C'è un'etichetta tra le mie che recita: scrittori emergenti. Ma se notate nelle etichette a questo post NON c'è questa. Segno che, ormai, non considero più Alex uno scrittore emergente. Lui come altri vicini di cella nella blogosfera.
Così come, d'altra parte, non esiste un'etichetta che reciti: recensione o critica. Proprio perché io non scrivo recensioni e non sono un critico letterario. Io leggo solamente.
Ora, capita che ho letto La nave dei folli e ve ne voglio parlare. Naturalmente lascio le recensioni di questo racconto lungo a chi le sa fare, vedi l'ultima che ho letto di Angelo Benuzzi. Io mi limiterò, quindi, a parlarne da lettore.
C'è da premettere che questo La nave dei folli è il seguito de Il treno di Moebius, che sono a loro volta i primi due episodi de Il Trittico di Mondo Delta.
E c'è da premettere ancora che il primo episodio del trittico non mi era piaciuto più di tanto. Non so per quale motivo, forse una mia lettura frettolosa, ma mi era sembrato che, benché la materia e la forma ci fossero tutte, Il treno di Moebius era come scritto in fretta, o meglio, per essere precisi, c'era troppa carne al fuoco: pareva che i vari generi (orrore, fantasy, azione, ecc.) fossero troppo mischiati.
Ora però, questo La nave dei folli mi ha fatto ricredere e alla grande, e mi ha fatto rivalutare anche il primo episodio. Approfittando della domenica ho dato fondo al racconto e devo ammettere di essere saltato più di una volta dal divano dove comodamente poggiavo le terga.
Non solo il racconto mi ha acchiappato sin dall'inizio, ma è un crescendo di azione e colpi di scena. Pare che Alex abbia fatto andare la fantasia a briglia sciolta che più sciolta non si può. Mi è sembrato di rileggere alcune pagine di RS33, una novel action-horror (come la definisce lui) di qualche tempo fa che mi era veramente piaciuta.
La bellezza di questo testo sta proprio nell'aver saputo trovare la quadra a tutte le trame della storia: dalla storia mainstream, se vogliamo, di un gruppo eterogeneo che parte alla ventura ognuno col suo motivo più o meno nascosto, alla scoperta (già anticipata nel precedente episodio) di una porta temporale e di un mondo... al di là di quello che si potrebbe immaginare! Non dico di più perché la sorpresa c'è e deve restare tutta. In alcuni momenti, per le atmosfere create, mi è tornato alla memoria anche un bellissimo libro di Bob Silverberg, Base Hawksbill.
Insomma, questo lavoro mi ha dato la conferma che Alex Girola sia uscito dall'incerto mondo degli scribacchini per entrare a pieno titolo i quello degli scrittori. E mi ha dato anche la convinzione che la vera scrittura non è appannaggio di chi si ritrova il nome su un tomo di 2-300 pagine per 20 euro di spesa, ma va al di là del prezzo, della carta su cui è stampata e di un codice ISBN.
E visto che mi trovo, due righe anche sulla nuova avventura letteraria di Alex: Racconti autoconclusivi, ma legati da continuità. E' proprio di oggi l'uscita di Chernobog avarija (1): La mossa dell'alfiere, il primo della serie. Si legge in un attimo, sono appena 15 paginette, ma regala momenti di azione più che soddisfacente, oltre ad inserire la storia in un quadro misterioso e fantastico, con esseri che sicuramente hanno poco di questo mondo. Vi lascio comunque alla lettura dell'ebook per il vostro divertimento personale.
Chiudo con un saluto: a Carlo Fruttero, in ricordo delle tante ore passate in compagnia dei suoi libri, di quelli scritti con Franco Lucentini e di tutte le antologia di SF curate dai due bricconi della letteratura italiana.
TIM
lunedì 16 gennaio 2012
venerdì 13 gennaio 2012
E poi?
Post sconclusionato.
Negli ultimi giorni abbiamo avuto di che leggere e riflettere, ad esempio, sul perché dedicarsi alla scrittura e poi sul perché lasciar perdere; sui problemi economico/politici/sociali e sulle correnti energetiche che trasportano il pensiero. E su tantissime altre cose che non cito solo perché lo spazio è poco e la vostra pazienza, sicuramente, ancora meno.
Ciò con cui voglio ammorbare l'etere e la rete è invece una domanda più generica e (forse) meno cogente: ma perché facciamo tutto questo?
Cioè: perché ci arrabbattiamo a fare quello che facciamo?
Attenzione, non si tratta di rispondere a: perché campiamo? sarebbe una domanda forse anche inutile, visto che alla fine, se non crepi di subito, ti ritrovi su un letto a fissare il soffitto e a dirti: e ora? Ma sai che è inevitabile, perciò, come dice la parola stessa, non ci puoi fare niente. E qualsiasi cosa ci sia o non ci sia saltato il fosso, è bella che fatta lo stesso.
Quando mi vien voglia di scrivere, di leggere, di cazzeggiare davanti al computer, parto come una scheggia, comincio e poi mi fermo e mi chiedo: ma che sto facendo? Sto scrivendo/leggendo un capolavoro! Bravo! e cosa resterà di tutto questo? Tanto domani mattina si ricomincia da capo e così fino alla fine dei miei giorni.
Scriverai/leggerai 10-100-1000 capolavori, ne discuterai su blog/FB/Twetter/... litigherai con critici e detrattori. E poi? A che serve?
E lo stesso si può dire per chi si alza alle sei del mattino per andare a lavoro e torna alla 6 di sera (se gli va bene) per guadagnare quel minimo che gli permetterà (un forse ormai è d'obbligo) di far arrivare sé e la propria famiglia alla fine del mese.
