"L'Unione europea non esclude un intervento militare per fronteggiare l'emergenza umanitaria che si sta configurando in seguito alla crisi in Libia." Invece di mandare altri soldati a morire per un'altra guerra giusta, non era meglio che i nostri governanti non facessero affari con Gheddafi e tutti gli altri dittatori nordafricani in fuga, pretendendo (come giustamente è stato fatto e viene fatto con altri paesi meno amici: qui, qui, e perfino qui!) prima il rispetto dei diritti umani e poi la sigla degli accordi commerciali? Abbiamo bisogno del gas libico e del petrolio di qualche altro paese; le nostre industrie investono in tutto il bacino africano del mediterraneo, è vero. Ma sono loro ad aver bisogno dei nostri soldi, quelli italiani e quelli europei, come quelli americani. Perché in quei paesi l'accordo non si fa, ad esempio, con lo stato libico, bensì con Gheddafi che è signore e padrone della popolazione. Abbiamo fatto venire a giocare a calcio perfino suo figlio perché lui è padrone nella Fiat e nella Juventus!
Probabilmente, allora, il nostro governo ha visto finora in quelle situazioni un esempio perfettamente riuscito di come vorrebbe anche l'Italia.
E sta imparando bene. Musica.
TIM
(la foto è tratta da qui. Interessante anche l'articolo)
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giovedì 24 febbraio 2011
sabato 19 febbraio 2011
Le nostre catene
Aprendo stamane il mio garage, come sempre sono andato a spulciare nelle case degli altri amici blogger. E tra questi ho trovato questo bel post di Mark. E ho pensato che veramente le idee hanno una vita propria e si impossessano di noi poveri mortali come e quando vogliono. Perché anch'io stamattina avevo intenzione di condividere con voi alcune riflessioni sullo stesso argomento, o quasi. E allora confrontiamoci.Quella polveriera è già esplosa e sta continuando ad esplodere di giorno in giorno. E come è naturale per la legge fisica delle onde che si allargano, sta coinvolgendo sempre più popoli. Non so a cosa porterà questo momento storico, quali saranno le ricadute sul nostro ovattato mondo occidentale. So però che piano piano, dopo la caduta del muro di Berlino (inteso come simbolo della caduta di un blocco di certo tipo di dittaura applicata ai paesi dell'Est) e ora queste rivolte (speriamo) democratiche, il mondo sta cambiando.
Non è per farmi pubblicità gratuita, ma nell'ultimo racconto condiviso in rete raccontavo in qualche modo proprio di un possibile futuro scenario politico mondiale per 'rimettere tutti al loro posto'. I poteri forti non hanno nessun interesse a far rialzare la testa a chi non ha da perdere altro se non le prorpie catene, perché con quelle catene ci campa e prospera, economicamente e politicamente.
Apriamo gli occhi e le orecchie, perché potremo essere noi i prossimi protagonisti di quelle scene di guerriglia urbana, quando non avremo più neanche il pane per noi e i nostri figli. In Italia ci sono otto milioni di poveri e il 15,5% dei nostri figli vive la stessa realtà. Siamo capaci di ricordarcene quando andiamo a spendere dieci euro a testa di apericena o happy hour perché 'è trendy'?
Dobbiamo riflettere. Questa può aiutarci.
TIM
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giovedì 3 febbraio 2011
Qual'è la notizia?
Ma, con tutto il rispetto per una persona che viene uccisa per essere poi derubata, di questa notizia a me impressiona di più il fatto che nel 2011 c'è gente che all'una di notte fa la fila fuori dagli uffici postali per poter riscuotere la pensione (sia pure di un parente) per non correre il rischio di dover perdere poi tutta la giornata in attesa. E' dai tempi di Caino e Abele che l'uomo uccide per prevaricare, prendere il potere (in questo caso rappresentato dai soldi), ma qual'è la civiltà -e non parlo di società!- che costringe a queste aberrazioni? E chi è anziano e non ha nessuno, cosa fa'? Fa la nottata sulla sua sedia a rotelle per riscuotere ciò a cui ha diritto?
