mercoledì 1 febbraio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (III)

E siamo alla terza puntata.
Abbiamo conosciuto il primo dei due personaggi che danno vita alla storia, Enzo il rapinatore, il cattivo, il senza cuore. 
Oggi entra in scena l'altro protagonista, Mario, che impareremo a conoscere, invece, come quello... beh, ve l'andate a leggere qui sotto se vi va. Che gusto c'è se vi dico tutto io! Come sempre: attenti alle date!

Capello Liquido
20.08.2001
Come direbbe Woody Allen, Mario era una di quelle persone del tipo a cui, andando avanti negli anni, si creava una piazzetta, qui, sulla testa; sempre meglio, pensava Mario, che essere di quelli che cominciano a sbavare dall’angolo della bocca e sputacchiano ogni volta che dicono qualcosa, sempre restando nel paragone del mitico Woody.
Il fatto è che Mario aveva meno di quarant’anni, i capelli ancora quasi tutti neri e nonostante tutto… una bella piazzetta qui, sulla testa. Ogni volta che andava dal barbiere chiedeva cosa poteva fare per evitare il perdurare dell’increscioso fenomeno tricotico, e Pino, il coiffeur, gli rispondeva di provare una nuova lozione, sempre appena uscita sul mercato, di quelle che pubblicizzano in TV e che fanno sicuramente bene; almeno al portafoglio dell’ingegnoso scopritore, avrebbe voluto aggiungere Mario.
Erano anni che andavano avanti così e Mario aveva pensato seriamente più di una volta di cambiare barbiere, specie da quando la piazzetta non solo stava diventando una vera e propria piazza, ma soprattutto l’allargamento della fronte verso l’alto (sempre a causa del diradamento della chioma) stava facendo sì che le due gravi insufficienze pilifere stessero per incontrarsi e fondersi con gli effetti estetici che si possono facilmente immaginare; Roberto Gervaso ne sa qualcosa.
«Ma sei sicuro che stavolta funziona?» stava chiedendo con aria poco convinta Mario al suo barbiere.
Da Pino coiffeur era il salone da barbiere più vicino a casa sua e solo per questo era stato scelto da Mario per le sue visite a scadenza mensile. Tutto nel salone richiamava alla mente gli anni sessanta, prima dell’avvento della tecnologia, dell’acciaio freddo, dei calendari ai limiti dell’adesso sì che si vede proprio tutto!
C’erano ancora i lavandini in ceramica bianca, col tubo di scarico ben visibile; i poggiatesta estraibili che fanno quel bel rumore di ferraglia con i denti che sfregano all’interno dell’apposito alloggiamento; i semplici specchi da muro senza cornici; i sedili delle poltrone in cuoio duro, con più di qualche crepa. Non aveva mai capito se questo era lo stile voluto da Pino o se semplicemente l’aveva ereditato così e aveva pensato che non era il caso di spenderci soldi in restyling. Il calendario poi, naturalmente era di quelli bianchi (pubblicità di un noto –negli anni sessanta– prodotto per capelli) con le rotelline rosse in cartone duro, seghettate ai bordi per permettere di essere girate con il polpastrello, facendo comparire la data dai riquadri laterali (VEN – logo della lozione – 15). Unico indizio che ci trovavamo nel 2001 erano i prezzi, ben in vista in una piccola bacheca tra i due specchi.
«Senti» rispose Pino, «ti ho mai dato una fregatura?»
«Negli ultimi quindici anni, sempre» con tono più rassegnato che ironico.
«Ma tu sei un caso particolare. Prendi Pasquale… »
«Non parliamo di Pasquale, per piacere» interruppe Mario. «Quando è entrato qui la prima volta, tre anni fa, aveva dei capelli da far invidia a Giulietta quando getta la treccia dal balcone a Romeo. Oggi gira sempre col basco in testa per evitare che una folata di vento gli possa portare via i cinque peli che gli sono rimasti.» E intanto sedette sulla poltrona che gli dava ogni volta di più l’impressione di quella del dentista, foriera di atroci dolori, forse non fisici ma certamente spirituali.
«Appunto, questo ti volevo dire, anche lui è un caso particolare».
«Va bene, lasciamo stare Pasquale. Cos’è quest’ultimo ritrovato?» chiese Mario.
«Capello liquido» buttò lì poco convinto il coiffeur, quasi parlando tra i denti e in attesa di una sonora risata da parte dell’altro.
«Che?!» con un’espressione tra lo stupito e l’incapiente.
«Capello liquido» riprese con più convinzione Pino.
«E cosa sarebbe?» s’incuriosì Mario, girandosi verso il barbiere con cui finora aveva dialogato attraverso lo specchio.
«Scientificamente non te lo so spiegare, ma dovrebbe essere come quando una persona è anemica e gli consigliano di mangiare molta carne che, anche se di animale, è pur sempre composta dalle stesse sostanze di cui è fatta quella dell’uomo. Così se il capello è debole, la cosa migliore da fare è nutrirlo con le stesse sostanze di un capello sano. Perciò prendono dei capelli, ovviamente robusti e in perfetta salute, li triturano o cose del genere, li uniscono ad altre sostanze e il gioco è fatto. E quando fai lo shampoo nutri il tuo capello stanco e anemico, per così dire, con un capello in pieno vigore.»
Il figaro gongolava per la risposta che gli era uscita di bocca e che gli sembrava più che soddisfacente.
«Ed io dovrei mettermi in testa i capelli di un altro?» Certo la sorpresa per questa scoperta era grande: chi avrebbe mai immaginato lo shampoo al capello liquido?
«Non è proprio così ma… rende l’idea» rispose Pino nella speranza che l’interrogatorio non entrasse più nei particolari.
«E dove trovo questo preparato miracoloso?» chiese Mario col tono di voce rassegnato all’ultima speranza. In verità, come gli suggeriva sempre Woody il Grande, gli avrebbe voluto rispondere: ti do’ quest’ultima opportunità, poi vado a Lourdes.
(... continua... )
prima puntata
seconda puntata