Lavori, mangi, dormi; e poi ancora lavori, mangi dormi. Qualche volta scop... hai un rapporto sessuale con persone più o meno conosciute; durante l'anno riesci anche a fare qualche giorno di vacanza (in Australia o a Fregene o Pietra Ligure, dipende da quanto guadagni). Se sei fortunato e trovi una persona con cui vale la pena passare l'esistenza, la sera esci a fare una passeggiata o stai sul divano a guardare qualche cosa il meno demente possibile davanti alla TV.
Vedo passare dalla vetrina del mio negozio centinaia di automobili al giorno che strombazzano perché c'è il deficiente in seconda fila che intasa il regolare svolgimento del traffico, e vedo visi tesi, puntati verso il nulla oltre il parabrezza. O gente col sorriso sulle labbra che entra da me e compra qualcosa per fare un regalino al figlio che lo aspetta a casa.
E io continuo a chiedermi sempre e lo stesso: e poi?
Fare felice un bambino può essere sicuramente un motivo per essere felici, anch'io faccio delle piccole sorprese al mio nipotino più piccolo, e ne sono contento; anzi non vedo l'ora di dargli la sorpresa, anche se so che dopo due minuti è soppiantata da un cartone in TV o da qualche altra cosa.
Sarà che devo avere qualche malattia strana.
O forse ha ragione il medico col panciotto e il sigaro di Radio Days : la vita è breve e bisogna godersela!
TIM
Negli ultimi giorni abbiamo avuto di che leggere e riflettere, ad esempio, sul perché dedicarsi alla scrittura e poi sul perché lasciar perdere; sui problemi economico/politici/sociali e sulle correnti energetiche che trasportano il pensiero. E su tantissime altre cose che non cito solo perché lo spazio è poco e la vostra pazienza, sicuramente, ancora meno.
Ciò con cui voglio ammorbare l'etere e la rete è invece una domanda più generica e (forse) meno cogente: ma perché facciamo tutto questo?
Cioè: perché ci arrabbattiamo a fare quello che facciamo?
Attenzione, non si tratta di rispondere a: perché campiamo? sarebbe una domanda forse anche inutile, visto che alla fine, se non crepi di subito, ti ritrovi su un letto a fissare il soffitto e a dirti: e ora? Ma sai che è inevitabile, perciò, come dice la parola stessa, non ci puoi fare niente. E qualsiasi cosa ci sia o non ci sia saltato il fosso, è bella che fatta lo stesso.
Quando mi vien voglia di scrivere, di leggere, di cazzeggiare davanti al computer, parto come una scheggia, comincio e poi mi fermo e mi chiedo: ma che sto facendo? Sto scrivendo/leggendo un capolavoro! Bravo! e cosa resterà di tutto questo? Tanto domani mattina si ricomincia da capo e così fino alla fine dei miei giorni.
Scriverai/leggerai 10-100-1000 capolavori, ne discuterai su blog/FB/Twetter/... litigherai con critici e detrattori. E poi? A che serve?
E lo stesso si può dire per chi si alza alle sei del mattino per andare a lavoro e torna alla 6 di sera (se gli va bene) per guadagnare quel minimo che gli permetterà (un forse ormai è d'obbligo) di far arrivare sé e la propria famiglia alla fine del mese.
Lavori, mangi, dormi; e poi ancora lavori, mangi dormi. Qualche volta scop... hai un rapporto sessuale con persone più o meno conosciute; durante l'anno riesci anche a fare qualche giorno di vacanza (in Australia o a Fregene o Pietra Ligure, dipende da quanto guadagni). Se sei fortunato e trovi una persona con cui vale la pena passare l'esistenza, la sera esci a fare una passeggiata o stai sul divano a guardare qualche cosa il meno demente possibile davanti alla TV.
E io continuo a chiedermi sempre e lo stesso: e poi?
Fare felice un bambino può essere sicuramente un motivo per essere felici, anch'io faccio delle piccole sorprese al mio nipotino più piccolo, e ne sono contento; anzi non vedo l'ora di dargli la sorpresa, anche se so che dopo due minuti è soppiantata da un cartone in TV o da qualche altra cosa.
Sarà che devo avere qualche malattia strana.
O forse ha ragione il medico col panciotto e il sigaro di Radio Days : la vita è breve e bisogna godersela!
TIM
martedì 10 gennaio 2012
Lezioni di... giallo
Qualcuno mi ha appena fatto notare che somiglio a Philiph K. Dick; fisicamente dico, il volto. Voi che ne dite? Ah, già... non avete mai visto una mia foto di come sono adesso! Beh, sì, ho la barba più lunga rispetto a quell'altra foto, quella... avete capito, no? Quella che è stata anche riciclata da un altro amico qualche giorno fa, suvvia! Ma se volete... così... per un confronto... ah, non vi interessa? evvabbè amici come prima!
Perciò oggi vi intrattengo con qualche citazione... citabile (madonna quanti punti sospensivi stamattina!) riguardante la scrittura.
Li prendo tutti da Elementi di tenebra. Manuale di scrittura thriller, di Andrea Cappi, di cui ho parlato qui.
Vado ad capocchiam, a caso, senza un nesso logico, tanto per riempire questa pagina e offrire qualche spunto di riflessione, prima che tassino il pensiero e l'intelligenza.
Partiamo con il perché scrivere gialli, nell'interpretazione di Piero Soria:
Ma da dove si comincia? dalla tipologia e modalità del delitto, da un'idea per la soluzione del mistero che fa ripercorre a ritroso la storia? dall'ambientazione? Elizabeth George dice:
Il punto vista personale (io scrivo di me stesso travestito da protagonista) può essere o non essere preso in considerazione. Michael Connelly parlando del suo Henry Bosh confessa che:
TIM
Perciò oggi vi intrattengo con qualche citazione... citabile (madonna quanti punti sospensivi stamattina!) riguardante la scrittura.
