. Mi è parso di vedere una squinzia finta ventenne, coi capelli da quarantenne e le tette da cinquantenne che ballonzolava sul palco come se camminasse sugli spilli (forse erano i tacchi), di fronte ad un maxi schermo dove passavano le immaggini di un branco di esseri umani, o quasi, pronti alla qualunque pur di vincere i piccioli del premio finale. In mezzo al branco si aggirava quel bel tomo di Aldo Busi gigioneggiando e spandendo a piene mani perle ai porci. Si perché, anche se il linguaggio può sembrare duro e perché no sferzante, è quello che stava accadendo. Ho letto alcuni libri di Busi: non accetto che ad ogni pagina ci debba essere qualcuno che venga sodomizzato o che altro, ma quello che quest'uomo pensa e dice è sacrosanto. Non è Pasolini, perché le sue forme linguistiche e i suoi riferimenti letterari e umani sono altri, ma è uno capace di 'dire pane al pane e vino al vino', proprio perché davanti alla società cosiddetta civile non ha niente da perdere. Continuava a ripetere che per lui 'la forma è il contenuto' (che potrebbe essere tradotto: dico queste cose con questo linguaggio  - dove linguaggio sta per verbale e non - perché questo linguaggio è parte integrante di quello che dico, perchè queste cose si devono dire in questo modo per essere vere). Quando ha parlato di adozioni, omosessualità e omofobia, ha semplicemente messo il dito nella piaga del perbenismo che cerca di spostare l'attenzione dal centro dei problemi alla periferia, ai suoi aspetti esteriori, dove è poi facile far deviare la riflessione della gente su altre piste, confondendo le cause con gli effetti e ciò che è vero con ciò che è solo rassicurante. Tanti saranno saltati sulla sedia o sulla poltrona scandalizzati a sentire quelle cose, ma i giustizieri della notte (Simona Ventura, Mara Venier e via dicendo - tutta gente separata, risposata o che passa da un amante all'altro) hanno fatto il loro lavoro e, sicuramente interpretando i sentimenti (?) della gente, hanno condannato e rimandato a casa il naufrago Aldo Busi, che comunque aveva già detto di volersene andare. Mamma Rai ha poi eseguito la sentenza, giustiziando il frocio di turno con l'esclusione da tutte le trasmissioni del palinsesto (fino a quando non avranno bisogno di qualcun altro che gli rianimi qualche programma che sta andando a fondo).
Comque viva l'Italia e consoliamoci con le belle immagini dei nostri ministri. In alto a destra quello delle pari opportunità Mara Carfagna.
E qui (www.youtube.com/watch?v=HvHxsIybbyU&feature=related) uno dei posti dove la musica incontra l'anima. E scusate se è poco.
TIM

martedì 16 marzo 2010

Quelli che cominciano dai ringraziamenti


Ieri, mattinata torinese: trenino Vercelli - Porta Susa, scarpinata fino a Corso Palestro e via andare col mio solito itinerario. Che poi si risolve in tutte le librerie che incontro tra via Garibaldi, via Po, via Roma e adiacenze annesse e connesse. E mentre vado alla ricerca del tempo perduto (chissà poi dove e soprattutto perché) immagino di trovare nel mio fantasticare un 'nuovo' scopo alla mia esistenza, questa volta quello definitivo, quello che assorbirà sicuramente il resto dei miei giorni e per cui dirò: nella vita ho fatto questo. "Vorrei scrivere" il romanzo più bello che c'è; "vorrei conoscere" tutto del buddismo tibetano, buttandomi a capofitto in ricerche su internèt (che ci stanno a fare ancora i libri se basta un 'clic'?); "vorrei diventare" un oroscopologo studiando tutte le fasi lunari, le case natali e e i segni cinesi, indiani e cambogiani se esistono; "vorrei andare" alla ricerca di me stesso, che poi chissà quando mi sono perso; "vorrei ..." fare qualsiasi cosa mi riempia il tempo, oltre il lavoro, la famiglia, gli amici, i libri, la musica, ... Ma poi penso che nella vita i desideri sono contati: alla nascita ognuno ha, diciamo, 5000 desideri da esprimere, a prescindere da quanti poi se ne avvererano. Vi sembrano molti? Non so'. Pensate al fanciullino che se ne va bel bello all'asilo dall'alto dei suoi 4 anni 4, e al secondo giorno davanti alla squinzia ormai matura coi suoi 5 che non gli si fila dice: domani non metto più piede qua dentro, neanche se mi promettono una comparsata allo show di Gigi D'Alessio. E uno è andato. Torna a casa e nel frattempo pensa: mio buon Gesù, fa che stasera la mamma mi porti al McDonald's (c'è sempre un'aspirazione al suicidio in ognuno), e sono due. A diciannove anni siamo al: mo' prendo medicina e farò il chirurgo estetico di grido (mica scemo), e siamo su per giù a 927-28. Vi sembrano ancora molti 5000? Forse io i miei li ho già finiti da un pezzo. E così non mi resta che impegnarmi seriamente a fare quello che sto già facendo, che non mi sembra neanche poco. Ecco, forse sono uno di quelli che cominciano dai ringraziamenti. Ho scoperto di avere questo in comune con una mia 'lontana parente' che ogni tanto bazzica da queste parti: iniziamo a leggere un libro ... dai ringraziamenti dell'autore, dall'indice, dalle note di copertina, dai dati sull'autore, ecc. Tolti tutti i fronzoli, ci diamo dentro con la lettura del tomo. Forse io dovrei fare proprio così: avendo fatto e sperimentato nella mia vita quello che è di 'contorno', ora devo cominciare ad andare al sodo.
TIM
P.S.: venendo ad aprire il garage stamattina, riflettevo: ma ci pensate che un tipo come Roger Waters ha scritto la colonna sonora di più di 30 anni della nostra vita? Questo è solo un esempio: http://www.youtube.com/watch?v=uU-k5p29p9c