TIM

martedì 31 gennaio 2012

Maestri

"Il capitale non è malvagio in sé; è il suo uso sbagliato che è malvagio. Il capitale, in una forma o un'altra, sarà sempre necessario. "


"È meglio essere violenti, se c'è violenza nei nostri cuori, piuttosto che indossare l'aureola della nonviolenza per coprire la debolezza. La violenza è sicuramente preferibile alla debolezza. C'è speranza per un uomo violento di diventare non violento. Non c'è questa speranza per i deboli."


"Non vale la pena di godere di diritti che non derivino dall'aver compiuto il proprio dovere."


"Io credo nella teoria del "diritto alla resistenza", secondo cui è legittimo – se non doveroso – che le masse popolari si ribellino alle autorità sociali e politiche, quando subiscono un'evidente e intollerabile situazione di ingiustizia."


"Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi."


Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma
(Porbandar 2 ottobre 1869 - Nuova Delhi 30 gennaio 1938)


lunedì 30 gennaio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (II)

Seconda puntata del mio Capello Liquido!
Altri e più esimi colleghi ci stanno dando in questi giorni con racconti a puntate, mini ebook e chi più ne ha più ne metta. Perciò, pur non azzardando a mettermi sul loro livello, penso  che più carne c'è al fuoco e meglio è per tutti.
Ma prima devo chiedere scusa all'amico Ariano, perché la scorsa volta non ho reso merito al suo lavoro sul racconto. Come sempre, infatti, c'è il suo zampino di editor in quello che state leggendo, poiché Capello Liquido, come vi avevo detto, era stato scelto per partecipare alla  Collana Gemini, e quindi era prima passato dalle sue mani.
Dato ad Ariano quel che è di Ariano, ecco a voi la seconda puntata delle avventure di... eh già, ancora non si sa niente della storia, visto che la scorsa volta era solo un'overture. Perciò non metto tempo in mezzo e pubblico.
Sento già che Isaac Asimov sta tremando (o si sta rivoltando nella tomba? dal rumore non si capisce... ), perciò buona lettura!



