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martedì 7 febbraio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (VII)

E siamo alla fine.
Ormai avrete capito tutto di questo raccontino senza molte pretese, perciò vi lascio alla lettura della conclusione, e vi do appuntamento ad qualche altra storia, sperando che questa sia stata di vostro gradimento. E se così è, io vi ringrazio e voi fatemi cenno d'un piccolo commento.



15/17.12.2001
«Ma guarda quell'imbecille, contromano, senza cintura di sicurezza e pure col telefonino all’orecchio» disse Mario, e la sua voce rimbalzò all’interno dell’abitacolo. Un’auto gli era appena sbucata all’improvviso davanti in un senso unico e lo aveva costretto a stringersi verso il marciapiedi, ma la cosa che più lo aveva disturbato era l’aria serafica e sicura del tizio alla guida, come del nonno che sta tranquillamente accompagnando il nipotino all’asilo.
Istintivamente guardò nello specchietto retrovisore e focalizzò tipo di auto e targa: Fiat Punto, amaranto metallizzato, AL 50… (i puntini sono per la privacy). Si lisciò i capelli e pensò che non sarebbe stato proprio un giochetto da ragazzi rintracciarla, ma ci sarebbe riuscito.
Sicuramente.
La caccia durò una notte e mezza.
Aveva diviso la probabile zona di residenza del maleducato in tre fasce, avendo come punti di riferimento negozi e piazze.
La sua città era piena di belle aree di verde attrezzato. Così si fa’, amava dire a tutti, non come in altre posti dove il verde, se c’è, serve solo da deposito per siringhe e preservativi, entrambi usati. Avrebbe saputo lui cosa fare se solo gli avessero dato mano libera; ma si sa, ai posti di comando vanno solo quelli che non sanno governare neanche la propria casa e alla fine si ritrovano pure con un bel paio di corna in testa e la moglie in qualche letto a ore. Immaginiamo amministrare una città!
Essendo diventato ormai un animale notturno, quella caccia lo elettrizzava. Era padrone della città e godeva un mondo a parcheggiare la macchina e girare a piedi. Conosceva ormai tutti i tipi che, come lui, preferivano la luna al sole e li incrociava spesso, in gruppi o da soli. Certo i più strampalati erano quei ragazzi con i capelli colorati e pieni all’inverosimile di orecchini (ma quelli che si mettono al naso come si chiamano: nasini?, e giù una risata a squarciagola nel silenzio della città deserta). Ma a lui non interessava: che ognuno si facesse le sue cose, lui aveva la sua parte di città e se la godeva sino in fondo.
Era strano come fino a qualche mese fa non si sarebbe nemmeno lontanamente sognato di rinunciare alle sue ore di sonno per scorazzare in giro. Ora invece non riusciva neanche ad addormentarsi se fino all’una le due di notte non aveva respirato un po’ di sana e robusta aria notturna, bella dura, piena di tutte le storie che il giorno aveva lasciato e che a Mario piaceva andare a rintracciare negli angoli.
Qui, probabilmente, la signora della panetteria sotto braccio al marito aveva incrociato il suo amante e lo aveva salutato con un piccolo segno del labbro e abbassando gli occhi; sotto quel portone una ragazza aveva mandato a quel paese il suo boy friend perché non voleva accompagnarla al cinema quel pomeriggio: doveva studiare, lui!
Ma non era solo quella la novità nella vita di Mario. Il fatto che lo rendeva più felice era che i capelli continuavano a crescere, e come crescevano! Non solo robusti e forti, ma addirittura da radi, lisci e castani, stavano diventando folti, neri come la sua notte e soprattutto ricci. E così si piaceva di più, non c’era dubbio. Non più lo slavato quarantenne che se l’era fatta sotto durante la rapina in banca, ma allo specchio al mattino aveva davanti un energico teen-ager pronto a tutto, che avrebbe affrontato qualsiasi avversità o capoufficio che fosse. Sì, si sentiva proprio bene ora.
Aveva ancora, ogni tanto, come dei rigurgiti di un’altra vita, che sapeva essere stata la sua, ma che non riconosceva minimamente adesso: erano solo momenti, piccole indecisioni, pensieri veloci che impiegava meno di un attimo a scacciare. Quello che non aveva ancora capito bene era il perché di questo cambiamento; ma a lui non importava la causa, bensì l’effetto, e questo era certamente benefico.
Aveva trovato l’auto del senso vietato verso le due e mezzo di una notte come piaceva a lui: fresca e leggermente umida, odorosa di una nebbiolina che stava scendendo. Certo la sua ricerca non era stata facilitata dal colore della macchina, perché alla luce dei lampioni gialli, da lontano, l’amaranto si confondeva facilmente con altre tonalità. Perciò aveva dovuto controllarle una per una, non era bastato dare un’occhiata dall’angolo della strada.
Ma alla fine eccola lì, davanti a lui. Ai suoi occhi sembrava avere un’aria quasi rassegnata, quasi conscia che quello che stava per accadere era la giusta conclusione per i misfatti che il suo padrone le aveva fatto sicuramente commettere in tanti anni di strada.
Mario estrasse da una delle decine di tasche del suo gilet un temperino, se lo lisciò per un po’ sulla mano aperta, osservando la sua vittima, quasi a non saper decidere da quale parte cominciare. Sicuramente alla fine l’avrebbe bruciata (aveva la tanica di benzina nel cofano della sua auto), ma prima voleva divertirsi un po’.
Sì, avrebbe cominciato, naturalmente, dalle gomme, che prese subito a incidere col coltellino. Poi un colpo secco ad ognuna, e il sibilo dell’aria che usciva annunciò che erano andate. Nell’alzarsi urtò con la spalla volontariamente lo specchietto retrovisore facendolo saltare completamente; quindi si girò e disse al pezzo ormai a terra col vetro frantumato: «Scusa, non l’ho fatto di proposito.»
Si accorse che si stava lisciando i capelli e per un attimo pensò che era un gesto prima inusuale per lui, ma che ora era diventato frequente. Ma fu solo un attimo: aveva ancora davanti un bel po’ di lavoro e c’era sempre il pericolo che qualcuno lo vedesse o sentisse.
Non avrebbe aperto l’auto perché lui non era un ladro, perciò estrasse una ventosa e una punta diamantata di quelle in uso ai vetrai e fece una grande ‘O’ sul lunotto posteriore e un’altra su quello anteriore. I fari erano lì, invitanti, a portata di piede, ma il fracasso avrebbe potuto attirare qualcuno. Spezzò invece l’antenna della radio e prese a girare attorno all’auto facendo una serie di  righe col temperino sulla carrozzeria.
Ora era il momento più emozionante, quello del falò.
Andò a prendere la sua auto, parcheggiata all’altro isolato; la fermò poco distante dalla Punto, tirò fuori la tanica della benzina e ne versò il contenuto sulla vittima, facendo attenzione a inzuppare ben bene le ruote e i sedili (anche per questo aveva praticato i due fori sui vetri). A quel punto era questione di pochi secondi: prese il pezzo di stoffa lunga più o meno un paio di metri che aveva portato con se, e la imbevette nella benzina che aveva lasciato da parte, facendone una miccia. Quindi mise la tanica coi residui di carburante all’interno della Punto, facendola passare sempre attraverso il foro, e vi inserì un capo della miccia; gli diede fuoco e scappò verso la sua auto.
Ebbe il tempo di salire in macchina, partire a tutta birra e vedere nello specchietto retrovisore la propria vittima ormai avvolta dalle fiamme.
Si lisciò ancora una volta i capelli, ghignando appagato.
qui