Li prendo tutti da Elementi di tenebra. Manuale di scrittura thriller, di Andrea Cappi, di cui ho parlato qui.
Vado ad capocchiam, a caso, senza un nesso logico, tanto per riempire questa pagina e offrire qualche spunto di riflessione, prima che tassino il pensiero e l'intelligenza.
Partiamo con il perché scrivere gialli, nell'interpretazione di Piero Soria:
Io scrivo per divertirmi e per cercare di divertire. Il giallo è un modo per raccontare tutto: la commedia umana, il nostro vicino, un viaggio... qualsiasi cosa. Si parte dall'intrattenimento, intendo dire un libro che sul comodino ci sta molto poco, che si deve incominciare a leggere, arrivando tutto d'un fiato fino alla fine. La parte gialla serve per portare da un quadro all'altro di questa commedia, la rappresentazione di quello che siamo. Quindi ci vuole un trucco iniziale, il trucco del giallista, se vogliamo, che si mette in opera subito, nelle prime pagine. E poi si prosegue per cento, duecento, trecento pagine creando una serie di tavole. Alla fine bisogna trarre le conclusioni, tutto deve essere molto logico. E quindi nelle ultime pagine c'è il disvelarsi del trucco, della soluzione, del colpo di scena. Ma in mezzo c'è veramente il racconto della vita.(o.c., pg 124)Ecco, questo è quello che volevo dire ieri nel mio post su Mankell: mi piace perché riesce a raccontare storie di vita quotidiana tenendo attaccato alla pagine con l'escamotage di un mistero.
Ma da dove si comincia? dalla tipologia e modalità del delitto, da un'idea per la soluzione del mistero che fa ripercorre a ritroso la storia? dall'ambientazione? Elizabeth George dice:
Mi è capitato di cominciare da ciascuno di questi quattro elementi. Dipende dal romanzo. Quando ho scritto Scuola per omicidi ho cominciato dal luogo: volevo scrivere una storia ambientata in una scuola britannica (...) Quando ho scritto Dicembre è un mese crudele, che si svolge nel Lancashire, sono partita da un'intenzione: volevo raccontare l'assassino di una brava persona per mano di un'altra brava persona. In Agguato sull'isola il punto di partenza erano i personaggi (...). (o.c., pg126)
Il punto vista personale (io scrivo di me stesso travestito da protagonista) può essere o non essere preso in considerazione. Michael Connelly parlando del suo Henry Bosh confessa che:
L'unica cosa che abbiamo in comune (col poliziotto) è il fatto che siamo entrambi mancini. (o.c., pg 128)Jeffery Deaver invece afferma:
Credo che sia molto importante per uno scrittore entrare nella mente di tutti i personaggi, tanto i buoni quanto i cattivi. Noi scrittori abbiamo un lavoro0 davvero meraviglioso. Siamo pagati per raccontare storie. Non credo che ci sia niente di meglio. Ma questo non significa che non si debbano rispettare certi obblighi. E uno di questi è diventare i personaggi di cui scriviamo, perché i nostri lettori possano vivere l'esperienza più emozionante possibile. (o.c., pg 128)E che dire della struttura del racconto? C'è chi come Donald E. Westlake dice che per lui è
Improvvisato, tutto improvvisato. Io sono il mio primo lettore. Non faccio mai un progetto, non faccio mai un outline. Mi racconto la storia giorno per giorno: "Chissà cosa succede adesso?" Mi racconto da solo la storia e peso che, se piace a me, forse piacerà anche a qualcun altro. (o.c., pg 136)Chi invece, come la già citata Elisabeth George, programma tutto fin nei mini particolari.
Comincio da quello che definisco "soggetto di base": chi è l'assassino, chi è la vittima, qual'è il movente. Una volta stabilito il rapporto tra assassino e vittima, la domanda ovvia è "perché?" E quindi: "Come?" e infine: "Dove?" Queste domande e le risposte che si evolvono da esse costituiscono un "soggetto esteso", lungo un paragrafo. Basandomi su questo paragrafo, stendo una lista generica dei personaggi. Chi sono i personaggi rappresentati da tutte queste domande? Poi do a ciascuno di loro un nome. Quindi do vita a tutti questi personaggi. la loro creazione mi permette di sapere quali saranno le sottotrame e quindi l'aspetto generale del romanzo. A questo punto costruisco l'esatta ambientazione in cui il delitto avrà luogo. Fatto questo, comincio a scrivere l'outline della vicenda. Quando arrivo a scrivere effettivamente la prima stesura della storia ho a disposizione una quantità significativa di materiale che ho già elaborato e su cui mi posso basare per scoprire quale sarà lo sviluppo della trama... Dall'idea originale alla conclusione della prima stesura passano circa quindici mesi. (...). (o.c., pg. 132)E mi pare che per oggi materiale su cui riflette ce ne sia abbastanza. Almeno per me.
TIM
Etichette:
Andrea Cappi,
Elementi di tenebra,
gialli,
ho letto,
SCRITTURA
lunedì 9 gennaio 2012
La svolta di Ystad
![]() |
| qui |
In un mondo (o nicchia di mondo) dove chiunque abbia un seppur minimo tiramento letterario non può che essere affascinato dai vampiri/zombi/non-morti/non-vivi e, usque ad sanguinem, dai loro emuli, io ho cominciato ad amare la letteratura gialla.
Mi direte che vi sto facendo i maroni quanto un otre di zampogna con questa storia e ci avete anche ragione.