Dalla sede di Napoli di Striscia la notizia è stato realizzato più di un servizio sulle code notturne davanti alle sedi ASL: per il rinnovo dell'esenzione bisognava recarsi nelle sedi preposte; qui si doveva prendere un numero che dava diritto (solo ai primi cento!) di venire a sapere che c'era stata una proroga fino a Marzo e che nel frattempo era valida la tessera scaduta! Non si poteva semplicemente mettere un cartello? E così abbiamo assistito a scene ributtanti, con persone diversamente abili su sedie a rotelle, con stampelle, che dalla sera prima erano in coda per il sospirato numero, nella speranza di non essere il 101°! Cosa bisognava fare davanti a quella signora ottantenne urlante e in lacrime che pregava qualcuno di riportarla a casa perché non ce la faceva più a stare un solo minuto al gelo della notte?
Dov'erano a quell'ora i Direttori e gli impiegati dell'Ufficio Postale di Caltagirone e dell'ASL di Napoli? E se anche, come è stato detto da qualcuno, personalmente questi non possono farci niente perché non c'è il personale, le strutture e chi più ne ha più ne metta, perché nessuno di loro si è premurato di far partecipi del disagio degli utenti (cioé di quelli che gli pagano il lauto stipendio!) i diretti superiori nella scala gerarchica fino al proprio Ministro di riferimento?
Questi non sono problemi italiani come e di più degli scandaletti, veri o falsi, dei nostri politicanti? Finché la gente che abbiamo mandato in Parlamento continua a camminare rasente il muro per ovvi motivi (passatemi l'immagine oscena!) e pensa solo a come non mollare la poltrona, assisteremo a scene come queste: persone che stanno in coda all'addiaccio della notte per poter riscuotere un proprio diritto, pensione o esenzione che sia.Vergogna!
TIM
venerdì 5 novembre 2010
Facciamo un po' di silenzio
Non sappiamo cosa sia successo realmente (e forse non si saprà mai) a Subiaco; non tanto la dinamica materiale quanto quella psicologica. Cosa abbia spinto il Maresciallo dei Carabinieri -irreprensibile ed equilibrato, a detta dei colleghi, a sparare contro le figlie e poi ad uccidersi. Con molta probabilità un altro 'giorno di ordinaria follia', un momento in cui uno come noi, esasperato da tutto ciò che di negativo è costretto a sopportare dalla vita e, soprattutto, dagli altri, non riesce a restare al di qua della sua porta mentale e decide di 'uscire'. Sicuramente non è Facebook in sé ad aver messo in mano all'uomo la pistola o ad aver ucciso la ragazza e il padre, ma pare che il suo utilizzo sia stato la causa dell'ennesima lite finita come sappiamo. Questo blog non è una testata giornalistica, non mi interesso direttamente di etica, non sono un moralizzatore, non sono neanche capace, in questo momento, di fare un'analisi sociologica o psicologica precisa dell'accaduto. Allora mi sono messo nei panni di quelle ragazze, e di tutti i ragazzi e non che passano ogni istante della loro giornata col telefonino in mano in attesa della vibrazione che gli annuncia che il suo compagno di banco (che è seduto al suo fianco) ha voglia di una coca cola; o a chattare con la propria ragazza prima di incontrarla di li a pochi istanti; o a giocare con la PS3 in attesa di chissà cosa. E ho detto: ma cosa passa nella loro (ma anche nostra) testa che li/ci fa vivere dentro questo mondo virtuale? che ci obbliga, spesso compulsivamente, a 'mandare una mail', 'inviare un sms', 'messaggiare su FB', e altre cose che neanche conosco, quando non ce n'è effettivo bisogno? E' forse l'horror vacui che ci fa girare la testa quando non c'è qualcosa che ci riempie quell'istante? E' la voglia di 'comunicare'? ma cosa intendiamo in questo caso con comunicare? Troppe domande con poche risposte, almeno da parte mia. E allora mi sono chiesto (un'altra domanda!): come sarebbe per una settimana, per due giorni, per un'ora, non collegarci ad Internet (se non per lavoro), non mandare messaggini, neanche quelli con le sole faccine, non postare alcunché sul blog, addirittura non usare il telefonino se siamo in casa e abbiamo a disposizione l'apparecchio fisso (a prescindere dal costo della telefonata), scrivere una lettera a mano invece che una mail? Vogliamo fare una prova, proprio noi?
