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venerdì 11 gennaio 2013

Il gioco della... crisi

Questo post nasce come ampliamento del precedente, anzi più che altro come risposta ai diversi commenti arrivati, anche a quelli su Twoorty. Tutto era venuto fuori da una semplice idea: la crisi non ha portato solo svantaggi.
In fondo tutti noi abbiamo detto sin dall'inizio che anche se il 21 dicembre non avrebbe portato la fine del mondo, sicuramente un cambiamento ci sarebbe stato.
Ora non voglio dire che tutto quello che sta succedendo sia colpa dei Maya, di Berlusconi o delle banche americane e dei loro intrallazzi. Non ne capisco molto di queste cose; io so solo che non gira più una lira (e non fate la battuta che sono più di 10 anni che abbiamo l'euro!).
Voglio partire da un'osservazione dell'amico Simone M. presa da uno dei suoi commenti:
il cerchio si stringe e sempre più persone saranno insoddisfatte
E dal mio commento... al commento:
Hai centrato il problema: "il cerchio si stringe e sempre più persone saranno insoddisfatte". Le persone saranno insoddisfatte non perché non hanno il cellulare, ma perché non hanno quello ipertecnologico che ti avvisa quando c'è da togliere la lasagna dal forno o la bistecca dal fuoco ... Se faccio il rappresentante e non mi posso permettere un'auto che mi sia d'aiuto nel mio lavoro, è un problema non avere i soldi per comprarla. Ma se l'auto che voglio è un mercedes da 80mila euro che farebbe schiattare di rabbia il vicino e non posso permettermelo, se permetti è solo un bisogno inesistente.
Come dicevo, Simone ha centrato il problema: la società ci ha riempito di bisogni non solo falsi, ma anche inutili e dannosi.
È vero che dovremmo chiederci: chi è la società? non siamo forse noi? certamente! anche noi siamo la società, e proprio per questo dovremmo vigilare che, coloro che hanno all'interno di essa un peso maggiore del nostro, non prendano il sopravvento, non indirizzino le nostre scelte a loro profitto, ecc. ecc. Ma non è questo il discorso che qui voglio fare, anche perché sarebbe troppo vasto e io non sono così preparato da poterne discuterne con voi. E potremmo cadere in tesi complottiste che ci porterebbero lontano. 
La mia tesi è molto semplice, invece: aver perso in questi anni certezze e punti di riferimento (ad esempio il posto fisso; uno standard di vita tranquillo -ma io direi: a(da)giato) ci ha dato la possibilità di ripensare tutto l'impianto della nostra società. Ma soprattutto di rivedere i nostri punti di riferimento, quelli personali e intimi. 
È come se il fracasso provocato dal crollo attorno a noi dell'economia e della vita sociale, ci abbia svegliato.
E se molti, ad esempio, si lamentano (sentito personalmente!) che non riescono più ad andare al ristorante con gli amici 2-3 volte la settimana, ma devono accontentarsi del solo sabato, ci sono anche di quelli che stanno riscoprendo il fatto che per stare insieme ci si può anche riunire a casa di qualcuno. Ci sono quelli che dovendo lasciare a casa la macchina, per andare al lavoro hanno scoperto la bici o i mezzi pubblici e, con essi, tutto un mondo attorno che non conoscevano.
È vero, non è tutto così idilliaco, ma a me preme mettere in evidenza le opportunità che abbiamo.
Molti di noi in questo momento, forse sono costretti a scelte che sono limitative rispetto a qualche anno fa. Ma chiediamoci: veramente quello che facevo (o come lo facevo) prima era un bene per me? Di quante di quelle cose avevo realmente bisogno, se ora, magari, non ci sono più e vivo ugualmente? Cosa significa, alla luce di questo, vivere bene? Di quante e quali cose ho bisogno per vivere bene?
Potremmo fare un gioco: sederci a tavolino, con carta e penna, e tracciare sul foglio bianco una linea centrale, scrivendo da una parte le cose che finora ho considerato un bene per me e dall'altra quelle che ho creduto nocive o non buone. Rispondere sinceramente potrebbe aiutarmi a capire non solo ciò di cui ho bisogno veramente, ma anche di cosa ho riempito finora la mia vita, che indirizzo gli ho dato.
Infatti non perché una cosa esiste, vuol dire che sia buona/utile/vantaggiosa. Esiste la cocaina, ma non è una cosa buona né utile. E anche quando una cosa è buona può non essere usata in maniera utile e vantaggiosa; pensiamo alla scoperta della scissione dell'atomo (buona di per sé) e alla bomba atomica che ne è stata una conseguenza.
Certo ci vuole coraggio a fare il giochetto di cose buone/cose cattive; specialmente perché di fronte a qualche punto potrei scontrarmi non tanto con me stesso, quanto con  l'immagine che mi sono creato tra amici e conoscenti, con ciò che ho voluto mostrare loro.
Non voglio dilungarmi più del dovuto, la mia è solo una piccola riflessione. Ma voglio chiudere con un pensiero di Enrico Berlinguer, che ho scelto non per questioni di parte politica (non in questo caso almeno), ma perché riassume perfettamente il pensiero di questo post:
... L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile… Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi granché; e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori reali. È questo che dà un senso alla vita, che dà valore a un popolo”.
TIM