Ho avuto anch'io il mio momento magico in cui vedevo tutto giallo (in senso di itterico!) o rosso (in senso di sanguinolento) e in cui anch'io non potevo immaginare una storia che non avesse un personaggio sbranato da una crocerossina elvetica appena uscita dalla propria tomba sui monti di Bassano del Grappa.
Ma... la vita è mutevole e i gusti anche.
Intendiamoci, a me continuano a piacere le storie, quelle belle, che quindi esulano dal caratterizzarsi come gialle, vampiresche, noir, ecc.. Perciò continuerò a leggere tutto quello che l'universo, ad esempio, pandemico continuerà a produrre, purché raggiunga un minimo di leggibilità. Ma non andrò alla ricerca spasmodica dell'ultimo horror che è da leggere assolutamente perché l'autore riesce a dargli una venatura diesel/steam/ucro/splatter che nessun altro finora.
Tutto ciò detto senza vena polemica o men che meno rispettosa dei gusti altrui.
In questa nuova veste di lettore di gialli, e qui sì che farò la figura del pivello!, ho iniziato ad apprezzare e ammirare un autore svedese degli ultimi.
Preciso che qui non voglio scagliare nessuna freccia a favore dei nuovi giallisti svedesi: ne ho trovati alcuni dei cui libri non sono riuscito ad arrivare a pagina 20.
Ma ce n'è uno del quale mi sono innamorato: Henning Mankell. Sì proprio quello di Kurt Wallander, il poliziotto di Ystad.
So che molti storceranno il naso, come daltronde ho fatto io per un sacco di tempo, forse perché faceva figo dire: bah, quelle cose tutte uguali che tutti leggono solo perché vanno di moda!
Poi mi sono detto: alt! e se mi perdo qualcosa? e se anch'io faccio come tutti gli altri? Allora ho deciso di andare a fondo alla questione e ho acquistato (al solito mercatino dell'usato) Delitto di mezza estate, che mi ha letteralmente stregato.
Sarà che era il periodo in cui cominciavo a mettermi in testa di cambiare genere di scrittura; sarà che effettivamente le pagine di Mankell mi hanno preso di brutto, ma appena ho potuto ho dato fondo al mio portafogli e (sempre al solito negozietto) ho speso 6 euro per L'uomo inquieto e L'uomo che sorrideva. Stranamente ho letto per primo quello che in ordine cronologico chiude la saga di Wallander.
Perché mi è piaciuto da subito Mankell?
Perché lo si può leggere anche senza bisogno di sapere che è un romanzo giallo. Non è difficile capire questa cosa, ma mi spiego lo stesso: quello che mi piace è il suo modo di raccontare la storia, di far vivere il/i personaggio/personaggi, di mostrare un paesaggio che non è solo geografico, di dare uno spaccato della sua società senza bisogno di dover scrivere un saggio. Il suo modo di scrivere mi ha ricordato molto Scerbanenco e Macchiavelli e, perché no, Camilleri. E mi ha fatto venire la voglia di rileggere Simenon.
E' bello seguire le vicende del poliziotto perché non hanno niente di scontato, tanto che a volte ti vien voglia di dire: io con uno come questo non ci voglio avere niente a che fare; e poi ti accorgi che questo non è dovuto ad una costruzione a tavolino del personaggio, ma semplicemente hai davanti uno dei tanto momenti della tua stessa vita, magari uno di cui ti vergogni anche solo a pensarlo. Il rapporto con il padre e la figlia, ad esempio, a volte è al limite della sopportazione, ma è un rapporto vero, perché capisci che anche loro sono personaggi autonomi, non solo pianeti che ruotano attorno al sole principale che è il protagonista (come è difficile rendere autonomi tutti i personaggi di una storia, quasi come capire che nella vita vera è così, e sbagliamo se pensiamo che gli altri sono solo nostre appendici).
E ancora, ho notato come, d'altra parte, la storia poliziesca che fa da trama al racconto serve a Wallander per risolvere le sue storie, nel senso che fa parte integrante della sua vita; insomma non è solo un mestiere il suo, ma è parte viva della sua esistenza: non potrebbe esistere un Wallander che non sia un poliziotto.
Ecco, questo vi dovevo dire.
Non so di cosa vi parlerò domani (o dopo), né se posterò nell'arco di qualche giorno. Daltronde non mi interessa mantenere la posizione in classifica o conservare il tot numero di contatti al giorno; se mi interessasse questo, aprirei un blog di porno o di vaccate politiche (a favore o contro non fa differenza!). Io comunque, per non sbagliare, una bella donna in copertina l'ho messa. Non si sa mai!
TIM
Etichette:
gialli,
H. Mankell,
ho letto,
wallander
sabato 7 gennaio 2012
Racconto a puntate: Ridi, ridi... (II parte)
Seconda parte del raccontino... odontoiatrico.
Ridi, ridi che mamma ha fatto gli gnocchi
C’era invece l’altra infermiera, un puffo corvino e con gli occhietti vispi di chi raggiunge sempre uno scopo: il suo. Con lei iniziò a conversare sottovoce. Questo segno di complicità pettegoliera mi fece totalmente un oggetto qualsiasi nel laboratorio, come la sputacchiera, la vetrinetta o… il trapano.
Erano un paio di minuti che non sentivo più rumori provenire dal banco che si trovava praticamente sospeso sul mio stomaco. Questo mi permetteva di afferrare qualche parola della conversazione tra le infermiere. Riuscii a percepire qualche verbo (andata, fatta, sposata) e un nome, Matilda, ripetuto più volte.
A quel punto la mia mente partì al galoppo. Anch’io avevo conosciuto qualcuno che aveva quel nome, ma non riuscivo a focalizzarne il viso né a ricostruire il tempo e il luogo.