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mercoledì 13 ottobre 2010
Rabbia e sangue
Sono molto arrabiato, quasi rabbioso, quasi come i lupetti di Alex. Sono arrabbiato per tutto quello che succede a me e al/nel mondo. Nel mio piccolo e nel grande attorno a me. A cinquanta metri e a cinquecento e cinquemila kilometri di distanza attorno a me. Arrabbiato perché devi subire le angherie e i soprusi della gente e vedere altri costretti a subire le stesse cose. Apri la TV per vedere un telegiornale e ti sbattono in prima pagina la violenza gratuita di zii pedofili, ultrà teste di c...o di qualsiasi nazionalità ed etnia, donne in coma per una lite per la fila alla biglietteria, velati e non tanto velati ricatti e minacce politiche a base di dossieraggi, smentite dei dossieraggi, scoop e pseudo scoop. E soprattutto vedi che poi alla fine in galera non ci va a finire sul serio nessuno, che un processo per stupro dura tre anni e il tizio viene scarcerato seduta stante perché condannato a meno del richiesto per stare dietro le sbarre o perché il richiesto l'ha già scontato, ecc.. Sempre più spesso mi chiedo se non abbiano ragione i fautori della pena di morte o quelli che girano di notte (e anche di giorno) per farsi giustizia da soli, che vanno ad incendiare le macchine per ritorsione, che quando ti incontrano per strada e non li fai passare anche se hai tu la precedenza, ti guardano come per dire: so tutto di te, chi sei, dove abiti, quanto porti di mutande. Sembrano tutti cani arrabbiati.Per questo e per tantissime altre cose sono arrabbiato.
TIM
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martedì 7 settembre 2010
Non mi sembra di avere le idee chiare
Aiutatemi. Non mi sembra di avere le idee chiare.
Riprendo le fila dal commento fatto agli interessantissimi post di Simone e, come avevo annunciato, lo faccio diventare un articoletto. Che è questo. Troverete perciò di seguito alcune cose già dette nel commento a Simone.
Lo stesso Simone nella replica al mio commento dice una cosa interessante: "c'è sempre qualcun altro che ha studiato le stesse cose, c'è chi non capisce determinati contenuti ma sa riconoscere il valore di quello che gli metti davanti (da un piatto di pasta a un'opera darte, intendo) e c'è chi ci vuole bene e magari non capisce e non è nemmeno interessato, però un po' di sforzo lo fa anche solo per restarci vicino". E' verissimo; per certi versi è proprio quello che volevo dire io e che non ho fatto perché ... lui è più bravo di me! (la concisione è un'arte). Dicevo nel commento "si tratta forse di rispondere alla domandina: che ci stiamo a fare in questo mondo? Infatti perché noi scriviamo? alla fin fine anche lo scrittore più grande del mondo (mettici tu il nome che vuoi), alla fine è morto e sepolto. Magari gli hanno eretto statue, intitolato scuole, dedicato libri, ma è morto, o morirà. Allora se scriviamo non è per essere immortali fisicamente (del resto dell'immortalità culturale o della notorietà non me ne importa niente). Allora perché scriviamo? forse per far sapere agli altri quello che pensiamo, che visione abbiamo delle cose e del mondo. Questo sì, su questo ci sto. Quante persone posso raggiungere con un ebook gratuito in PDF da far scaricare dalla rete? 10, 50 100 persone? OK, mi possono bastare. Con quante persone riesco a 'sentirmi' scrivendo un post o rispondendo ad uno di un amico? 1, forse 3, al massimo 10. OK, mi può bastare. La mia vita (quella di Temistocle, intendo) è la trama delle piccole cose che sto facendo adesso, e se mi viene in mente di scrivere un racconto sul gatto che stamattina mi aspettava fuori dal cancello lo faccio per il gusto di dire: anche stamattina ho incontrato il gatto che mi conosce e mi aspetta. Non voglio dire che non credo nell'aldilà, nell'immortalità dell'anima e cose del genere; a 50 anni devo ancora farmi un'idea in proposito, o meglio ne ho avuto talmente tante finora che non so più da che parte cominciare. Siamo soli, come dici tu? Di fronte a queste cose, sì, siamo soli e l'unico