23.03.2001 (al mattino)
Era proprio in ritardo.
Per Mario essere in ritardo era uno dei peccati più gravi, non verso gli altri, ma verso se stesso.
Già si vedeva entrare in banca, guardare desolato le panche d’attesa già piene, con persone anche in piedi e solo due impiegati agli sportelli. La mattinata era praticamente andata.
Probabilmente non era così, ma tutto il percorso da casa alla banca (fatto rigorosamente a piedi, perché trovare un parcheggio nelle vicinanze era come vincere un terno al lotto) l’aveva trascorso ad immaginare questi scenari allucinanti. D’altra parte erano già (guardò il suo Seiko con la ghiera blu e i giorni del datario che venivano fuori da una corona all’interno dell’orologio)... le 8.35, le porte erano state aperte da dieci minuti e sicuramente oggi c’era qualche pagamento particolare per cui mezza città si sarebbe riversata in banca.
Entrando attraverso le porte scorrevoli della cabina d’ingresso cercò di non guardare verso l’interno, ma un’occhiata dovette darla per forza: non male alla fin fine, e calcolò un quarto d’ora di coda. Dalla distributrice posta a sinistra prese il suo numerino: 64, tempo d’attesa: 10 minuti circa. Guardò istintivamente il display in fondo alla sala, quello che indicava quale numero si stava servendo in quel momento, e la sua ansia ebbe un attimo di sosta: 57. La previsione della macchinetta eliminacode doveva essere quasi esatta.
Sedette e riprese, purtroppo, a far funzionare il cervello: speriamo che non ci sia un operatore–lumaca, o la solita cinquantenne che scambia lo sportello della banca per la sedia della manicure e sente il bisogno di riassumere l’ultimo mese di vita condominiale; a partire dalla colecisti del maggiore Buffalino, fino alla bocciatura in diritto civile della figlia della separata del primo piano; ma si sa che questi ragazzi che rientrano tutte le notti alle due, le tre, senza sapere chi frequentano… e quella povera madre che fa i salti mortali per farla studiare perché l’ex marito non vuole sganciare una lira per l’università…
Intanto nell’aria si era sparso nuovamente il dlong dal display e il numero era diventato 60. Mario guardò per l’ennesima volta il suo tagliandino, quasi nella speranza che qualche gnomo gliel’avesse cambiato mentre lui era distratto e che ora fosse diventato, che so, 62. Era sempre 64, però ormai c’eravamo quasi e c’era sempre la possibilità che il 61 o il 62 avessero rinunciato decidendo di ripassare più tardi.
Dlong: 61. Dlong: 62.
In quel momento entrò la guardia giurata che era fuori a sorveglianza dell’ingresso. Evidentemente, pensò Mario osservando attentamente l’espressione sofferente dell’uomo, aveva urgente bisogno di un bagno.
Dlong: 63 (sportello 5).
Vide il signore dello sportello 3 (il 62) salutare il cassiere e capì che stava per suonare nuovamente il campanello, questa volta per chiamare lui. Estrasse dalla borsa i suoi documenti, si alzò e si avviò verso la cassa.
Colse il gesto della mano del cassiere che premeva il pulsante per chiamare il prossimo cliente. Ma stranamente il suono che si udì non fu quello dal display, ma una serie di colpi secchi, a raffica, provenienti dalla porta d’ingresso. Mario si girò di scatto verso quel punto, insieme a tutti i clienti e il personale della banca, e tra le urla di tutti i presenti vide due uomini incappucciati armati di mitra che sparavano contro il soffitto. Finita la scarica, uno dei due rimase vicino alla porta puntando l’arma che aveva in mano verso la sala, mentre l’altro si era avvicinato allo sportello più vicino.