Presi a fissare un punto qualsiasi tra la punta delle mie scarpe, a mezz’altezza sul muro sotto la finestra.
A poco a poco si materializzò una lunga treccia rossa e una parola si fece strada: gnocchi. Per il resto niente. Cercai di combinare le due cose, poi di separarle; ancora niente. Continuai per un po’ (ormai il ronzio e la lucina verde erano ripresi ma erano diventati quasi un sottofondo e acquistavano il segno della normalità) quindi riaffiorò alla mia mente un’altra immagine, quella di una bicicletta da bambino in un giardino. Poi i giardini diventarono due, separati da una inferriata. Poi all’improvviso:
“Ridi, ridi, che mamma ha fatto i gnocchi” qualcuno urlò nella mia mente con accento chiaramente romanesco, e fu tutto chiaro.
Molti (moltissimi, a dire il vero) anni prima, io ero un bambinetto di otto – nove anni e passavo molto tempo a casa dei nonni che vivevano in un paese vicino al nostro. I vicini di casa avevano un figlio sposato a Roma che tutte le estati tornava per le ferie.
E la bambina era sua figlia. La bicicletta su cui scorazzava in giardino era il regalo dei nonni per quell’estate e il fatto che a me ancora nessuno avesse fatto un dono del genere mi faceva rodere di rabbia e invidia verso la proprietaria della rossa treccia, che si chiamava proprio Matilda.
Avevo detto a lei che la mia bicicletta (naturalmente più grande e più bella della sua) l’avevo lasciata a casa e …
“Mi scusi, io mi assento un attimo.”
Abbandonai il giardino dei nonni, che adesso si trovava in punto qualsiasi tra la punta delle mie scarpe, e mi voltai verso il luogo da dove proveniva la voce, cioè la porta di mezzo su cui stavano cinguettando a bassa voce le infermiere.
“Sì certo, vada pure” risposi, anche se avrei voluto e dovuto chiederle: e i cinque minuti della dottoressa? Ma rinunciai, perché sapevo che era una partita persa in partenza. Meglio tornare al punto qualsiasi da cui vedevo il giardino.
Sì, Matilda. Ci beccavamo in continuazione, specie io che avevo preso (come ogni bambino della mia età che si scontri per la prima volta con una treccia rossa di quel genere) una cotta per lei; lei che era la più bella bambina del mondo, che da grande sarebbe diventata sicuramente un’attrice, una di quelle che si vedevano in TV, quelle che nei film tutti vogliono baciare e salvare dal cattivo di turno. Però lei aveva la bici e io no. E allora l’invidia e la cotta facevano sì che io stessi sempre lì in attesa di coglierla in fallo.
Così successe che Matilda (non ho mai saputo se col ‘th’) cadde dalla bicicletta mentre compiva le sue strane acrobazie dall’altra parte della cancellata, senza minimamente immaginare quello che passava nella mia testa e nel mio cuore di innocente pargolo di otto nove anni.
Ignaro di come vanno le cose della vita, specie nei confronti delle donne, presi a ridere, con un senso di liberazione - ecco, io sono più bravo di te, che non sai neanche andare in bicicletta – e lei invece a piangere, toccandosi il braccio e le ginocchia sbucciate. Si guardò la mano e la vista di qualche gocciolina di sangue la fece esplodere in un pianto dirotto. Poi si girò verso di me e si accorse che io ridevo con la stessa intensità e gusto con cui lei piangeva.
Si bloccò all’istante (come solo i bambini che poi diventeranno grandi attori sanno fare), mi fissò con sguardo da killer e pronunciò la storica frase:
“Ridi, ridi, che mamma ha fatto i gn …”
Adesso il trapano non stava solo emettendo un ronzio accompagnato dalla lucina verde intermittente.
Adesso il trapano si muoveva.
E non era solo la vibrazione provocata dal ronzio. Stava proprio cercando di uscire dal suo alloggiamento.
Distintamente. Chiaramente.
Provò a sganciarsi, ma il blocco era abbastanza stretto da non mollarlo. Così iniziò a sfilarsi risalendo. E ci stava riuscendo.
Si dice sempre di essere bloccati dalla paura. Era quello che mi stava accadendo: pur capendo che quel coso ce l’aveva con me e stava arrivando, non riuscivo a muovere un muscolo; e per quanto il mio cervello ordinasse in maniera perentoria alle mie gambe di alzarsi dalla poltrona per farmi scendere, loro non ne volevano sapere di obbedire.
Il trapano, intanto, era completamente uscito dal suo alloggiamento e stava salendo con la punta verso il soffitto, come per sgranchirsi dall’essere stato per tanto tempo fermo nella stessa posizione. Sembrava un serpente che uscisse fuori dalla cesta senza che nessun incantatore suonasse il piffero, ma solo perché determinato a vendicarsi di chi l’aveva fatto diventare per anni un fenomeno da baraccone. Pareva avere due occhi che mi fissavano e mi assicuravano che era me che volevano.
Ancorato all’integrato dal proprio filo, volteggiava toccando quasi il soffitto. Un puzzo di carne bruciata stava invadendo la stanza.
Riuscii solo a portarmi la mano alla bocca, in modo involontario, quasi a proteggermi, ma nulla di più.
Poi lui cominciò a scendere, lentamente, fermandosi ogni tanto come ad osservarmi e sentire l’odore della mia paura.
Era cattivo, lo percepivo e continuavo ad avere quella sensazione: voleva me, e non solo perché ero l’unica persona nella stanza.
Era a pochi centimetri dal mio viso. Ora il filo dondolava mollemente, mentre lui era fermo, immobile. Emanava sempre brevi ronzii intermittenti e sempre quel puzzo di carne bruciata.