martedì 8 gennaio 2013

Viva la crisi!

Grande Altan!
Forse questo piccolo post non cambierà l'idea che ci siamo fatti della crisi. Ma sono cose che mi frullano da un po' per il neurone rimasto, e volevo condividerle con voi.
Ormai sono 5 anni che una delle parole più pronunciate (a ragione o a torto) è crisi.
Abbiamo avuto un governo per gestire la crisi che ha finito per farci cadere ancora più a capofitto; e parlo di quello Berlusconi. E un governo nato per tirarci fuori dalla crisi in cui ci aveva gettato il precedente che doveva, invece, tirarcene fuori; e parlo di quello tecnico. Su quest'ultimo non saprei cosa dire: un anno di legislatura non può essere un periodo sufficiente per dare un giudizio.
Pur senza voler sminuire gli effetti nefasti della crisi (disoccupazione, famiglie sul lastrico, ecc.) quello che penso io, però, è che in qualche modo tutto questo ci ha fatto bene.
I TG, i giornali, le inchieste, sono pieni di esperti che continuano a dirci
* che i consumi si sono ridotti;
* che la gente ha cominciato a non gettare più via la roba appena comprata o poco usata o a comprare solo quello di cui effettivamente ha bisogno;
* che anche nei consumi alimentari si sta imparando a riciclare quello che resta dal pranzo o dal giorno prima;
* che si sta facendo sempre più spesso a meno dei prodotto pronti e si pensa di più a cucinare prodotti freschi;
* che moltissimi hanno cominciato a fare il pane in casa;
* che si privilegiano i prodotti del mercatino sotto casa o del contadino fuori porta;
* che moltissimi hanno cominciato a lasciare a casa l'auto e ad andare a piedi o ad usare la bici e i mezzi pubblici.
Sembra di leggere gli spot pubblicitari di certe agenzie o associazioni di consumatori che fino a qualche anno fa cercavano di farci vivere e consumare in maniera più consapevole e con meno sprechi.
E allora? Doveva arrivare la crisi per farci aprire gli occhi?
Certo, chi ha cominciato adesso non lo fa perché ha preso coscienza che un altro modo di vivere è possibile, ci mancherebbe; ma è un primo passo.
Se la gente, anche per Natale, ha comprato sempre meno gadget spesso inutili e ha puntato, ad esempio, sull'abbigliamento (che va sempre bene) non è un dato negativo. Può essere un male per chi il gadget lo vende e lo produce, ma non per chi lo riceve.
Quando ero bambino i regali natalizi dei genitori e degli zii erano sempre gli stessi: maglie, maglioni, biancheria intima, scarpe, libri. Poi c'era il giocattolo dei nonni; ed era una festa.
Ci stiamo liberando di moltissime cose che erano solo prodotti di bisogni indotti e stiamo cominciando a ragionare in base a ciò che ci è veramente necessario.
E magari tutto questo potrebbe farci scattare un lumicino in testa che ci fa vedere la realtà da un altro punto di vista.
Ma... parere personale, eh!