«Fate tutti silenzio. Se nessuno si muove e ci date i soldi, facciamo in fretta e ce ne andiamo subito» urlò da sotto il passamontagna quello che era rimasto a guardia dei presenti, che ubbidirono per quel che potevano: si fece un silenzio assoluto.
L’altro si fermò davanti alla cassa 1, la più vicina.
«Dai sbrigati, non hai sentito il mio amico, caccia fuori le mazzette, i tuoi e quelli dei tuoi colleghi, e mettili in questo sacco» e glielo porse, «e niente scherzi, il mio amico è un tipo con poca pazienza. Vero socio?» – disse rivolto all’altro.
Il quale per tutta risposta esplose un’altra scarica verso il muro di fronte, facendo saltare tutti i manifesti, l’orologio e il display.
Il cassiere era rimasto immobile, incapace di fare qualsiasi cosa.
«Che c’è, vuoi fare il furbo? Non hai capito che facciamo sul serio» gli gridò il rapinatore dall’altra parte del vetro. Poi si girò verso il compare: «Fai vedere al signore cosa succede se non si sbriga.»
L’altro prese per il braccio il cliente più vicino, proprio di fianco a Mario, lo tirò verso la porta, gli ordinò di mettersi per terra, quindi gli puntò il mitra alla testa ed esplose un solo colpo. Chi dei presenti aveva avuto il fegato di guardare, vide la testa dell’uomo esplodere e il resto del corpo ricadere giù, senza un solo lamento.
Mario aveva avuto il tempo di voltarsi dall’altra parte e non vide gli schizzi di sangue arrivare sino ai vetri degli sportelli vicini, ma udì solo l’urlo isterico di una donna nel silenzio generale.
Il cassiere continuava a rimanere immobile. Il suo collega più vicino capì che l’altro non avrebbe mai avuto la forza di fare un gesto, perciò gli si avvicinò, lo strattonò per cacciarlo dallo sportello, e prese il sacco dalle mani del rapinatore. Svuotò il cassetto col denaro, poi passò dagli altri sportelli e prese a fare lo stesso.
Fu in quell’istante che la guardia giurata rientrò in sala sbucando dal corridoio che si apriva a destra del rapinatore rimasto sulla porta. Come si dice sempre nei libri gialli, fu questione di pochi istanti: la guardia estrasse la pistola e quasi contemporaneamente il bandito si girò verso di lui, attirato dal rumore della corsa in avvicinamento dell’altro. Questa volta però, diversamente dai libri gialli e dalla realtà, fu la guardia ad essere più veloce e colpì l’uomo incappucciato prima alla spalla destra e poi ad una gamba. Pur se colpito al braccio con cui teneva la pistola, il rapinatore esplose alcuni colpi verso il sorvegliante, ma mancò il bersaglio di molto. L’arma gli cadde di mano, gli urtò contro la gamba e volò distante da lui.
Intanto l’altro rapinatore aveva già afferrato la situazione di pericolo, aveva strappato dalle mani del cassiere il sacco con i denari e stava scappando verso la porta.
La guardia sparò anche a lui, ma questa volta fu colpita da una raffica ad altezza gambe e cadde all’indietro in una pozza di sangue.
Da terra il compare ferito vide il socio scappare e capì che per lui era finita.
«Enzo, sono qua, aiutami, non ce la faccio ad alzarmi!» gridò verso l’amico che stava già sparando contro il vetro della porta girevole per aprirsi una via di fuga.
L’uomo che era stato chiamato Enzo doveva avere molta esperienza di situazioni critiche, perché si girò un attimo verso di lui e capì che c’era poco da fare per aiutarlo, e che anzi fermarsi a soccorrerlo significava rischiare di essere preso. Capì anche che se l’altro l’aveva chiamato per nome in quel momento, non doveva essere tanto svelto da capire che era meglio non dire altro una volta catturato. Perciò era meglio se ci pensava lui a evitare che parlasse. Puntò la canna del mitra contro l’uomo a terra ed esplose una raffica.
Mario vide per la seconda volta in vita sua (e nella stessa mattinata) un essere umano morire ammazzato.