All’improvviso anche il filo si bloccò e così rimase per non so quanto tempo, forse pochi secondi o mezz’ore, il tempo non contava più.
Ero come ipnotizzato e sentii un suono, come una voce metallica, di quelle prodotte dai computer, provenire dal trapano:
“Tira via quella mano, altrimenti ti ritrovi un buco anche lì.”
Obbedii, senza opporre resistenza alcuna. Aprii anche la bocca, reclinando indietro il capo per facilitargli l’accesso al mio cavo orale.
Lui cominciò ad entrare…
Mi svegliai di soprassalto e guardai l’ora sul display: erano le sette.
Dovevo decidermi a cambiare il tono dell’allarme della mia radiosveglia.
Assolutamente.
TIM
Etichette:
ho scritto,
racconto a puntate,
ridi ridi...
giovedì 5 gennaio 2012
Racconto a puntate: Ridi, ridi... (I parte)
![]() |
| qui |
Secondo appuntamento coi racconti a puntate.
Questa volta è un raccontino breve breve, scritto nello stesso periodo dell'altro e che dividerò in due sole puntate.
A questo punto, visto che andrò avanti ancora per un po' con queste amenità farfallose, penso proprio di essere costretto a fare una pagina fissa dove ammucchiare tutte le cianfrusaglie pseudoletterarie. Che mi tocca fare per far campare questo blog!
Comunque, Signore e Signori, ecco a voi la prima parte di
Ridi, ridi, che mamma ha fatto gli gnocchi!
Sentivo distintamente il rumore del trapano che andava. Avete presente il ronzio che fa l’attrezzo del dentista e che vi mette i brividi solo a sentirlo anche dalla sala d’attesa? Proprio quello.
Però io non ero nella sala d’attesa, ma dall’altra parte della porta, disteso sulla sedia di pelle nera, col bavagliolo di carta verde al collo e un tovagliolo, sempre di carta, bianco in mano.
Sentivo il rumore e vedevo la lucina sulla base dell’integrato in corrispondenza del trapano che si accendeva e si spegneva in coordinato col ronzio dell’attrezzo.
Ma non era quello a mettermi paura.
Ero riuscito finalmente a mettere insieme alcune cose ed ora eccomi qua. Il mio secondo molare inferiore era alla frutta e così:
1° avevo dato fondo al mio coraggio e telefonato al dentista dell’ASL;
1° avevo dato fondo al mio coraggio e telefonato al dentista dell’ASL;
2° ero riuscito ad avere un appuntamento praticamente subito (appena dieci giorni d’attesa!);
3° avevo chiesto ad un collega di scambiare con me il turno per non perdere la giornata di lavoro.
Tutto si era messo a posto.
Tutto si era messo a posto.
Intanto al sincrono continuavano rumore e lucina, lucina e rumore e contemporaneamente vedevo riflessa nel vetro dell’armadietto degli attrezzi la testa bionda della dottoressa che continuava a compilare le sue scartoffie. E sentivo l’infermiera che trafficava altrove nella stanza.
Provai.
“Dottoressa, c’è qualche problema con l’attrezzatura?” presi l’argomento alla larga.
“No, perché?” continuando a scrivere.
“Sento dei rumori venire dal trapano.”
“Sarà una sua impressione. Io non sento niente. E lei?” rivolgendosi per un attimo all’infermiera.
Quella a cui veniva riconosciuto il titolo di infermiera era una segaligna cinquantenne, ostentatamente ossigenata che si muoveva a scatti.
Scattò verso di me.
“No. Perché?”
“Il signore dice di sentire un rumore provenire dal trapano.”
“No. Non sento alcun rumore” confermò l’ossigenata abbassandosi verso di me e mostrandomi così due semisfere di carne che avrebbero fatto schifo perfino ad un cane affamato dalla carestia. Diede un’occhiata al trapano e al resto dell’attrezzatura sull’integrato. Prese in mano qualche pezzo, lo guardò attentamente, poi:
“A me pare che tutto vada bene. Sarà solo un po’ di paura” mi sorrise con un’aria che voleva essere complice.
“Sarà” risposi.
Certamente la paura poteva giocare qualche brutto scherzo e ne presi atto. Continuai a guardare attraverso il riflesso della vetrinetta la dottoressa compilare moduli e registri sulla scrivania.
Squillò il telefono a riportarmi sulla terribile sedia di pelle nera.
Rispose l’infermiera e dopo una serie infinita di monosillabi – si, no, bene, certamente, riferirò, e cose del genere – riattaccò.
“Dottoressa, il vicedirettore la cerca e dice se può salire un attimo in amministrazione.”
Spostai lo sguardo al mio specchio personale appena in tempo per vedere la dottoressa gettare con rabbia la penna sul tavolo.
“E no!” sibilò cercando di mantenere un minimo di contegno per quanto glielo permetteva la mascherina protettiva di plastica trasparente che le copriva tutto il viso. “L’ho cercato per tutta la mattinata e si è fatto negare, ora devo interrompere gli interventi in ambulatorio per correre alla sua presenza. Gli dica che deve aspettare la fine delle visite prima di potermi vedere!” e il tono della sua voce virava di parola in parola dall’infastidito all’arrabbiato.
“Ma ha detto che c’è anche il dottor Besutti dell’economato. Probabilmente è per quella faccenda degli arretrati… ” cercò di perorare l’incolpevole ambasciatrice.
“Abbiamo aspettato sei mesi, potremo aspettare ancora un’ora. Non posso lasciare il paziente che è già qui seduto!”
