Jiddu Krishnamurti (1895-1986) è una figura molto controversa nel panorama spirituale del secolo scorso. Da alcuni è visto come l'ultimo dei grandi inziati, da altri come un grande millantatore.
Io personalmente lo considero come un uomo che per tutta la vita ha cercato di rispondere alle domande che tutti ci poniamo sulla realtà, la vita, il bisogno di assoluto, la ricerca della felicità. E che, soprattutto, ha avuto la capacità di divulgare in modo semplice e diretto le sue riflessioni. Poi si può essere in accordo o disaccordo con lui, ma bisogna dargli atto che ci ha provato.
Le sue capacità intelletuali e spirituali furono scoperte da alcuni aderenti alla Società Teosofica e proprio grazie all'allora presidente della stessa organizzazione, Annie Besant, ebbe l'opportunità da subito di cominciare a girare il mondo a tenere conferenze, incontrare persone e gruppi di ricercatori spirtuali e semplici credenti. Questa sua attività (anche una volta uscito dalla Soc. Teosofica per ovvie divergenze riguardo i riti liturgici che vi si celebravano e sul concetto di autorità) continuò fino alla sua morte, anche grazie ai cospicui finanziamenti che le sue fondazioni ricevevano.
Il punto su cui Krishanmurti insisteva maggiormente era questo: non c'è progresso vero se non c'è cambiamento. L'uomo nasce ed è condizionato per tutta la vita da strutture personali e della società, e può progredire solo se se ne libera. Perciò predicava la liberazione dell'uomo dalle paure, dai condizionamenti, dalla
sottomissione all'autorità, dall'accettazione passiva di qualsiasi dogma, anche da quello che poteva nascere dai suoi stessi insegnamenti.
Come Socrate, voleva incontrare personalmente la gente per capire cosa veramente pensassero e come vivessero la propria condizione umana.
Ora lascio la parola a lui (il brano è preso da qui) proprio su un tema per me fondamentale: far uscire gli uomini dalle gabbie che sono state create per addomesticarlo.
Ci si può convertire da una fede all’altra, si può passare da un dogma all’altro, ma non ci si può convertire alla comprensione della realtà.Credere non è realtà.Possiamo cambiare le nostre idee, cambiare opinione, ma la verità, Dio, non sono una convinzione: sono un’esperienza che non si basa su nessuna fede o dogma, nemmeno su nessuna precedente esperienza. Se abbiamo avuto un’esperienza nata dalla fede, la nostra esperienza è il riflesso condizionato di quella fede. Se avete un’esperienza inaspettatamente, spontaneamente, e costruite altre esperienze sulla prima, allora l’esperienza non è che la continuazione del ricordo che risponde al contatto col presente. Il ricordo è sempre morto, viene in essere soltanto in contatto col presente vivo.
La conversione è un cambiamento da una fede, o dogma, a un’altra, da una cerimonia a un’altra più edificante, e non apre la porta alla realtà. Anzi, una cerimonia edificante è un ostacolo alla realtà. Eppure è proprio questo ciò che le religioni organizzate e i gruppi religiosi tentano di fare: convertirvi a un dogma più o meno ragionevole, a superstizioni o speranze più o meno ragionevoli. Vi offrono una gabbia migliore. Essa può, o non può essere comoda, ciò dipende dal vostro temperamento, ma è sempre una prigione.
Nello spirito di questo nuovo corso del blog, sarei felicissimo se, oltre a commentare, qualcuno volesse approfondire la figura di questo personaggio o il suo pensiero, proponendo una propria riflessione in proposito, che pubblicherò volentieri come guest post. L'indirizzo a cui contattarmi lo trovate in alto a destra nel blogroll (o qui).
Tim / Juan Segundo