(Qui la prima puntata.)


TIM

sabato 28 gennaio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (I)

In attesa di riprendere le normali trasmissioni, ho pensato di venire incontro alla vostra astinenza forzata dalla lettura del mio blog proponendovi un terzo racconto a puntate. In verità si tratta di un testo che doveva essere inserito nella collana Gemini della Pyra Edizioni , ma tutti sappiamo, purtroppo, com'è andata a finire.
Naturalmente leggendolo dovete tenere conto che è stato scritto una decina di anni fa circa, come gli altri due che l'hanno preceduto. E' un racconto abbastanza lungo (circa 8mila parole) e strano nel suo genere, perché bisogna fare molta attenzione alle date dei vari capitoli (e il fatto di essere pubblicato a puntate forse non faciliterà la cosa, ma darà più pepe alla lettura); il buon Glauco, il curatore della Collana, l'aveva definito, se non erro, un racconto time traveling, che non so di preciso cosa significa, ma mi piace! Volete mettere poter dire davanti ad una squinzia che ti chiede: cosa hai fatto finora nella vita?: ho scritto un racconto time traveling!
Questa di oggi è solo l'introduzione al racconto, dove non si dice ancora nulla sulla trama e i personaggi, ma a quei tempi mettevo sempre un preambolo a quello che scrivevo, e spesso era più bello del racconto in sé (ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirmelo).
Vi lasciò, perciò, all'introduzione di