11.09.2001
«Hai sentito il macello di New York? Booom! Quegli aerei, il fuoco, tutta quella polvere, mi sembra di averla anch’io nel naso!» Stefano (un anno e due mesi per borseggio continuato) a Enzo dalla sua brandina.
«Eh, beh, per fortuna c’è ancora un po’ di sana violenza in giro. Certe cose o ce l’hai dentro o niente. È questione di geni, di DNA!» Enzo, lisciandosi i capelli in un sogghigno.

FINE


TIM

lunedì 6 febbraio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (VI)

Da questa puntata la storia entra un po' più nel vivo, anche se già la volta scorsa qualcosa ha cominciato a succedere, almeno nella vita di Mario. Oggi è la volta di Enzo, che riceve una strana visita in carcere, e questo colloquio spiega molte cose...


Capello Liquido
30.05.2001
Enzo si tirava dietro il mocio con tutto il secchio pieno d’acqua sporca e ogni tanto dava qualche colpo al pavimento, ma non ne aveva proprio voglia. Sapeva che dopo sarebbe passato il secondino a controllare il suo lavoro, ma non gliene importava niente: in fondo che potevano fargli? Al massimo gli avrebbero allungato di qualche giorno il turno delle pulizie.
Non vedeva l’ora di tornare nella sua cella e sdraiarsi sulla branda. Era stanco, non tanto per il lavoro, ma per i ritmi di quel posto, sempre gli stessi: a quell’ora la sveglia, a quell’ora la colazione, a quell’ora la passeggiata… c’era un’ora per ogni cosa. No, questo non faceva per lui che era sempre stato refrattario alle cose imposte o anche solo stabilite prima da altri. Enzo, ad esempio, odiava i puzzle: perché le tessere dovevano andare al loro posto e non dove lui voleva metterle? Se lui aveva voglia di fare una cosa la doveva fare, anche per questo aveva comprato una moto invece che un’auto.
Priscilla era il simbolo della sua libertà, della sua possibilità di rompere ogni regola, andare dove una macchina non poteva andare, non essere obbligato a portare nessuno che gli stesse sulle scatole (chi si sarebbe azzardato a chiedergli un passaggio dopo aver sperimentato la sua guida al limite?). Priscilla era l’amante ideale e insieme formavano la coppia perfetta: lei era sempre lì, docile, obbediente ai suoi colpi di gas e alle sue frenate improvvise, non chiedeva mai niente ma aspettava sempre che fosse lui a darle il necessario. E se per qualche giorno o settimana Enzo aveva altro per la testa e la lasciava in garage, Priscilla non protestava né metteva il muso: restava ad attendere che il suo padrone tornasse a sentire il bisogno di lei.
E in quel momento Enzo sentiva forte il bisogno di Priscilla, aveva nostalgia dell’odore della gomma delle manopole del gas e della marce, del freddo del serbatoio in mezzo alle cosce, dei moscerini spiaccicati sulla visiera del casco; sì, anche di quelli.
Era quasi arrivato alla fine del lungo corridoio e per quel giorno aveva finito, per fortuna. Stava strizzando il mocio nell’apposita vaschetta del secchio, quando il ben noto rumore di chiavi che entrano e girano nella serratura lo fece voltare. Dall’altra parte del cancello che divideva in due il corridoio del reparto vide Paolo, l’enorme guardia penitenziaria di turno quella mattina (mille volte meglio lui di Gesualdo, quello sempre con la puzza sotto il naso); accompagnava un uomo sulla cinquantina che non conosceva, con una borsa da persona importante per mano e nientemeno che il vicedirettore: sicuramente doveva trattarsi di una cosa importante.
Cercò di immaginare chi potessero andare a cercare. C’era il tipo della 32, quello che aveva chiesto la revisione del processo, ma il suo avvocato era andato a trovarlo il giorno prima, e poi per queste cose c’è la stanza delle visite. Qualche ammalato? Dovrebbe essere in infermeria non in cella. Era proprio strana quella visita. Tornò a far finta di pulire.
«Ghezzi!» la voce tonante di Paolo.
Si fermò e si voltò appoggiandosi al palo di ferro con cui stava lavando.
«Vieni qui che c’è qualcuno che ti deve parlare.»
E che volevano adesso? Non aveva fatto niente di male negli ultimi tempi per cui potesse esser ripreso.
Enzo e il gruppo dei nuovi arrivati si incontrarono a metà corridoio.
L’uomo con la borsa cominciò a fissarlo attentamente in testa. Gli girò attorno, alzandosi sulle punte dei piedi perché era più basso di lui, poi  rivolgendosi a Paolo:
«Posso toccarglieli? »
«Ehi, calma, calma» protestò vivacemente Enzo, che già in quel frangente non era dell’umore giusto per fatti suoi. «Chi è questo e che vuole da me? E poi cosa dovrebbe toccarmi? Sono io che decido se qualcuno può mettermi le mani addosso. E in questo momento non gira per niente bene» e nel dirlo si ritrasse dai tre.