modo per non esserlo totalmente è condividerle come stiamo facendo in quest'istante. Che siamo intellettuali, scrittori di fama, capi di stato, siamo solo noi, davanti alla nostra coscienza e a testa alta possiamo andare anche a spalare letame in una cascina del veronese in mezzo ai tamil o ai sick esiliati dalla loro terra e dalla loro guerra. E' vero che ci possono essere posti o situazioni che facilitano, ma per restare in ambito letterario Stephen King ha dato il meglio di se quando lavorava in una lavanderia e rubava il tempo ai panni sporchi che la gente gli portava. Sono 'uno di sinistra' e conosco bene le discussioni gramsciane sull'intellettuale organico al partito, sull'unione operai-intelletuale per la crescita del socialismo ecc. Ma essere intellettuali, come essere scrittori, non è un mestiere, è un modo di essere del nostro spirito. Per questo possiamo essere soli in mezzo ad una folla o in compagnia su un'isola deserta. Essere intellettuali o scrittori non ci abbandona mai, anche quando (come nel mio caso) ho forse 2 lettori fissi del mio blog e ancora nessuno -scusate la ripetizione ossessiva- ha mai letto un mio lavoro. Certo fa piacere dal punto di vista dell'orgoglio sapere che c'è qualcuno che sa che esisti (torniamo all'inizio: la domanda è: che ci stiamo a fare qui?), però la realtà è quella che viviamo giorno per giorno."Simone scriveva: "Se nella vita ho capito qualcosa, forse è proprio che restare soli è il primo passo per finire inchiappettati." Sacrosanta verità anche questa. Noi siamo soli nelle scelte profonde (ci possono dare 100 consigli ma alla fine sceglieremo quello che ci va di più, e in quella scelta siamo soli) ma viviamo in mezzo alla gente, è nella nostra natura socializzare. Sin dall'epoca della cosiddetta 'età della pietra' gli uomini si organizzavano in gruppi e ogni cosa era finalizzata al bene proprio e comune. Ma, e non voglio fare retorica, si sta bene in gruppo quando si sta bene con se stessi.
Mi accorgo di essere andato forse aldilà di quello che era l'argomento proposto da Simone. E d'altra parte la mia non è una risposta a lui e alla sua proposta di discussione; è solo il mio modo di vedere alcune cose. Devo ammettere in modo abbastanza confuso. E' una chiacchierata attorno a un tavolo, facendo una partita di backgammon, nel mio posto segreto, il mio garage, il garage di Demetrio.
TIM
Riprendo le fila dal commento fatto agli interessantissimi post di Simone e, come avevo annunciato, lo faccio diventare un articoletto. Che è questo. Troverete perciò di seguito alcune cose già dette nel commento a Simone.
Lo stesso Simone nella replica al mio commento dice una cosa interessante: "c'è sempre qualcun altro che ha studiato le stesse cose, c'è chi non capisce determinati contenuti ma sa riconoscere il valore di quello che gli metti davanti (da un piatto di pasta a un'opera darte, intendo) e c'è chi ci vuole bene e magari non capisce e non è nemmeno interessato, però un po' di sforzo lo fa anche solo per restarci vicino". E' verissimo; per certi versi è proprio quello che volevo dire io e che non ho fatto perché ... lui è più bravo di me! (la concisione è un'arte). Dicevo nel commento "si tratta forse di rispondere alla domandina: che ci stiamo a fare in questo mondo? Infatti perché noi scriviamo? alla fin fine anche lo scrittore più grande del mondo (mettici tu il nome che vuoi), alla fine è morto e sepolto. Magari gli hanno eretto statue, intitolato scuole, dedicato libri, ma è morto, o morirà. Allora se scriviamo non è per essere immortali fisicamente (del resto dell'immortalità culturale o della notorietà non me ne importa niente). Allora perché scriviamo? forse per far sapere agli altri quello che pensiamo, che visione abbiamo delle cose e del mondo. Questo sì, su questo ci sto. Quante persone posso raggiungere con un ebook gratuito in PDF da far scaricare dalla rete? 10, 50 100 persone? OK, mi possono bastare. Con quante persone riesco a 'sentirmi' scrivendo un post o rispondendo ad uno di un amico? 