E allora, mi direte, com'è che impiastri un titolo in una specie di inglese che chissà cosa vuol dire?Ecco questa considerazione nasce, indirettamente, dall'ultimo post, quello con l'intervista a Zwe. (Piccola parentesi: in due giorni il pezzo mi ha portato, finora, più di 250 contatti! Un record per il mio garage!)
Torniamo all argomento di oggi. Avete notato i corsivi nel periodo tra parentesi? Ecco l'argomento è proprio quello: l'inglese nella nostra scrittura e nella nostra vita quotidiana.
Ho notato che i commenti ricevuti finora e quelli presenti nel blog di Zwe sono zeppi di termini e modi di dire inglese. Per carità, probabilmente sono ormai entrati nella lingua parlata di tutti e io sono l'unico ad esserne tagliato fuori, ma a me da fastidio. Non tanto il fatto di non capire quello che si dice (che poi magari sono cosa anche spiritose!), ma che per comunicare tra noi italiani usiamo termini che non sono della nostra lingua.
Posso capire i termini tecnici, mutuati direttamente e sin dall'inizio da altre lingue (come possiamo tradurre post? e record? ma già autorimessa potrebbe tranquillamente sostituire garage). Ma non capisco altre espressioni (e non parlo quindi solo di singole parole) che potrebbero avere normalmente un corrispondente italiano.
So che sicuramente qualcuno di voi se ne uscirà dicendomi: Uhe, testina, aggiornati! (immaginatelo pronunciato con inflessione alla Tino Scotti), e infatti lo sto facendo. Ho acquistato il mio bravo corso di inglese DeAgostini da 9 euro e 90 e pian piano ho cominciato la prima lezione.
Ma sta di fatto che l'uso di un idioma straniero dove non strettamente necessario mi da fastidio. Ok?
L'autarchia lessicale (si può dire così?) non deve per forza ricordare i tempi di quando c'era lui, anche perché sono 17 anni che c'è ancora lui (eh, i corsi e ricorsi storici!), ma può aiutarci a non perdere e disperdere la nostra lingua, complessa e complicata forse ma meravigliosa. E' lo stesso discorso che si fa a proposito dei dialetti: perdere una parlata locale significa far morire pian piano quella cultura, quelle tradizioni, ecc..
L'italiano, come il greco e, in certa parte, il latino, ha un'espresione per ogni cosa, per ogni sfumatura, sia nella descrizione degli oggetti che nel racconto delle azioni. Perché perdere questa ricchezza? Perché appiattire il nostro linguaggio? Anche perché, perdere un modo di esprimere una situazione, alla fine ci porterà a perdere la possibilità stessa di compierla coscientemente, quell'azione. Se parlare di qualcosa significa aver identificato l'oggetto, averlo compreso nella sua unità e unicità e saperlo perciò descrivere, arrivare invece a usare una stessa e sola espressione per esprimere cose diverse impoverisce non solo il linguaggio, ma la mia vita, il mio modo di rapportarmi al mondo, interiore ed esteriore.
Mi direte che esagero, che le cose non stanno così, che devo aprirmi al futuro, che bisogna abbandonare i provincialismi. Dite quello che volete.
Per me è meglio il "cazzone" dell'anonimo deficiente che il "WP rulez" o il "thumb down"; almeno, quello, so che vuol dire! Almeno, quello, è detto nella lingua di mia madre!
TIM