Il vicedirettore si tolse gli occhiali e prese a pulirli con la cravatta, segno che stava per parlare e dire cose importanti.
«Vedi Enzo, questo signore è il dottor Pizzamiglio, di una nota casa farmaceutica, che ha messo a punto uno shampoo che utilizza  dei capelli veri, che siano forti e sani, per nutrire altri capelli che invece sono fragili e malati. Ma di questo aspetto ti parlerà meglio lui. Siamo venuti da te perché lui ci ha chiesto se tra i nostri ospiti c’era qualcuno che fosse dotato di una bella chioma da utilizzare per questo prodotto, e noi abbiamo pensato subito a te.»
E per stuzzicare la sua baldanza e renderlo più collaborativo continuò subito: «Ritengo che sarai ben contento di dare qualche capello ogni tanto per la scienza.» Poi, gettandola sullo scherzo: «E pensa a quanta gente andrà in giro con la testa lavata con lo shampoo fatto coi tuoi capelli!» e rise quasi di gusto.
«Fatemi capire bene la cosa perché devo essermi perso qualche puntata della Ruota della fortuna» intervenne Enzo, stupito, sulla risata del vicedirettore.
«Vede signor Ghezzi» adesso era il dottore «non voglio scocciarla con spiegazioni scientifiche che a lei certamente risulteranno noiose e inutili. Ma per farla breve le dirò solamente che abbiamo messo a punto uno shampoo che, come ha appena accennato il vicedirettore, ha come base il capello liquido. Noi scegliamo delle persone che abbiano dei capelli perfetti, sani, forti. Quando vanno dal barbiere per il normale taglio, chiediamo loro di non buttar via i capelli, ma di darli a noi, che paghiamo per questo sevizio, e devo dire anche abbastanza profumatamente. Poi… »
«E quanto sarebbe?» interruppe Enzo che aveva subito alzato le antenne alla parola paghiamo.
«Diciamo che varia a secondo della qualità del capello. Ce ne sono alcuni tipi che si trovano facilmente, e per quelli c’è una cifra. Altri sono più rari per la loro lucentezza e purezza dei componenti, e qui si parla di bei soldini, diciamo pure sui…» pausa per far calare ben bene le braghe all’ascoltatore interessato «cento euro a taglio.» Quindi riprese con aria professionale: «Naturalmente i capelli devono pesare almeno cinquanta grammi per volta, e ogni volta vengono analizzati per controllare che la qualità sia la stessa del primo taglio. Stavo comunque dicendo che una volta presi i capelli dopo il taglio, vengono portati… »
«Non mi interessa niente di cosa ne fate dei miei capelli. Io ve li do, voi sganciate la grana e l’affare è concluso.» Anche se con un mocio in mano, Enzo non aveva perso la sua capacità di fiutare un affare e afferrarlo al volo.
«Beh, certo, dal suo punto di vista lei ha ragione» riprese il dottor Pizzamiglio «comunque prima di concludere l’affare come dice lei, dobbiamo analizzare i suoi capelli per vedere se sono realmente adatti al nostro scopo, come d'altronde sembrano ad una prima osservazione esteriore.»
«Analizzate pure tutto quello che volete, vi assicuro che il mio articolo è il migliore sul mercato.» Ed era veramente entusiasta.
E non solo per il vile -come dice chi ce l’ha- denaro, ma anche perché la mente di Enzo aveva partorito l’idea che era bello sapere che qualcun altro potesse andare in giro con i suoi capelli in testa. Si, lo sapeva che non è che glieli trapiantavano, ma erano pur sempre i suoi capelli che andavano a nutrire, come aveva detto il vicedirettore, quelli di un povero sventurato con un problema in testa. E magari, con quell’operazione, gli passava anche un po’ del suo ingegno, come il latte delle poppe della mamma nutre il bambino e gli passa le sostanze di cui ha bisogno.
Enzo Ghezzi, detenuto numero 879023, di turno alla pulizia dei corridoi del carcere di…, era orgoglioso di sé stesso e del bene che avrebbe fatto all’umanità.  
(... continua... )


TIM

sabato 4 febbraio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (V)

Beh, vediamo di ricapitolare.
Enzo, il cattivo, fa una rapina dove ci scappa il morto, anzi due, visto che alla fine prima di fuggire dalla banca uccide il suo compare ferito. Dopo una fuga in moto e il ritorno a casa, viene però arrestato dalla pula, che lo scopre proprio grazie al numero di targa di Priscilla, il suo bolide a due ruote.
Mario, il buono, è alle prese con un problema... tricotico e chiede disperato al suo barbiere di fiducia (ma non troppo!) una soluzione alla caduta dei capelli. Pino, il coiffer, gli parla di un nuovo preparato: il capello liquido.
Fin qui due storie a sé stanti e che si svolgono in due momenti diversi: se ancora non avete fatto caso (ma qui è la parte importante di tutta la storia!) quella di Mario si svolge dopo quella di Enzo e questo fa una bella differenza ai fini del contenuto!
Ma adesso si comincia già ad intuire qualcosa, visto che...