1, forse 3, al massimo 10. OK, mi può bastare. La mia vita (quella di Temistocle, intendo) è la trama delle piccole cose che sto facendo adesso, e se mi viene in mente di scrivere un racconto sul gatto che stamattina mi aspettava fuori dal cancello lo faccio per il gusto di dire: anche stamattina ho incontrato il gatto che mi conosce e mi aspetta. Non voglio dire che non credo nell'aldilà, nell'immortalità dell'anima e cose del genere; a 50 anni devo ancora farmi un'idea in proposito, o meglio ne ho avuto talmente tante finora che non so più da che parte cominciare. Siamo soli, come dici tu? Di fronte a queste cose, sì, siamo soli e l'unico modo per non esserlo totalmente è condividerle come stiamo facendo in quest'istante. Che siamo intellettuali, scrittori di fama, capi di stato, siamo solo noi, davanti alla nostra coscienza e a testa alta possiamo andare anche a spalare letame in una cascina del veronese in mezzo ai tamil o ai sick esiliati dalla loro terra e dalla loro guerra. E' vero che ci possono essere posti o situazioni che facilitano, ma per restare in ambito letterario Stephen King ha dato il meglio di se quando lavorava in una lavanderia e rubava il tempo ai panni sporchi che la gente gli portava. Sono 'uno di sinistra' e conosco bene le discussioni gramsciane sull'intellettuale organico al partito, sull'unione operai-intelletuale per la crescita del socialismo ecc. Ma essere intellettuali, come essere scrittori, non è un mestiere, è un modo di essere del nostro spirito. Per questo possiamo essere soli in mezzo ad una folla o in compagnia su un'isola deserta. Essere intellettuali o scrittori non ci abbandona mai, anche quando (come nel mio caso) ho forse 2 lettori fissi del mio blog e ancora nessuno -scusate la ripetizione ossessiva- ha mai letto un mio lavoro. Certo fa piacere dal punto di vista dell'orgoglio sapere che c'è qualcuno che sa che esisti (torniamo all'inizio: la domanda è: che ci stiamo a fare qui?), però la realtà è quella che viviamo giorno per giorno."Mi accorgo di essere andato forse aldilà di quello che era l'argomento proposto da Simone. E d'altra parte la mia non è una risposta a lui e alla sua proposta di discussione; è solo il mio modo di vedere alcune cose. Devo ammettere in modo abbastanza confuso. E' una chiacchierata attorno a un tavolo, facendo una partita di backgammon, nel mio posto segreto, il mio garage, il garage di Demetrio.
TIM
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martedì 11 maggio 2010
Io, Robot
Scrive Isaac Asimov che alla fine degli anni '30, quando aveva iniziato da poco a pubblicare racconti di fantascienza su diverse riviste, era solito scrivere lettere agli stessi magazine per commentare i racconti di altri scrittori lì pubblicati. E questo non come critico letterario, bensì come semplice lettore. Asimov racconta che nel luglio del 1938 scrisse un commento poco lusinghiero su 'Rule 18', un racconto di Clifford Simak, autore di fantascienza già avviato sulla strada della notorietà, quando lui era ancora agli inizi. Nel giro di pochi giorni ricevette una lettera di Simak in cui si chiedevano "maggiori particolari onde poter prendere in considerazione le mie critiche e forse trarne profitto", scrive il buon Isaac; e lui rispose tranquillamente.Questo episodio mi ha fatto immaginare cosa sarebbe accaduto se oggi un aspirante scrittore, o un qualunque lettore, si fosse permesso di giudicare in tal modo e attraverso gli stessi canali, un'opera di un autore di successo.
Penso che anzitutto nessuna rivista 'di genere' (non parlo quindi di fogli scandalistici) avrebbe pubblicato la lettera. Secondariamente, se pur questo fosse accaduto, avremmo assistito ad una querelle infinita dello 'scrittore affermato' contro 'lo scribacchino', con accuse di incompetenza e la solita scia di difese della casta degli scrittori contro chi 'vuol farsi solo della pubblicità' e non ha diritto di entrare nel dorato mondo di 'quelli che pubblicano'. A me pare che il mondo sia un po' cambiato in questi ultimi '70 anni. Voi che ne dite?