CAPELLO LIQUIDO

OUVERTURE
Ci sono quelli che affermano che ciò che vado scrivendo è solo frutto di una mente molto contorta; altri invece dicono che sono storie troppo lugubri, crude, che vanno a finire male, con troppo sangue, ecc. ecc..
Forse hanno anche ragione.
Però io mi ricordo mia nonna che mi raccontava…
Mia nonna era la caratteristica nonna, quella che tutti sognano di avere, quella che si vede in tutti i film anni '50/'60 con storie sul Natale: paffuta, con i capelli bianchi, i modi sempre gentili e pazienti, quel suo modo di camminare simile ad una mamma oca che guida la sua nidiata verso l’acqua. La ricordo mentre impasta sul tavolo di marmo lo zucchero appena colato dalla pentola dove si era caramellato al punto giusto; e la rivedo mentre con colpi sapienti di coltello e spatola tira fuori tanti bei lingotti che, sapientemente miscelati con aromi alla frutta, al cioccolato e alla vaniglia, diventavano squisite merende per noi nipoti.
E quando non aveva tempo e voglia di mettersi ai fornelli, era la volta del portamonete da dove tirava fuori cinque lire per ciascuno di noi quattro: era esattamente la cifra per comprare un ghiacciolo (erano altri tempi!) alla latteria dietro casa. E se non era il ghiacciolo, d’inverno era una bella manciata di mentine e liquirizia che la negoziante prelevava direttamente dalle enormi bocce in vetro piene di caramelle e dolciumi che presidiavano il bancone.
Ricordo il Natale in cui ebbi in regalo da lei un aereo a batterie, telecomandato, con le ali che si aprivano e si chiudevano, le luci rosse che lampeggiavano e i motori che rombavano come se stessero per far decollare il modellino. Fu il più bel regalo di Natale che ancora ricordo, insieme al poliziotto motociclista, sempre a batterie, che alzava il braccio per intimare l’‘Alt’ con la paletta e rombava sotto il tavolo della cucina sulle sue ruote di gomma piena al suono della sirena. Anche questo, naturalmente, regalo della nonna, perché i nostri genitori, sapientemente, ci facevano solo doni ‘utili’: il maglione, le scarpe, mutande e magliette per tutto l’inverno. Erano altri tempi, l’ho già detto, e la carenza di moneta era sopperita dall’abbondanza di saggezza.
Ebbene, mia nonna mi raccontava quasi tutti i giorni una favola; e vi posso assicurare che, per esempio, quella di Cappuccetto Rosso pur variando spesso (una volta c’era un bosco di pini, un’altra erano querce, una volta la casina si trovava al centro del bosco, un’altra era in riva al laghetto…) aveva sempre alcuni elementi stabili.
Vediamo se ricordo bene la trama: una bambina indifesa, la tipica bimba di otto–dieci anni, innocente, con una concezione rosea della vita, che non ha ancora visto né Forum né Amici, decide di andare a trovare la nonna che abita proprio al centro di un bosco (in questa versione). E così, col suo panierino appeso al braccio, attraversa la selva senza accorgersi di tutti i fruscii del bosco, quelli normali (che ci sono in ogni fiaba) e quelli un po’ strani (da film di Pupi Avati). Intanto un lupo decide di avere fame e, vivendo nel bosco, trova la casina della nonnina, entra e sbrana la progenitrice; immaginate le sue fauci che dilaniano le flaccide carni della vecchina, il sangue che cola dalla sua bocca, ecc. ecc.. Non sazio, ha una premonizione e capisce che sta arrivando la nipotina: carne fresca, non ancora contaminata dalle tossine delle arrabbiature della vita, begli ossicini da spolpare e sgranocchiare. Così si mette i vestiti della nonna e si corica nel suo letto. L’innocente bimba giunge e si accorge subito che qualcosa non va: è possibile che la nonnina sia così peggiorata di salute negli ultimi giorni da essere irriconoscibile con quei dentacci, tutto quel pelo nero, quelle unghie? La fanciullina, che è innocente ma non è scema, corre fuori e, poiché la storia sta per finire e non c’è molto tempo, incontra subito un cacciatore, il quale entra, punta immediatamente il fucile contro il lupo e lo colpisce in pieno petto, con un sol colpo, aprendoglielo letteralmente. Anche qui: sangue dappertutto nella stanza, schizzi anche sul vestitino della bambina (ma, essendo rosso, non si nota molto); evidentemente il buon uomo usa pallottole esplodenti, come gli sceriffi delle sperdute contee americane, con armi fuori ordinanza, emuli di Charles Bronson, vendicatori sempre a caccia di banditi e rapinatori. Non contento di questo, al culmine di una crisi parossistica di delirio di onnipotenza, decide di ridare la vita alla nonna della fanciulla (come mai tanto attaccamento a quella sconosciuta fanciullina indifesa?). Così estrae il suo coltello da caccia, venti centimetri e lama in acciaio seghettata, lo immerge nella pancia del lupo (o di quello che resta di lui) e fa un lungo taglio; caccia dentro la mano e tira fuori dallo stomaco dell’ormai defunto animale la nonnina, un po’ sporca di sangue ma viva e vegeta. Non accetto reclami dagli animalisti, ma la fiaba fa proprio così.
Beh, forse la mia nonnina non me la raccontava proprio così, ma vi assicuro che il senso della storia è questa, e questi sono gli elementi essenziali. (D’altronde date questa traccia a Stephen King e vedete cosa ne tira fuori: magari 640 pagine, a venti euro la copia, e ne venderà i soliti cinquecento milioni di libri.)
E vogliamo parlare delle favole di Hansel e Gretel? Di Biancaneve e i sette nani? Sarebbe troppo lungo e non è quello che ora mi interessa.
Per farla breve, la mia mente è cresciuta con le favole, dove qualcuno moriva sempre, e mai per cause naturali; e se per caso questo succedeva, era sempre una mamma che lasciava cinque poveri orfanelli. Erano storie che sapientemente aggiornate potrebbero dare a Dario Argento lo spunto per il seguito di Profondo Rosso.
E poi, ragazzi miei, io sogno le cose che scrivo, più facile di così: mi alzo al mattino, mi siedo davanti al mio computer e tac... è fatto.
Comunque, se le mie storie proprio non vi vanno, non le leggete.
La storia che vorrei raccontarvi oggi, per esempio, è composta da due normali cronache che potremmo leggere tranquillamente sul giornale o ascoltare in quei programmi televisivi del pomeriggio che riempiono le crepe della programmazione guardando dal buco della serratura dei vicini di casa, col pericolo che arrivino anche alla nostra. È mettendo insieme le due storie che nasce il patatrac, come quando metti insieme due composti chimici che da soli sono innocui, ma appena vengono in contatto esplodono. Solo un’avvertenza: attenzione alle date!