Capello Liquido
3.10.2001
Pino, il barbiere, non aveva lo shampoo al capello liquido perché il rappresentante non era ancora passato quel mese e non aveva potuto farne l’ordinazione; perciò suggerì a Mario un negozio proprio vicino al suo ufficio.
Mario era un discreto contabile e da circa vent’anni lavorava in un’agenzia per il disbrigo di pratiche di ogni tipo.
Era il più anziano del gruppo, ma anche un po’ il fantozzi della situazione (in ogni ufficio si assume sempre un tipo del genere dopo l’uscita dei libri di Villaggio), non perché fosse imbranato, questo no, ma perché non era mai capace di esser scortese, di rifiutarsi di coprire qualche mancanza dei colleghi, di fare il loro lavoro se questi avevano bisogno di uscire prima o arrivare più tardi o semplicemente non avevano voglia di farlo. D’altra parte Mario non era sposato e poteva gestirsi la vita come voleva.
Aveva acquistato lo shampoo un paio di giorni dopo il consiglio del barbiere e aveva cominciato a usarlo da subito. Ogni mattino lavava i capelli prima di andare a lavoro, e come succede sempre quando qualcosa riguarda noi stessi o le persone vicine, all’inizio non aveva notato alcun cambiamento. Finché un giorno di qualche settimana dopo, il giornalaio gli aveva fatto i complimenti per i suoi capelli che sembravano essere resuscitati; aveva detto proprio così: resuscitati. Mario ebbe come un colpo e quasi corse fino all’angolo dell’isolato dove c’era una vetrina a specchio in cui potersi guardare.
Era vero: quel cranio che aveva davanti, e che era innegabilmente il suo, si stava coprendo nuovamente di capelli, le zone scoperte erano sempre meno evidenti.
Doveva avere uno sguardo estasiato o per lo meno strano se una donna con un bimbetto per mano, passando vicino, gli diede un’occhiata perplessa e accelerò il passo.
Era tentato di tornare a casa e confrontare il Mario che adesso vedeva nello specchio con quello della foto scattata a Pasqua in montagna. Ma era tardi e doveva andare in ufficio: quel giorno doveva aprire lui perché Giovanna, a cui spettava normalmente l’incombenza, aveva da sbrigare non sapeva quale cosa urgente, cosa che peraltro le capitava ormai sempre più spesso negli ultimi tempi.
A pensarci, la situazione cominciava a infastidirlo e si sentiva quasi preso in giro, anche perché i suoi colleghi facevano spesso strane battute su quest’andazzo. Il suo capo, d’altra parte, non sapeva niente di quello che succedeva: a lui interessava solo che tutto fosse fatto per bene e i clienti fossero soddisfatti; chi, come e perché non erano domande che si poneva.
Certamente quella mattina sarebbe andato ad aprire l’ufficio, ma sarebbe stata l’ultima volta, al massimo la penultima, su questo sarebbe stato chiaro con la collega indaffarata.
D’un tratto si meravigliò quasi di questi pensieri di ribellione che gli frullavano per la mente.
Ma non fu l’unico pensiero né l’unico fatto che lo fece meravigliare quel giorno.
Aveva terminato il suo turno in ufficio alle 16.00. Lasciò scrupolosamente le consegne al giovane che faceva le ultime ore fino alla chiusura (poca voglia di lavorare, come tutti i giovani d’oggi, aveva sentenziato richiesto dal suo capo) e si ricordò di dover fare un po’ di spesa.
Il discount era pieno a quell’ora ed era riuscito ad accaparrarsi l’ultimo carrello libero rimasto. Per fare ciò  aveva dovuto quasi gareggiare con la bionda che era arrivata insieme a lui nel piazzale.
Mario si era preoccupato di parcheggiare per bene l’auto, lasciandola  all’interno delle strisce predisposte; la bionda, invece, aveva messo la sua praticamente davanti all’entrata del negozio, ostruendo anche in parte lo scivolo per gli handicappati. L’assistere a questa scena gli aveva fatto salire il sangue alla testa. Non poteva passarla liscia una persona come questa, aveva pensato, perciò quel carrello doveva essere suo. Essendo in svantaggio sulla bionda che era già nella corsia (la sua auto era proprio davanti al posto dei carrelli), gli restava una sola alternativa: scavalcare i paletti in ferro che delimitavano il corridoio. Fu quello che fece, piombando proprio tra la bionda e il carrello. Estrasse con tutta calma il portamonete dalla tasca, tirò fuori le cinquecento lire (che in questi casi sostituivano ancora egregiamente l’euro), le inserì nell’apparecchietto sul manubrio e sganciò il carrello dalla catena. Solo allora si girò per uscire dalla corsia, e fece un largo sorriso alla bionda, che per tutto il tempo l’aveva guardato prima sbigottita, poi irritata, infine inviperita.
«Mi permetta» le disse con sguardo angelico passandole davanti col proprio trofeo.