mercoledì 22 aprile 2009

IL NODO INFINITO



Vorrei un vostro parere.
Mi sono un po’ arenato, è vero. Ma si sa che tutte le novità sono così: l’inizio è travolgente, poi pian piano c’è il periodo di stanca, che serve anche a centrare meglio gli obiettivi, a delimitarli; poi c’è la ripresa. Spero di essere in questa fase.
Quindi, dicevo, vorrei un vostro parere. Potete anche non rispondere, non postare niente, mi va bene così; l’importante è che quello che ho da dirvi arrivi. (Ho messo quattro mega casse acustiche nel garage e la melodia di The Carpet Crawl dei Genesis disegna ghirigori nell’aria, sale e scende e torna a salire, sostenuta dalla spazzola della batteria. Poi il rullante prende il sopravvento e vien voglia davvero di rotolarsi sul tappeto. O forse è solo che è un pezzo di musica straordinario e allora ce lo sentiamo tranquilli e basta.)
Mi chiedo da un po’ di tempo: noi abbiamo finora descritto (nel senso di cercato di spiegare) il mondo e la vita di chi ci vive sopra con la matematica, la fisica, la geometria, la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia e chi più ne ha più ne metta. Certo conosciamo qualcosa in più su alcune malattie e le loro cure, sul funzionamento di qualche macchina che ci aiuta a vivere, e su poche altre cose veramente essenziali. Ma per il resto, cosa sappiamo realmente di noi, dei nostri rapporti, di cosa ci muove a vivere e agire e interagire? Migliaia di anni fa popoli come gli Inca, i Maya, gli Egizi e altri ancora forse tuttora sconosciuti, pur vivendo in modo sicuramente diverso dal nostro (non usavano le bombe atomiche per uccidere o l’economia per affamare e affossare popoli da sottomettere) avevano pressappoco le nostre stesse conoscenze di base, ma davano alla vita un significato che travalicava il semplice usare i sensi per scoprirvi un rapporto di causa – effetto. Se pensiamo anche solo ai cinesi di 5.000 anni fa, quali conoscenze del mondo e della vita! Sentite cosa ci dice il maestro (facciamo insieme un profondo inchino) Ph. K. Dick a proposito, ad esempio, dell’ I Ching, un metodo per situare la nostra esperienza attuale nel momento presente in relazione con tutto ciò che ci circonda, e che si basa sulla semplice lettura di uno dei 64 esagrammi che si ottiene lanciando tre monete o dei bastoncini di legno di achillea:
Ecco l’esagramma, formato dal passivo movimento casuale dei bastoncini. Casuale, eppure radicato nel momento in cui lui (il protagonista del libro) viveva, in cui la sua vita era legata a tante altre vite e particelle dell’universo. Il necessario esagramma che tratteggiava, nel suo schema di linee intere e spezzate, la situazione. Lui, Juliana, la fabbrica di Gough Street, le missioni commerciali che dettavano legge, l’esplorazione dei pianeti, miliardi di mucchietti di residui chimici in Africa che non erano nemmeno più cadaveri, le aspirazioni di migliaia di persone attorno a lui, nelle squallide conigliere di San Francisco, le creature folli di Berlino con i loro volti impassibili e i progetti maniacali … tutto collegato in quel momento nel quale si gettavano gli steli di millefoglie per selezionare la saggezza appropriata in un libro iniziato nel trentesimo secolo prima di Cristo. Un libro creato dai saggi della Cina durante un periodo di cinquemila anni, vagliato e perfezionato; quella cosmologia – e quella scienza – superba, codificata prima ancora che l’Europa avesse imparato a fare le divisioni.