TIM

martedì 8 maggio 2012

Tempi di mangiatura alta

ATTENZIONE! Questo post non vuol dare alcun giudizio morale sui singoli protagonisti delle storie di cui si parla, ma solo evidenziare ed analizzare, dal mio punto di vista e in modo anche provocatorio, una situazione.
qui
La cronaca dei primi mesi di quest'anno ha prodotto, tra l'altro, la spaventosa ecatombe di persone che si sono suicidate per motivi i più svariati, ma comunque legati alla crisi economica. Secondo la CGIA di Mestre siamo a 34, 12 solo in Veneto.
(Aggiornamento dell'ultim'ora: altri due suicidi)
Come ho detto in apertura, non voglio entrare nelle singole vicende, né dare un giudizio morale o religioso sui singoli protagonisti. Io non sono tra quelli che credono che la vita venga da un dio e a lui bisogna rendere conto. Ognuno è libero e perciò arbitro della propria esistenza; se vuole metter fine alla sua vita, lo faccia pure e per i motivi che crede. E non voglio neanche parlare della responsabilità che le persone si prendono coscientemente verso gli altri nel momento in cui si sposano o mettono al mondo dei figli.
La mia riflessione parte da un'osservazione: ci si uccide (o si mettono in atto azioni eclatanti, vedi il signore che si è asserragliato nell'Agenzia delle Entrate di Bergamo) perché non si riesce a far fronte ad impegni di natura economica, che siano il pagare le tasse, l'essere in difficoltà finanziaria, l'aver fatto cattivi investimenti ed essersi trovato sul lastrico, il vedersi ridotto l'orario lavorativo, ecc. .
Ma, mi sembra, da che mondo è mondo, la gente si è trovata in queste situazioni. Tutti quelli che, anche solo in Italia, hanno vissuto nel dopoguerra, si sono trovati a dover materialmente ricostruire tutto un mondo, umano e sociale, in mezzo alle macerie. Andando in giro per il mondo penso ai casi estremi della favellas brasiliane o di tutti i cosiddetti buchi del culo della terra, in cui la vita vale poco o niente perché si vive nella miseria più assoluta. O ai posti dove nascono bambini che non vedranno mai una vasca piena d'acqua (e senza l'idromassaggio!) per potersi lavare o una bottiglia di acqua altissima purissima Levissima da cui poter bere.
Mi rendo conto di aver estremizzato eccessivamente, ma quello che mi preme far notare è che queste situazioni italiane nascono, secondo me, da un fatto ben preciso: non siamo più abituati a vivere non dico nella povertà, ma nella semplice mancanza di cose che per noi sembrano essenziali e forse non lo sono.
I meridionali che negli anni '50-'60 hanno preso la valigia di cartone e sono arrivati al nord, possedevano solo quella valigia, e qualcuno un indirizzo a cui andare a bussare per chiedere una stanza. E tutti avevano, a sentire i racconti di quelle persone che conosco e che ancora sono in vita, la certezza che sarebbe stata dura cominciare da zero, ma che bisognava rimboccarsi le maniche: miseria avevano lasciato e miseria avevano trovato, ma da quella miseria bisognava venir fuori. 
Oggi possiamo dire che c'è la crisi, che ci sono troppe tasse, che si arriva a mala pena a fine mese, che c'è tanta gente che ricorre sempre più spesso alla caritas. Ma non siamo nella miseria più assoluta e non ho ancora sentito di suicidi tra quelli che vanno a chiedere dignitosamente un pasto caldo in qualche ricovero per bisognosi. Con ciò non voglio dire che dobbiamo arrivare a dover andare a mangiare tutti alla caritas, non sarebbe giusto perché vorrebbe dire che lo stato ha fallito completamente; e questa non mi sembra la nostra realtà.
Per semplificare il mio pensiero, faccio un esempio:
Ho un amico che ha un ottimo stipendio, vive in una zona residenziale di ***, conduce una vita normale, senza eccessi, vacanze alle Maldive né auto di lusso, ma ha un tenore di vita  adeguato all'ambiente in cui vive e lavora. Mi confidava tempo fa che col suo stipendio e quello della moglie ormai (dovendo pagare anche il mutuo per la casa) riescono a mala pena ad arrivare alla fine del mese e, per non far mancare ai figli lo stile di vita tenuto finora, si vedeva costretto ad arrotondare con lavori di consulenza fatti nei fine settimana. Eppure i figli, tutti e due oltre i vent'anni, non sono ragazzi pretenziosi, non hanno mai voluto un'auto solo per sé, non vestono firmato. Ma hanno la tessera della palestra, del campo di calcetto e del tennis, qualche abbonamento a riviste, qualche week end con gli amici; tutte cose normalissime. Eppure il mio amico ha deciso di sobbarcarsi di altro lavoro pur di non dover dire ai figli: non ce la facciamo, dobbiamo tagliare qualche spesa. Cosa ammirabilissima, ma che esemplifica quello che dicevo: si fa di tutto pur di conservare un certo tenore di vita, seppur non elevatissimo.
Penso che finora abbiamo vissuto da ricchi in un paese che in realtà non lo era; ed ora che la bolla è scoppiata e il giocattolo si è rotto, non sappiamo confrontarci con la realtà. Perché ci hanno insegnato che se non hai Premium non puoi ricevere gli amici a casa e passare una serata; se non spendi più di una certa cifra per avere il SUV, non sei nessuno; se non hai addosso un certo profumo non cucchi neanche a pagare; se... fate un po' voi.
Non è un caso, secondo me, che su 34 persone morte ben 12 siano del Veneto, quello che una volta era chiamato l'opulento est d'Italia.
La crisi (a proposito: in cinese l'ideogramma che rappresenta questa parola è uguale a quello che significa opportunità; e in greco la parola ha anche il significato di discernimento) ha messo in luce, a mio modo di vedere, tutte le falle del nostro modo di vivere al di sopra delle nostre possibilità. E spesso la colpa è proprio di quella generazione (anche la mia) che è ripartita da zero e ha avuto un solo motto: ai miei figli non deve mancare quello che è mancato a me!
Chiediamoci quante cose di quelle che facciamo o abbiamo sono effettivamente indispensabili, anche se ce le possiamo permettere.
Se poi non ho neanche di che comprare i libri ai figli e devo ricorrere all'assistenza dello stato o del comune, è proprio indispensabile andare allo stadio tutte le domeniche o fare l'abbonamento a Sky? O devo per forza cambiare l'auto ogni anno o il telefonino ogni 6 mesi perché tanto c'è il leasing? E faccio esempi concreti di persone che conosco direttamente.
C'è un modo di dire dalle mie parti, che traduco in italiano: avere la mangiatura bassa. In questo caso si parla di mucche, alle quali viene messo il fieno a terra, in basso appunto, e hanno quindi la possibilità di mangiare quanto vogliono e comodamente, col rischio anche di fare indigestione. Quando invece il fieno viene messo ad una certa altezza, la mucca è costretta ad alzare il collo per arrivare al cibo e mangerà quello che effettivamente gli serve.
Riportato agli umani, il detto potrebbe avere questo significato: quando si ha tutto e facilmente (la magiatura bassa) si corre il rischio di ritrovarsi, in tempi di magra, di mangiatura alta, a morire di fame solo perché non si vuol fare uno sforzo ed ingegnarsi a risolvere la situazione e di adattarsi alla situazione.