Giovanna non avrebbe creduto ai propri occhi.
Mario si lisciò i capelli attendendo un attimo che le porte automatiche del discount si aprissero.
Non aveva una lista scritta, come usava fare sempre quando andava per la spesa (il lunedì cominciava a scrivere ciò che occorreva in casa sulla lavagnetta appesa in cucina e prima di uscire copiava l’elenco sul foglietto di carta meticolosamente ritagliato da qualche volantino o retro di fotocopia che prendeva in ufficio) ma sarebbe andato a memoria.
Iniziò il viaggio nelle corsie: il pane (lo prendo dal fornaio), la frutta e la verdura (qui non sono buone), lo zucchero e il latte (questi sì, giù nel carrello), le caramelle e i Mars.
Qui Mario si fermò un istante. L’acquolina si stava già formando in bocca: i Mars gli erano sempre piaciuti per come crocchiavano prima e si spalmavano sulla lingua poi. Ne guardò il prezzo ed era esagerato per la sua tasca. Non per il costo di quel prodotto specifico in sé, ma si conosceva e sapeva che se si fosse messo a comprare tutte le leccornie che vedeva e bramava, non gli sarebbe bastato lo stipendio di una settimana ogni volta che faceva la spesa.
“Una soluzione c’è.”
“Quale?”
“Basta non pagare.”
“Ma che dici?!”
Ma chi è che parlava e rispondeva? Era fermo ancora davanti ai Mars ed era stato testimone auricolare di quella conversazione tra chissà chi.
“Dai, prendili e mangiali sul posto, prima di arrivare alla cassa, chi vuoi che ci faccia caso o gliene ne importi qualcosa. Oggi come oggi per fortuna ognuno si fa i fatti suoi.”
La voce stava parlando sicuramente con lui.
«Ma no, dai, è un furto!» rispose quasi articolando con le labbra le parole.
Quante volte anche lui si era arrabbiato nel vedere confezioni mezze vuote lasciate sugli scaffali, segno che qualcuno aveva consumato il prodotto senza naturalmente arrivare a pagarlo. Però, adesso, doveva dire che l’idea l’attirava quasi, non per il senso di sfida e pericolo, ma per il semplice gusto di farlo: voleva il Mars, non voleva pagare, l’avrebbe semplicemente preso e mangiato lì.
Si lisciò i capelli (era sempre più soddisfatto che stessero ricrescendo sani e forti, anche se ricci) e mise nel carrello una confezione del cioccolato ripieno di caramello mou.
Il tempo di entrare nella corsia successiva e aveva preso il Mars, l’aveva scartato con noncuranza e l’aveva addentato: che estasi per il palato! In due morsi aveva fatto fuori il primo e, il tempo di arrivare allo scaffale del tonno (ne prese tre scatolette), ne aveva terminato con grande soddisfazione la confezione intera.
Ehi, l’aveva fatto! Lui aveva preso una confezione di Mars e l’aveva mangiata senza pagare: Mario Vespolate stava per rubare!
Eppure non si sentiva tanto male, interiormente voglio dire.
L’eroico gesto, comunque, era ormai stato compiuto. Si trattava di scegliere: andare alla cassa e consegnare la confezione vuota (sarebbe bastato il barcode per pagare) oppure abbandonare l’incarto in uno scaffale.
Il combattimento tra sé e sé stesso (che poi erano quelli che avevano interloquito tra loro prima) era ormai agli sgoccioli.
“Ma sì, in fondo i negozianti sono assicurati contro queste, diciamo così, piccole perdite. Cosa vuoi che sia un Mars.”
“Ma non è il Mars in sé, è che…” cercava di resistere.
“Cos’è, adesso ne fai una questione di principio? Però prima te lo sei sbafato il cioccolato, t’è piaciuto! Ammettilo, era buono e tu l’hai mangiato. Punto. Nessuno ti ha visto e tutto finisce qui. Devi pensare di più a te stesso caro mio, tu non ti vuoi abbastanza bene.”
“Adesso sei tu che fai il filosofo. E poi non è giusto e basta.” Breve pausa di acuta riflessione. “Almeno credo” concluse.
Era fermo a fissare gli assorbenti da donna e la cosa dovette sembrare alquanto singolare alle persone che gli passavano accanto ma non potevano di certo assistere al duello che si stava svolgendo nella sua testa.
Mario si accorse di quegli sguardi attorno a lui, e riprese a girare a vuoto per le corsie, in attesa della decisione finale.
Vedeva, in lontananza, le casse. Si avviò con decisione verso quel punto tenendo in mano l’involucro vuoto del Mars. A pochi metri dall’arrivo allungò il braccio e depositò la confezione tra le bottiglie di Reggiano Lambrusco Secco.
Pagò i suoi 14,39 euro (che non comprendevano naturalmente il Mars) e uscì come era entrato, spingendo il carrello.
Era tranquillo, anzi soddisfatto. Certo, i suoi nuovi capelli lo stavano facendo sentire meglio, molto meglio. Si andava convincendo sempre più che era senz'altro vero quello che diceva certa pubblicità: se sei bello fuori, ti piaci anche dentro.