TIM

giovedì 26 gennaio 2012

Raccapricciante reportage fotografico dalla penisola italiana

Scusatemi, ma non potevo resistere al plagio del post di Alex sugli esseri un tempo ritenuti mostri leggendari.
Così sono andato per il web e ho trovato questi altri esemplari ritenuti estinti, ma rinvenuti nella penisola italica da alcune spedizioni di paleontologi negli ultimi mesi. Sono tutti molto pericolosi (e d'altra parte le foto lo dimostrano!). Anche quello che pare riposare è in realtà in atteggiamento da caccia: fa finta di essere innocuo per balzare al momento gusto al collo della vittima.
















E chiudo con quest'ultima immagine che parla da sola. Paura!!!




TIM





mercoledì 25 gennaio 2012

Post... rassicurante

... almeno per me!
qui
Non sono morto, anche se è da qualche giorno che non mi faccio più vivo sul blog. E' solo che sono alle prese con l'inventario in negozio e contare centinaia di penne, quaderni, album, migliaia di fogli e cartelle non è né semplice né rapido da fare. 
Ma vi prometto, se ancora vi interessa qualcosa, che fra qualche giorno sarò ancora dei vostri.
Se vi va date un'occhiata alle poche righe qui sotto. Sono parte di un raccontino (che non verità non era per niente programmato!) che spero di finire presto e darvi a puntate in tutto il suo splendore quanto prima.
Dunque, l'agente scelto Bellagamba e il commissario Bacone stanno devono andare a... e l'agente passa con la sua auto (dopo essersi categoricamente rifiutato di partire con la Prinz del capo) a prendere il commissario a casa. E così...

“E questa sarebbe… ”
“Certamente commissa’! cos’ha che non va?”
“Tu non sei voluto venire con la mia Prinz e mi arrivi con una Ritmo!”
“Ritmo 105 TC, 1981. Prodotta, la Ritmo, in due milioni quarantaquattromila trecentonovantatre unità. Questa ha una cilindrata di 1585 cc e cambio automatico a tre rapporti! Ah, io naturalmente ho l’alzacristalli elettrici e, come potete notare, volante a tre razze. ‘Nu gioiello!”
Bacone rimase ancora a guardare la fiammante, per via del colore rosso acceso e della lucentezza della carrozzeria, auto di Bellagamba. Poi chiese:
“Ma ce la facciamo fino a… “
“Commissa’, voi mi offendete! Con questa macchina io ci carico la famiglia e tutti gli anni vado a casa” (casa per Bellagamba era il paesino natio) “e voi dovreste vedere che figurone quando entro nella mia strada con questa macchina e parcheggio sotto al portone!”
“Va bene, Genna’. Andiamo che si fa tardi.”
I due salirono sull’auto e la Ritmo 105 TC dell’agente scelto lasciò il marciapiede davanti casa del commissario, con Bellagamba che si affacciava al finestrino per controllare che non venisse nessuno: non si era mai fidato degli specchietti retrovisori.


TIM

mercoledì 18 gennaio 2012

Ma sì! decalogo anch'io!

pensate abbia attinenza col post?