TIM
P.S.: non ho dimenticato la musica. Eccovi una chicca del 1973; a voi scoprire di chi si tratta. Anche da allora la musica è cambiata, vero?
P.S. II: il titolo non ha niente a che vedere col post, ma non ho trovato di meglio ...
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sabato 25 aprile 2009
EH LA VITA L'E' BELA, BASTA AVERE L'UMBRELA

Penso che, finalmente, ci sia stata da parte del nostro governo la giusta riabilitazione dei morti dell' 11 settembre 2001 in America. La dichiarazione di questa mattina del Cav. (ma chi gli ha conferito la carica?) Silvio Berlusconi (ma chi gli ha dato il nome?) è chiara: "la pietà deve andare anche a coloro che credendosi nel giusto hanno combattuto per una causa che era una causa persa."
Ora alcune domande sorgono spontanee: qual'era la causa persa? quella dei miliardari americani o degli affamati del terzo mondo? ma poi mi sorge il dubbio: parlava di quel fatto o non ho capito bene la cosa? "Eugenio dice" (eh ... quel benedetto Bennato!) "Eugenio dice" che forse parlava della nostra liberazione. E allora io non ho capito a chi si riferiva: ai fascisti o ai partigiani? di chi era, nella sua testa (scusate il turpiloquio), la causa persa? e comunque, nella lingua italiana esiste ancora la differenza tra le parole 'persa' e 'sbagliata'?
La pietà, nel senso indicato dalla lingua, di 'misericordia, commiserazione' è giusto che vada a tutti coloro che non ci sono più. Ma storicamente Hitler e Mussolini (che hanno combattuto per una giusta -dal loro punto di vista- causa credendosi nel giusto) non possono essere paragonati a mio nonno che si fece 5 anni di confino, mandato da Mussolini, perché era socialista e si rifiutò di iscriversi al partito fascista, cosa obbligatoria per un impiegato statale.
E' vero che anche oggi devi avere la tessera giusta per salire oltre un certo gradino in qualsiasi gerarchia. Beh, noi che abbiamo, forse, solo la tessera dell'Aido o dell'Avis, consoliamoci, speriamo di stare combattendo, credendoci nel giusto, per una causa persa (ma non sbagliata!!!!).
P.S.: vi sarete chiesti cosa c'entri la foto che ho messo all'inizio. In effetti non riguarda questo Post, ma l'epidemia provocata in America dai suini. Che il virus sia già arrivato da queste parti?
TIM
domenica 18 gennaio 2009
FINI VS JOSEF

Per ora Fini ha precisato che bisogna impedire ai musulmani di leggere il Corano e commentarlo nelle Moschee nella propria lingua per evitare "istigazioni all'odio". Entro domani, siamo sicuri conoscendo la sua correttezza, bandirà la messa in latino (ripristinata da Ratzinger) in quanto lingua sconosciuta agli abitanti della penisola italiana e quindi di difficile controllo riguardo ai contenuti e ai toni di ciò che viene detto. Inoltre il rito in latino prevede l'invito, in alcune orazioni, alla conversione degli ebrei, considerati quindi diversi e immersi nell'errore, lontani dalla verità 'vera'.
TIM (finché ci lasciano)
venerdì 2 gennaio 2009
LA DURA LEGGE DEL ... TAO
E allora V ickers comprese che persino lì, nel cuore della nazione,tra le fattorie e i piccoli villaggi e nei ristoranti sui bordi dellastrada, ribolliva l’odio. E questo, si disse, dava la misura della culturaedificata sulla terra … una cultura fondata sull’odio e su un orgoglioterribile e sul sospetto verso tutti coloro che non parlavano la stessalingua, non mangiavano lo stesso cibo o non si vestivano allo stesso modo.Era una cultura meccanica e sghemba di macchine sferraglianti, un mondotecnologico che poteva fornire comodità animalesche, ma non la giustiziaumana e neppure la sicurezza. Era una cultura che aveva lavorato i metalli,manipolato l’atomo, domato le sostanze chimiche, e aveva costruito utensilie strumenti complicati e pericolosi. Aveva concentrato la propria attenzionesugli aspetti tecnologici, ignorando quelli sociologici, e così l’uomopoteva premere un bottone e distruggere una città lontana senzaneppure conoscere la vita e le abitudini né i pensieri e le speranze e leconvinzioni delle persone che aveva ucciso. Sotto la superficie lucidasi poteva udire il rombo minaccioso delle macchine, e gli ingranaggi e ipignoni, la cinghia di trasmissione, il generatore, senza il lievito dellacomprensione umana, erano le avanguardie del disastro.