(... continua... )


TIM

venerdì 3 febbraio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (IV)

Breve cappelletto alla quarta puntata di Capello Liquido.
Avevo completamente rimosso dalla mia mente, e quindi dimenticato, che nel lontano dicembre 2010 avevo iscritto il mio garage a Net-Parade nelle categorie generale e cultura. Ora mi arriva una comunicazione che accende una lucina nella mia memoria e la curiosità mi spinge ad andare a vedere dove sto in classifica.
Non so nemmeno se questi dati vogliano dire realmente qualcosa, perché a qualche settimana dall'iscrizione abbandonai il tutto, eliminando anche il banner dal blog (tanto mi interessava essere votato!): avevo finalmente capito che volevo riempire queste pagine solo coi ca**i miei, a prescindere da chi legge, chi vota e chi vomita delle mie fesserie.
Comunque oggi ho scoperto che in classifica generale sono 35253° fuori dal Top e nella classifica cultura occupo il 463° posto, sempre fuori dal Top; sinceramente non so su quanti. Nella speciale classifica Top 80 cultura sono al 1534° posto mentre in quella Top 100 sono al 38065° posto. La qualità del sito è al 86,97% e i miei punteggi migliori sono stati un 16792° posto il 26 ottobre 2011 nella classifica generale; in quella cultura il 2 novembre ho toccato addirittura il 1262°! Sono, naturalmente, ancora al I° livello e tra il 31 gennaio e il 1 febbraio ho perso 25 posizioni nella Top 100, ma (udite, udite!) ne ho guadagnate 3 nella Top 80. Comunque mi consolo: stare in una classifica dove al 91° posto c'è un sito dal titolo Tuttodragonball1 e al 92° Sanremo2012 mi viene un po' il prurito; e lo dico con tutto il rispetto per gli amici blogger che sono in questa classifica e sgomitano ogni giorno per guadagnare un gradino. A proposito, c'è qualcuno di voi lì in mezzo?
Bene, dopo queste notizie e considerazioni ultra scorrette, e ricordandovi che nell'asse temporale torniamo al marzo 2001, alla storia di Enzo, vi lascio alla lettura della IV° puntata di:

Capello Liquido

23.03.2001 (alla sera)
Non solo la rapina era andata male, almeno per il suo socio, ma Enzo aveva commesso anche un errore imperdonabile.
Volendo fuggire per i vicoli della parte vecchia della città e raggiungere il più presto possibile la via per l’autostrada, lui e il compare avevano giustamente pensato che un’auto, per quanto piccola fosse, non era idonea: molto meglio una moto. E quale moto migliore della sua, velocissima e affidabile? Enzo si faceva un vanto di quel bolide e ogni occasione era buona per metterla in mostra con donne e amici, soprattutto con le donne.
Erano famose, spesso anche presso i Vigili Urbani, le sue corse lungo i viali del centro, a tutta velocità e a tutti decibel, più spesso da solo, ma a volte con i rari compagni che si permetteva. Non gli piaceva correre in autostrada, troppo facile, senza spettatori né concorrenti; Enzo preferiva le vie cittadine dove un vecchietto poteva sempre decidere di attraversare, sulle strisce per carità, la strada al suo passaggio o una macchina svoltare a sinistra, dopo averlo regolarmente segnalato, quando lui decideva di superarla. Questa sua natura lo portava spesso a rifugiarsi nella grande città poco distante, dove i pericoli erano infinitamente maggiori e quindi l’adrenalina saliva a mille. Per questo c’erano giorni in cui lucidava Priscilla (questo era il nome che aveva dato alla moto e che aveva fatto anche incidere sul serbatoio) a pollice e affrontava le poche decine di chilometri che lo separavano dal suo personalissimo grande teatro con l’animo di chi esordisce nello spettacolo più importante della vita, quello che lo consacrerà definitivamente re del palcoscenico. Anche se nessuno saprà mai chi è e da dove viene quell’imbecille in tuta di pelle blu notte con scritte e disegni rossi e gialli che gli sta spaccando i timpani.
Andare a fare la rapina con Priscilla era quindi come andare a recitare, e il bottino diventava solamente il cachet per la sua esibizione e nient’altro.
Io non ne capisco di moto, anche perché non me ne potrei mai permettere una del genere, però mi pare fosse uno degli ultimi modelli della BMW o qualcosa del genere. Invece quel ragazzo che aveva visto Enzo fuggire dalla banca sul bolide doveva essere sicuramente molto esperto in materia. E anche piuttosto svelto se era riuscito a prendere al volo addirittura alcuni numeri della targa. Il raggio moltiplicato per se stesso e poi per 3,14 da’ sempre l’area del cerchio, perciò la Polizia seppe, dopo un rapido controllo alla Motorizzazione, chi aveva fatto la rapina alla Banca, o quanto meno a chi apparteneva il mezzo con cui il rapinatore–assassino era fuggito.
Mentre le forze dell’ordine riuscivano ad avere queste informazioni, Enzo aveva raggiunto in pochi istanti il ponte che fa’ da confine naturale alla città, e da lì in pochi minuti era nel cascinale che la vecchia zia gli aveva lasciato alla sua morte. Nascosta nel fienile aveva lasciato la sua auto; fatto lo scambio di mezzi era così rientrato in città con la sacca nera contenente il malloppo. Se quella sera fosse andato al bar a piedi e gli amici che gli avessero chiesto come mai non era con l’amata (sottintendendo la moto), avrebbe risposto che era indisposta e nessuno avrebbe osato chiedere altro. Infatti quando Enzo aveva un certo sguardo e un certo tono nella voce, era bene non fare troppe domande. Per questo gli amici, o almeno quelli che lo conoscevano (Enzo non aveva veri amici), lo chiamavano il riccio. Questo soprannome non era dato solo a causa di questa sua scontrosità e questo suo modo di chiudersi in sé stesso quando qualcuno tentava di mettere il naso nelle sue cose, bensì anche per via dei suoi capelli, appunto ricci, folti e neri quasi come quelli di un nero africano. Anche di questi andava fiero, pressappoco come della moto.
Ma quella sera Enzo non andò al bar. Non sapeva perché mai era così teso (sicuramente non per la rapina né per l’omicidio, aveva in ben poco conto la vita propria e altrui per farsi scrupoli), perciò uscì solo a prendere un po’ d’aria. Aveva voglia di restare solo, senza la necessità di dover fingere con chi avrebbe incontrato.
Senza la sua moto si sentiva nudo ma soprattutto ne sentiva il bisogno fisico, come chi ha smesso di fumare da poco e ha necessità di una sigaretta. Aveva anche pensato di andarla a prendere per farci una bella corsa sulla tangenziale, per scaricarsi; ma capiva che la sua amata, era ancora -per così dire- troppo ‘calda’ per essere rimessa in giro. Meglio far passare qualche giorno, se non qualche settimana.
Tornando a casa aveva la sensazione che qualcosa non andasse, aveva l’impressione di essere attraversato da una corrente continua e gli sembrava di aver bisogno di una doccia, come quando rientrava tutto sudato da una delle sue corse sotto il sole d’agosto avvolto nella tuta di pelle. Camminando lungo il viale, passò davanti alla casa dove qualche tempo prima era avvenuta una tragedia che aveva scosso la cittadina: un anziano signore era stato trovato praticamente triturato (così si erano espressi i medici e gli investigatori) in casa sua. Nonostante fossero arrivati i migliori specialisti da tutta Italia e persino una squadra dell’FBI dall’America (ma la cosa non era stata mai né smentita né confermata), non si era mai venuto a capo di niente, mai il minimo indizio, mai nessuna spiegazione che avesse un minimo di plausibilità. L’unica cosa sicura era che il vecchietto stava preparando la salsa per il sugo, perché venne ritrovata una macchinetta per passare il pomodoro sul tavolo, pronta all’uso. Anche Enzo, che in fondo aveva solo fatto una rapina in mattinata e ucciso un uomo a sangue freddo, ebbe un brivido di paura guardando quelle finestre a piano terra.
Intanto era quasi arrivato a casa e attraversando il viale lanciò un’occhiata verso un gruppo di ragazzi che stava sulla porta del ristorante dall’altro lato della strada, come se stessero aspettando il loro turno. Decine di volte aveva visto gruppi del genere dalla sua finestra o li aveva incontrati tornando dal bar dopo mezzanotte, e aveva pensato che era da deficienti a quell’ora fare la fila per mangiare qualcosa quando c’erano tanti altri locali anche migliori in cui andare. Ma quel gruppo gli sembrava strano, forse perché lui si sentiva come un bambino che aveva rubato la marmellata e aveva la coscienza non propriamente pulita. E anche quel furgone scuro parcheggiato poco distante gli sembrava fuori posto, aveva un’aria quasi colpevole. Tutto, lì attorno, gli metteva angoscia.
“Ma che vai pensando, coglione, sta’ tranquillo che nessuno ce l’ha con te. E comunque è ancora troppo presto per cominciare a preoccuparsi” andava dicendosi mentre attraversava la strada. Estrasse le chiavi e infilò quella rossa nella toppa del portone.
Sentì solo il freddo di qualcosa che gli premeva contro la tempia destra e poi quella frase imparata a memoria dai film gialli: «Polizia! Fermo così o ti faccio un buco in testa!» Un’altra voce alla sua sinistra l’inchiodava: «Enzo Ghezzi, ti dichiaro in arresto per la rapina alla banca e l’omicidio del tuo complice».
“Gli sbirri. Con questi è meglio non giocare, tanto prima o poi salta tutto fuori” pensò, mentre dalla bocca gli uscivano altre parole: «OK, OK, va bene non vi incazzate, mi arrendo, mettete via le pistole che qualcuno si può fare del male a giocare agli sceriffi».
Intanto gli stavano tirando dietro le braccia e mettendo le manette ai polsi. Si girò e vide che il gruppo dei ragazzi era ancora lì e il furgone era chiuso. “Ma da dove sono saltati fuori questi?” si chiese e per quella sera fu l’unico pensiero che assorbì la sua mente.
(... continua... )