Premetto che non si parla di letteratura, lettura, scrittura e altri argomenti che finiscono in ...ura. Qui si parla di cretini, genere umanoide molto diffuso sul nostro pianeta, e di cui ognuno di noi porta almeno una scintilla vitale in sé. Qualcuno a sua insaputa, altri più coscientemente (io sono tra questi ultimi). A questa categoria, Fruttero e Lucentini dedicarono tra il 1985 e il 1992 la cosiddetta trilogia del cretino, (La prevalenza del cretino, La manutenzione del sorriso, Il ritorno del cretino).
Ora Bruno Giurato, in quest'articolo pubblicato su Lettera43, trae i migliori 10 aforismi dalla trilogia.
1. TUTTA COLPA DEL PROGRESSO.«Poco interessanti catene di cause ed effetti terapeutici, dietetici, sociali, politici, tecnologici spiegano l'esponenziale proliferazione della bêtise. Figlia del progresso, dell'idea di progresso, essa non poteva che espandersi in tutte le direzioni, contagiare tutte le classi, prendere il sopravvento in tutti i rami dell'umana attività. È stato grazie al progresso che il contenibile stolto dell'antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch'egli si compiace di chiamare 'molto complessa' gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumeri poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per realizzarsi».2. L'INVINCIBILE INCONSAPEVOLEZZA. «Sconfiggerlo (il cretino, ndr) è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d'inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni; e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, inferiore, anche quando - agghiacciante fenomeno - vi si abbandona egli stesso».3. «IL GHIGNO DEL DELIRIO». «Il cretino è imperturbabile, la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé. Colpito dalle lance nostre o dei pochi altri ostinati partecipanti alla giostra, non cadrà mai dal palo, girerà su se stesso all'infinito svelando per un istante rotatorio il ghigno del delirio, della follia».4. ALLERGIA AL DOVERE. «Tranne forse gli animali delle favole di La Fontaine, nessuno è mai stato bravo come gl'italiani nell'arte d'inventare nobili pretesti per eludere i propri doveri e fare i propri comodi».5. I SETTE VIZI CAPITALI. «Un mendicante tende la mano. L'avaro non gli dà niente, perché cento lire sono sempre cento lire. Il superbo passa senza nemmeno vederlo. L'iracondo se lo toglie dai piedi con un'imprecazione. Il lussurioso non può certo far aspettare la bella Lalage, né il goloso può lasciar scuocere il prelibato risotto, né l'invidioso commuoversi per chi vive libero, senza responsabilità e senza pagare le tasse. L'accidioso si allontana senza fretta né rimorsi, ci penserà qualche altra anima buona».6. MODERNITÀ IN BOTTIGLIA. «Adesso che tutti sono diventati amici dell'effimero, fidanzati del frivolo, sposi del fatuo e del superfluo, ci sentiremo dire che Shirley Temple fu più importante di Virgina Woolf [...]. Oggi uno è tenuto a vergognarsi se non gliene frega nulla dei fumetti, se trova ridicola la recitazione di Humphrey Bogart, se preferisce visitare la galleria Borghese anziché la grande mostra dedicata alla bottiglia nella pubblicità». 7. ABBASSO LA DEMOCRAZIA. «Mille turisti in un chiostro significano in pratica l'annullamento del chiostro. Cento turisti davanti a un Caravaggio equivalgono alla soppressione del Caravaggio. Perduta è la concentrazione, perduto quel lento approccio contemplatico, quel girare attorno, quell'inclinare la testa[...]. È un test durissimo per chi si crede tollerante, democratico».8. LIBERA CHIAPPA. «Cadono i reggipetti ad Alassio e Varigotti, a Finale come le 'quote strappate al nemico' nella Guerra '15-18. [...]. Le ultime resistenze stanno liquefacendosi. La foglia di fico sta per crollare definitivamente. Il nudo integrale è vicino: libera chiappa in libero Stato». 9. AL GULAG, AL GULAG! «A volte ci tenta l'idea della maniera forte. Un elenco di cliché assolutamente vietati, di frasi fatte che comportino il licenziamento in tronco, l'esilio, il confino, i lavori forzati. Ci scoraggia il pensiero che già dopo un mese sarebbe tutto un gulag, dalle Alpi alla Sicilia».10. LA LAGNA DI DONNA. «Il difetto delle donne non è il cretinismo, è la lagna».
Meditiamo, gente, meditiamo.
TIM
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