Sono diversi giorni queste parole mi girano nelle vene prima che nel cervello. Ho imparato infatti che le cose devono passare prima dalle emozioni e dalle intuizioni che dalla testa. Ed è stato proprio l’autore di questo passo a insegnarmelo. E’ un altro scrittore, anch’esso di fantascienza, che v’invito caldamente a conoscere. Come per Philiph Dick anche senza di lui il mondo (e non solo quello della letteratura) sarebbe più povero. Sto parlando di C. Simak, (1904-1988) e il brano che avete appena letto è tratto da “L’anello intorno al sole” del 1953. Chiusa la serranda del garage (devo dirvi che ormai mi sento proprio a casa mia qua dentro) ho pensato di metter giù qualche riga.
Sono diversi giorni queste parole mi girano nelle vene prima che nel cervello. Ho imparato infatti che le cose devono passare prima dalle emozioni e dalle intuizioni che dalla testa. Ed è stato proprio l’autore di questo passo a insegnarmelo. E’ un altro scrittore, anch’esso di fantascienza, che v’invito caldamente a conoscere. Come per Philiph Dick anche senza di lui il mondo (e non solo quello della letteratura) sarebbe più povero. Sto parlando di C. Simak, (1904-1988) e il brano che avete appena letto è tratto da “L’anello intorno al sole” del 1953. Chiusa la serranda del garage (devo dirvi che ormai mi sento proprio a casa mia qua dentro) ho pensato di metter giù qualche riga.In effetti la situazione descritta da Simak non ha bisogno di commenti. Potremmo, anzi, mettere essa stessa proprio come commento di una qualsiasi notizia di guerra, violenza e quotidiani soprusi che ascoltiamo nei talk show governativi che continuiamo a chimare telegiornali. Non è pessimismo (a meno che non sia pessimismo fotografare una realtà) perché comunque sto imparando che, come nel Tao e nella mentalità orientale in generale, quando si raggiunge la pienezza di qualcosa - nel bene come nel male - si ricomincia sempre da capo, come dopo la notte viene sempre il giorno, dopo l'autunno l'inverno ecc.. Oggi noi viviamo (almeno così mi sembra) nella realtà del brano di Simak. Abbiamo però il diritto di sapere che se da un seme nasce un albero, è vero che questo prima o poi morirà; ma è anche vero che basta anche un suo solo virgulto per farlo rinascere più alto e forte di prima. Il fatto è che dobbiamo avere il coraggio di guardare con i nostri occhi e pensare con la nostra testa quando ci troviamo davanti alla realtà in cui viviamo tutti i giorni e dobbiamo darci una spiegazione, farcene una ragione. Come scrive Francesco Guccini "il rivoluzionario, quando è vero, è guidato da un vero sentimento d'amore". Oggi le parole 'amore' e 'rivoluzione' sono desuete oppure addirittura messe in contrapposizione da certa cultura (o meglio sociologiume) che si richiama alle teocrazie vaticana e islamica. Eppure se si vuole una 'rivoluzione' (come cambiamento anche repentino di uno status quo) è proprio per 'amore' di qualcosa che ci sta a cuore.
Vi lascio con i 5 principi del Reiki, disciplina di guarigione spirituale e fisica che vi invito a conoscere e, magari, approfondire.
Solo per oggi
1. non essere arrabbiato
2. non ti preoccupare
3. sii grato
4. si onesto con te stesso e lavora con impegno
5. sii rispettoso verso gli altri.
TIM
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