(questo libro ha due titoli: “La svastica sul sole” o “L’uomo nell’alto castello”; comunque sia è un capolavoro).
Ecco. Riusciamo noi a capire come siamo inseriti nel tutto che in questo preciso istante sta passando? A comprendere come e perché sta accadendo proprio questo e non altro? L’ I Ching una risposta prova a darla e senza ricorrere alla filosofia, alla matematica, alla teologia, ma solo guardando al ciclo del tempo e della natura.
Si, perché noi vogliamo spiegarci le cose con le radici quadrate o con una qualche teoria socioanalitica; quelli, gli antichi cinesi, lo facevano a partire dal “ritmo del tempo e delle stagioni” (come direbbe l’altro grande maestro Guccini Francesco da Pavana).
Noi cerchiamo una soluzione ‘aggiungendo’, quelli ‘sottraendo’. Un esempio: l’inquinamento. Noi stiamo spendendo soldi ed energie per studiare una macchina che emetta meno anidride carbonica; partendo da un altro modo di vedere (per sottrazione) si tratta semplicemente di usare meno l’auto, e sappiamo tutti che si può.
Allora io penso che ci siamo persi un pezzo della nostra vita di uomini, della nostra storia, che siamo andati troppo in là e alla fine abbiamo dimenticato da dove siamo partiti.
Ci dicono quei maestri che tutto parte dall’Uno, da cui scaturisce il Due e che si trasforma in Tre, ma che tutto, comunque, si riconduce all’Uno iniziale. Io non sono un filosofo e quindi confonderei ancor più le idee se cercassi di spiegare qualcosa di quel che ho detto, ma in qualsiasi posto si può trovare un spiegazione a questa formula (è per questo che abbiamo Internet!) che non è matematica o filosofica, ma parte dalle semplice osservazione delle cose.
Mi diceva proprio oggi un’amica che noi siamo come dei pesci rossi che nuotano in una boccia di vetro che a sua volta è immersa nell’oceano: per noi il mondo è solo l’acqua del vaso e non ci accorgiamo di tutto quello che c’è al di là del vetro. Che sia proprio per questo che noi usiamo solo una percentuale minima del nostro cervello? Le risposte vere stanno forse nella parte che abbiamo, nei millenni, lasciato a nanna?
La tecnologia (anche quella che sto usando io adesso per farvi arrivare queste cose), le scienze, hanno davvero salvato il mondo? Forse qualcuno di voi mi risponderà di sì e mi giustificherà anche la sua affermazione. Benissimo; sarà materia su cui riflettere.
Mi rendo conto, rileggendo, che, molto probabilmente, non si capisce niente di quello che ho scritto, e forse avete ragione. Però forse qualcosa è arrivato ugualmente e io spero che qualcuno di voi voglia rispondere, non solo a me ma a tutti quelli che hanno letto come voi.
Un attimo di silenzio, entra I Know What I Like. Collins, Rutherford, Hackett e Tony Banks sono proprio al meglio qui ed è una gioia per le orecchie e per la mente entrare in questo mondo fatato. Io so quello che mi piace e mi piace quello che so, canta Phil.
Ora aspetterò che arrivino The Lamb Lies Down On Brodway e poi The Musical Box, così che il cd sarà finito, poi chiuderò la saracinesca e andrò a casa. Ma forse che la mia casa non è qui con voi?
Buonanotte.

TIM

lunedì 16 febbraio 2009

SONATA PER PIANOFORTE


Oggi è iniziata a Montecitorio la presa delle impronte digitali dei deputati per evitare l'imbroglio dei 'pianisti'. Non si poteva risparmiare tempo e denaro andando semplicemente a chiederle a Polizia e Carabinieri visti i precedenti di molti dei nostri 'onorevoli' rappresentanti?

TIM
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