TIM





mercoledì 21 settembre 2011

Valori da buttare

qui
Ecco un esempio di un'Italia da buttare, di un'Italia bigotta, che ha fatto crescere generazioni con la convinzione che l'apparenza serva più della sostanza; che Dio, Patria, Famiglia sia ancora lo slogan del progresso (che forse nessuno se ne frega di cosa possano significare quelle tre parole, ma uno straccio di slogan bisogna pure avercelo); che il papa col suo codazzo ammuffito e maleodorante (sto generalizzando) possano dettare la politica di uno stato (vedi, per esempio le non-leggi sull'eutanasia, il testamento biologico, ecc.).
L'esempio di un'Italia dove l'uomo è un numero (tessera sanitaria, codice fiscale, tessera di partito o di sindacato, elettorale...) come sono numeri i litri di benzina consumati dal tale modello di auto o gli spettatori del talk show del sabato sera: servono solo a capire se si può vendere di più e come.
Siamo diventati un esperimento, cavie di un mercato che ha inglobato menti e coscienze, ha obnubilato passioni (non quelle sportive!) e dove l'amore è solo la trama di una brutta fiction. Dove tutto è stato falsificato.
Dove chi cerca di tenersi a galla è chiamato disfattista perché si permette di blaterare contro le persone perbene che guidano questo paese, contro chi costruisce (?) invece di demolire; che si prende la licenza di far finta di non vedere le opere di volontariato che sono le colonne portanti di questa società caritatevole e misericordiosa (e meno male che ci sono, perché se aspettavamo lo stato!?).
L'esempio di un'Italia di chi non ammette che si possa dire impunemente che i giovani che vanno in discoteca cercano solo di sballarsi anche solo perché ascoltano la musica a volume impossibile e che se questa è la gioventù (o quella delle curve calcistiche, o quella degli aperitivi a oltranza tutte le sere, o quella... ), ho paura di pensare che un domani quello possa essere il mio medico o il mio avvocato.
Gramsci annotava che scrivere la storia di un partito politico non è raccontare di quel segretario o elencare tutti i suoi congressi o riportare i voti ricevuti nelle varie elezioni. Scrivere la storia di un partito politico, diceva, vuol dire raccontare da quale istanza, da quale classe sociale è nata l'esigenza di riunirsi e, insieme, darsi un nome e un simbolo.
Mi chiedo (e vi chiedo): quale dei nostri attuali partiti può dire di essere nato perché l'ha voluto la gente? O, di più: c'è ancora gente che vorrebbe riunirsi e darsi un nome e un simbolo?
Se qualcuno c'è, ne ha voglia ancora, forse si può abbattere l'Italia che non ha permesso alla signora Rossana Podestà di restare accanto al suo uomo fino a vederlo chiudere gli occhi per sempre.