Realizzai in pochi istanti che se non c’è niente di peggio di un dentista con una siringa in una mano e un trapano nell’altra che cerca di intrufolare entrambi nella tua bocca, è ancora peggio se il suddetto dentista è arrabbiato e impaziente di risolvere una questione economica ma solo dopo aver fatto un paio di buchi nel tuo cavo orale. Perciò:
“Se ha bisogno di andare vada, dottoressa. Mezz’ora in più o in meno non migliorerà o peggiorerà la situazione dei miei denti” dissi dalla mia poltrona di sofferenza.
“Assolutamente no, non se ne parla. E’ una questione di principio” disse strappandosi la mascherina.
Ci fu un momento di assoluto silenzio nella stanza.
Avevo gli occhi fissi sulla vetrinetta per controllare le mosse della dottoressa, ma la mia mente era alla ricerca spasmodica di una soluzione che salvasse il mio palato e la mia arcata dentaria dall’ira funesta della dentista.
Mi salvò l’infermiera: l’impressione che avevo di lei cominciò a farsi più favorevole.
“Senta dottoressa, lei vada dal vicedirettore e fra cinque minuti al massimo io la chiamo al telefono dicendo che il paziente sta protestando e minaccia di rivolgersi all’ASL per denunciarla per abbandono di posto di lavoro o qualcosa del genere.”
“Il paziente avrebbe perso la pazienza, insomma”, si ammorbidì la dentista. Era una battuta trita e ritrita come il polpettone di certi ristoranti che quando non c’è più niente da recuperare va a finire nella pasta al forno, ma quella risposta per me fu deliziosa, la fine di un incubo.
“Se vuole, dottoressa, posso anche tornare un altro giorno” cercai di risolvere definitivamente la cosa, anche perché, a pensarci bene, per adesso il pericolo era passato, ma la bionda poteva tornare dal tète a tète col vicedirettore più arrabbiata di prima.
“No, no, non si preoccupi, facciamo come ha suggerito la signora” ora il tono di voce era di nuovo calmo e rilassato come sempre. Poi, rivolta all’infermiera: “Io vado, faccia come ha detto. Ma che siano cinque minuti al massimo, mi raccomando.”
“Vada e non si preoccupi.”
Chi era preoccupato ero io. Anche per via dei rumori che continuavano a venire dal trapano.
Per tutta la conversazione avevo sentito ronzare l’apparecchio al sincrono con l’accensione della lucina verde, ma non avevo detto niente per non peggiorare la situazione che, dal mio punto di vista, si stava già mettendo male di suo.
Eravamo soli, io, l’infermiera, il trapano. Lei finì di armeggiare e diede un’occhiata all’orologio a muro. Evidentemente aveva deciso che era ancora presto per fare la telefonata perché si affacciò alla porta di comunicazione col secondo studio dentistico, dove il medico non era ancora arrivato.
E buona Epifania!
TIM
TIM
Etichette:
ho scritto,
racconto a puntate,
ridi,
ridi...
mercoledì 4 gennaio 2012
Un libro per l'Epifania: Elementi di tenebra di Andrea Cappi
![]() |
| qui |
Sto parlando di Elementi di tenebra. Manuale di scrittura thriller. di Andrea Carlo Cappi, edito nel 2005 da Alacran edizioni, che forse qualcuno di voi conosce già.
So che sono centinaia i manuali di scrittura, di genere o generalisti, esistenti sul mercato, ma ho voluto segnalarvi proprio questo perché ha alcune caratteristiche che mi hanno interessato.
Anzitutto non contiene decaloghi delle cose da fare o non fare o gli strumenti anche fisici che un giallista dovrebbe assolutamente possedere (la penna deve essere quella morbida e la carta deve dare leggermente sul giallino perché il colore si intona con il tendone che avete nella vostra sala da scrittura personale). Né si rifà continuamente a citazioni di altri testi similari a riprova che le proprie teorie sono universalmente riconosciute come... ca***te stellari.
Questo Elementi di tenebra, invece, fa parlare gli scrittori, quelli già famosi, nel corso di conferenze, dibattiti, incontri pubblici che Andrea C. Cappi stesso ha organizzato tra il 1995 e il 2005. Come dire che fa esprimere in modo immediato quello che gli autori hanno da dire, senza bisogno di inserirlo per forza in un saggio pomposo e, soprattutto, scritto nella maggior parte dei casi perché un libro sulla scrittura di XY tira sempre. Opinioni, quelle espresse in questo libretto, che nascono sempre quindi dalla loro storia ed esperienza.
L'autore, dice nell'introduzione, di avere un'idea precisa su corsi e manuali di scrittura. ... una persona priva di idee e di talento non potrà mai diventare uno scrittore solo perché ha seguito qualche lezione (di scrittura creativa n.d.r.) o ha letto un trattato.Ma è convinto che chi invece ha idee e talento possa trarre beneficio dall'esperienza altrui. E aggiunge che più che nei corsi di scrittura, credo in realtà nei corsi di lettura, quelli che permettono al lettore di intravedere gli ingranaggi che muovono un racconto o un romanzo.
Proprio a partire da queste premesse il libro elenca generi e sottogeneri del thriller, ma sempre mostrando come ognuno di essi nasce in fondo da un filone generale e unico e che le differenze vanno ricercate soprattutto nel diverso approccio che gli autori hanno avuto nel tempo col mistero.
Continua Cappi nell'introduzione: Quello che avete tra le mani è dunque un manuale di scrittura creativa gialla ma anche, prima di tutto, un manuale di lettura gialla. Non si può presumere di scrivere letteratura di genere senza sapere che cosa è stato già scritto in materia negli ultimi due secoli. E l'unico vero modo per imparare a scrivere, qualsiasi cosa, è leggere, leggere, leggere. Dopodiché, una volta scoperti i meccanismi che regolano i diversi sottogeneri del mystery, ogni libro che vi capiterà sotto gli occhi si trasformerà in una nuova ed emozionante lezione di scrittura.