TIM

martedì 20 settembre 2011

Quanto lontano possiamo ancora guardare?

qui
Voi non riuscite a vedere (tramite questo post) gli occhi di un disoccupato che viene nel mio negozio a fare il fax con il curriculum per una richiesta di lavoro.
Io sì. E tutti i giorni. I suoi e quelli di tanti come lui.
Sono occhi tristi, vuoti, degni di un racconto di Altieri sulla fine della civiltà; occhi di chi non guarda più l'orizzonte, ma si accontenta di sbirciare a due tre-passi dai propri piedi. La differenza è che i personaggi di Altieri nascono, vivono e muoiono sulle pagine di un libro; dall'altra parte del mio bancone ci sono uomini e donne in carne ed ossa.
E dietro di loro, non metaforicamente, ci sono famiglie con figli (perché un disoccupato di 35-40 anni ha una famiglia, che si è costruita con sacrifici quando ancora un lavoro ce l'aveva), figli che vanno a scuola, per i quali lui deve spendere 300 euro di libri per mandarli in prima media, che lo stato ti obbliga a frequentare (giustamente), ma per la quale non ti paga i libri, né l'occorrente per studiare.
E lo stato, in fin dei conti, non si preoccupa nemmeno se sei disoccupato: l'importante è che gli fai la tua bella domandina per avere la (eventuale) disoccupazione, che non rompi molto con manifestazioni e sassate contro qualche simbolo del potere economico e finanziario, che -se riesci- ti trovi un qualche lavoro in nero, così che lui non debba pensarci più. O che mandi un fax per implorare un lavoro da qualcuno.
Lo stato ha altri problemi. Deve ripagare i debiti di bilancio, come se dire: non devo più niente a nessuno, significhi: è tutto ok.
E no, non è ok, perché anche se tu, stato, azzeri i debiti, con cosa vai avanti adesso se non c'è chi produce?
E' come se il mio disoccupato ricevesse una bella eredità che gli permettesse di saldare il mutuo, i prestiti, le bollette arretrate. Ma da oggi in avanti, come farà la spesa? Con quali soldi se non produce e non ha uno stipendio?
In settimana la Grecia deve cominciare a restituire gli interessi dei debiti fatti col mondo. E i soldi non ce li ha. E poi a ruota toccherà alla Spagna, al Portogallo, all'Irlanda, all'Italia. E se nessuno pagherà, cosa succederà? Dovremo dichiarere fallimento? Vuol dire che diventeremo proprietà di qualcun altro? E di chi? Chi c'è dietro quelli che ci hanno prestato questi soldi? Banche private, finanziarie, stati esteri,speculatori più o meno occulti? Perché io voglio sapere chi ho foraggiato finora e come andranno spesi i soldi degli interessi che gli darò.
Forse questo non interessa al mio amico disoccupato, che comunque non è un numero o un oggetto, ma ha un nome e cognome e, quando era piccolo, aveva tanti sogni da realizzare guadagnandoseli onestamente col lavoro delle proprie mani. Ha altri problemi lui, molto più impellenti.
A me invece interessa, perché un domani potrei essere al suo posto; e vorrei sapere sin da ora nelle mani di chi mi sto mettendo.
Comunque Stefania Bivone ha vinto Miss Italia. E siamo tutti più contenti. Solo che ci preoccupa l'Inter, Gasperini è in bilico e se non vince la prossima partita perde il posto (anche lui!). Chissà se lo vedrò dall'altra parte del mio bancone a fare un fax?
TIM
(Curiosità dell'ultim'ora. Ho appena fatto un fax per il saldo di un prestito fatto per finanziare... le spese di un funerale. Lasciamo debiti anche dopo morti.)
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