Brevemente ricapitolo le varie parti del libro.
Nel primo capitolo (La sagra del delitto) si ripercorre la storia del giallo, dal primo delitto, Caino che uccide Abele nella Bibbia, passando per Shakespeare, Poe, Mary Shelley. Avreste mai pensato, ad esempio, che Altieri in fondo riprende il combat thriller dell'Iliade? O che l'Odissea è un romanzo di viaggi con situazioni fanta-horror alla Stephen King (o viceversa, che è meglio)? Via via si passa a Conan Doyle, Van Helsing fino a Martin Myster e Dilan Dog. E poi il whodunit, la camera chiusa, il giallo storico, il legal thriller, ecc., tutti sottogeneri figli di un unico ceppo.
Il secondo capitolo (Piombo e sangue) mostra come col cambio del tipo di società da inizi secolo scorso ad oggi, anche il giallo acquista connotazioni diverse: il mystery continua a vivere ma si occupa d'altro dice Cappi. E nasce il noir. Vengono snocciolate le sue caratteristiche e i suoi derivati/consanguinei/paralleli: l'hardboiled, il poliziesco (con intervento tra l'altro di Matrone, Ed MacBain, Markaris), il caper, lo psycothriller, lo spy story, l'action thriller, il medical thriller, l'hostage thriller. Interessantissimo in questa sezione è il continuo riferimento al cinema, per vedere come i romanzi del genere sono stati trasposti in pellicola e come questo fatto ne abbia messo ancora di più in risalto le caratteristiche.
Un terzo capitolo (Il buono, il brutto e il cattivo) analizza una delle caratteristiche di ogni storia raccontata e a maggior ragione di un thriller: tutto si riduce ad uno scontro tra un protagonista e un antagonista. Vediamo allora come questa letteratura ha trattato eroi, buoni e cattivi.
Dal precedente capitolo discende direttamente questo quarto (Il segno dei quattro) che snocciola le, appunto, quattro possibili figure di eroe buono: il detective, il poliziotto, il detective per necessità, l'agente segreto.
Quindi il successivo capitolo (I cinque volti dell'assassino) non può che occuparsi dei cattivi: il criminale professionista, l'assassino, la dark lady, lo scienziato pazzo, il cattivo "politico". E per ogni soggetto si parla della fisionomia, del giro di personaggi in cui si muove ecc., come era stato per gli eroi e antieroi di prima.
Un sesto capitolo (Polvere negli occhi) entra più nello specifico della scrittura: perché scrivere gialli?; da dove si comincia; linguaggio e ambientazione; struttura; suspense; obiettivi e deadline; punti di vista e montaggio; McGuffin (il pretesto narrativo); indizi e red herring; identificazione; teaser (lo"stuzzichino" d'apertura); showdown e sorpresa finale.
Il settimo capitolo (Regola per sopravvivere): realismo e suspension of disbelief; postmoderno; contaminazione; citazione e parodia; destrutturazione; uomini e donne; cosa fare dopo (e cioè riscrivi, riscrivi, riscrivi, dice Jeffery Deaver); conclusione.
Il libro si conclude con due appendici: Chi ha ammazzato il maggiordomo. Cronache del giallo italiano di Andrea Cappi e Sulle tracce di Scerbanenco di Carlo Lucarelli.
Insomma, se trovate questo libro -ma non so se è ancora in commercio- non lasciatevelo scappare. Non vi insegnerà a scrivere un giallo/mystery/noir perfetto, non è un manuale in senso tecnico; ma vi racconterà in modo simpatico e veloce (190 paginette formato A5) come l'hanno fatto i maestri prima di noi. E vi insegnerà a leggere il libro giallo che eventualmente vi troverete un giorno in mano.
Concludo con un passo di un intervento di Pedro Casals a Lezioni di giallo, Forum Fnac Torino 2003 (citato a pg 90 del libro):
Il settimo capitolo (Regola per sopravvivere): realismo e suspension of disbelief; postmoderno; contaminazione; citazione e parodia; destrutturazione; uomini e donne; cosa fare dopo (e cioè riscrivi, riscrivi, riscrivi, dice Jeffery Deaver); conclusione.
Il libro si conclude con due appendici: Chi ha ammazzato il maggiordomo. Cronache del giallo italiano di Andrea Cappi e Sulle tracce di Scerbanenco di Carlo Lucarelli.
Insomma, se trovate questo libro -ma non so se è ancora in commercio- non lasciatevelo scappare. Non vi insegnerà a scrivere un giallo/mystery/noir perfetto, non è un manuale in senso tecnico; ma vi racconterà in modo simpatico e veloce (190 paginette formato A5) come l'hanno fatto i maestri prima di noi. E vi insegnerà a leggere il libro giallo che eventualmente vi troverete un giorno in mano.
Concludo con un passo di un intervento di Pedro Casals a Lezioni di giallo, Forum Fnac Torino 2003 (citato a pg 90 del libro):
Credo che la grandezza (del noir) risieda nella figura dell'investigatore. L'investigatore è un bisturi che attraversa i vari strati della società. Ed è un ottimo pretesto per raggiungere gli angoli più bui: affari sporchi, passioni, regolamento di conti, invidie di una società ossessionata dall'immagine. In un romanzo non giallo, nessuno si sognerebbe di mettersi a fare delle domande. Al contrario, è proprio questo ciò che deve fare l'investigatore.
TIM
Etichette:
Andrea Cappi,
Elementi di tenebra,
gialli,
ho letto,
noir. thriler,
saggi
Iscriviti a:
Post (Atom)