TIM

mercoledì 1 febbraio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (III)

E siamo alla terza puntata.
Abbiamo conosciuto il primo dei due personaggi che danno vita alla storia, Enzo il rapinatore, il cattivo, il senza cuore. 
Oggi entra in scena l'altro protagonista, Mario, che impareremo a conoscere, invece, come quello... beh, ve l'andate a leggere qui sotto se vi va. Che gusto c'è se vi dico tutto io! Come sempre: attenti alle date!

Capello Liquido
20.08.2001
Come direbbe Woody Allen, Mario era una di quelle persone del tipo a cui, andando avanti negli anni, si creava una piazzetta, qui, sulla testa; sempre meglio, pensava Mario, che essere di quelli che cominciano a sbavare dall’angolo della bocca e sputacchiano ogni volta che dicono qualcosa, sempre restando nel paragone del mitico Woody.
Il fatto è che Mario aveva meno di quarant’anni, i capelli ancora quasi tutti neri e nonostante tutto… una bella piazzetta qui, sulla testa. Ogni volta che andava dal barbiere chiedeva cosa poteva fare per evitare il perdurare dell’increscioso fenomeno tricotico, e Pino, il coiffeur, gli rispondeva di provare una nuova lozione, sempre appena uscita sul mercato, di quelle che pubblicizzano in TV e che fanno sicuramente bene; almeno al portafoglio dell’ingegnoso scopritore, avrebbe voluto aggiungere Mario.
Erano anni che andavano avanti così e Mario aveva pensato seriamente più di una volta di cambiare barbiere, specie da quando la piazzetta non solo stava diventando una vera e propria piazza, ma soprattutto l’allargamento della fronte verso l’alto (sempre a causa del diradamento della chioma) stava facendo sì che le due gravi insufficienze pilifere stessero per incontrarsi e fondersi con gli effetti estetici che si possono facilmente immaginare; Roberto Gervaso ne sa qualcosa.
«Ma sei sicuro che stavolta funziona?» stava chiedendo con aria poco convinta Mario al suo barbiere.
Da Pino coiffeur era il salone da barbiere più vicino a casa sua e solo per questo era stato scelto da Mario per le sue visite a scadenza mensile. Tutto nel salone richiamava alla mente gli anni sessanta, prima dell’avvento della tecnologia, dell’acciaio freddo, dei calendari ai limiti dell’adesso sì che si vede proprio tutto!
C’erano ancora i lavandini in ceramica bianca, col tubo di scarico ben visibile; i poggiatesta estraibili che fanno quel bel rumore di ferraglia con i denti che sfregano all’interno dell’apposito alloggiamento; i semplici specchi da muro senza cornici; i sedili delle poltrone in cuoio duro, con più di qualche crepa. Non aveva mai capito se questo era lo stile voluto da Pino o se semplicemente l’aveva ereditato così e aveva pensato che non era il caso di spenderci soldi in restyling. Il calendario poi, naturalmente era di quelli bianchi (pubblicità di un noto –negli anni sessanta– prodotto per capelli) con le rotelline rosse in cartone duro, seghettate ai bordi per permettere di essere girate con il polpastrello, facendo comparire la data dai riquadri laterali (VEN – logo della lozione – 15). Unico indizio che ci trovavamo nel 2001 erano i prezzi, ben in vista in una piccola bacheca tra i due specchi.
«Senti» rispose Pino, «ti ho mai dato una fregatura?»
«Negli ultimi quindici anni, sempre» con tono più rassegnato che ironico.
«Ma tu sei un caso particolare. Prendi Pasquale… »
«Non parliamo di Pasquale, per piacere» interruppe Mario. «Quando è entrato qui la prima volta, tre anni fa, aveva dei capelli da far invidia a Giulietta quando getta la treccia dal balcone a Romeo. Oggi gira sempre col basco in testa per evitare che una folata di vento gli possa portare via i cinque peli che gli sono rimasti.» E intanto sedette sulla poltrona che gli dava ogni volta di più l’impressione di quella del dentista, foriera di atroci dolori, forse non fisici ma certamente spirituali.
«Appunto, questo ti volevo dire, anche lui è un caso particolare».
«Va bene, lasciamo stare Pasquale. Cos’è quest’ultimo ritrovato?» chiese Mario.
«Capello liquido» buttò lì poco convinto il coiffeur, quasi parlando tra i denti e in attesa di una sonora risata da parte dell’altro.
«Che?!» con un’espressione tra lo stupito e l’incapiente.
«Capello liquido» riprese con più convinzione Pino.
«E cosa sarebbe?» s’incuriosì Mario, girandosi verso il barbiere con cui finora aveva dialogato attraverso lo specchio.
«Scientificamente non te lo so spiegare, ma dovrebbe essere come quando una persona è anemica e gli consigliano di mangiare molta carne che, anche se di animale, è pur sempre composta dalle stesse sostanze di cui è fatta quella dell’uomo. Così se il capello è debole, la cosa migliore da fare è nutrirlo con le stesse sostanze di un capello sano. Perciò prendono dei capelli, ovviamente robusti e in perfetta salute, li triturano o cose del genere, li uniscono ad altre sostanze e il gioco è fatto. E quando fai lo shampoo nutri il tuo capello stanco e anemico, per così dire, con un capello in pieno vigore.»
Il figaro gongolava per la risposta che gli era uscita di bocca e che gli sembrava più che soddisfacente.
«Ed io dovrei mettermi in testa i capelli di un altro?» Certo la sorpresa per questa scoperta era grande: chi avrebbe mai immaginato lo shampoo al capello liquido?
«Non è proprio così ma… rende l’idea» rispose Pino nella speranza che l’interrogatorio non entrasse più nei particolari.
«E dove trovo questo preparato miracoloso?» chiese Mario col tono di voce rassegnato all’ultima speranza. In verità, come gli suggeriva sempre Woody il Grande, gli avrebbe voluto rispondere: ti do’ quest’ultima opportunità, poi vado a Lourdes.
(... continua... )
prima puntata
seconda puntata

TIM

lunedì 30 gennaio 2012

Racconto a puntate: Capello Liquido (II)

Seconda puntata del mio Capello Liquido!
Altri e più esimi colleghi ci stanno dando in questi giorni con racconti a puntate, mini ebook e chi più ne ha più ne metta. Perciò, pur non azzardando a mettermi sul loro livello, penso  che più carne c'è al fuoco e meglio è per tutti.
Ma prima devo chiedere scusa all'amico Ariano, perché la scorsa volta non ho reso merito al suo lavoro sul racconto. Come sempre, infatti, c'è il suo zampino di editor in quello che state leggendo, poiché Capello Liquido, come vi avevo detto, era stato scelto per partecipare alla  Collana Gemini, e quindi era prima passato dalle sue mani.
Dato ad Ariano quel che è di Ariano, ecco a voi la seconda puntata delle avventure di... eh già, ancora non si sa niente della storia, visto che la scorsa volta era solo un'overture. Perciò non metto tempo in mezzo e pubblico.
Sento già che Isaac Asimov sta tremando (o si sta rivoltando nella tomba? dal rumore non si capisce... ), perciò buona lettura!



23.03.2001 (al mattino)
Era proprio in ritardo.
Per Mario essere in ritardo era uno dei peccati più gravi, non verso gli altri, ma verso se stesso.
Già si vedeva entrare in banca, guardare desolato le panche d’attesa già piene, con persone anche in piedi e solo due impiegati agli sportelli. La mattinata era praticamente andata.
Probabilmente non era così, ma tutto il percorso da casa alla banca (fatto rigorosamente a piedi, perché trovare un parcheggio nelle vicinanze era come vincere un terno al lotto) l’aveva trascorso ad immaginare questi scenari allucinanti. D’altra parte erano già (guardò il suo Seiko con la ghiera blu e i giorni del datario che venivano fuori da una corona all’interno dell’orologio)... le 8.35, le porte erano state aperte da dieci minuti e sicuramente oggi c’era qualche pagamento particolare per cui mezza città si sarebbe riversata in banca.
Entrando attraverso le porte scorrevoli della cabina d’ingresso cercò di non guardare verso l’interno, ma un’occhiata dovette darla per forza: non male alla fin fine, e calcolò un quarto d’ora di coda. Dalla distributrice posta a sinistra prese il suo numerino: 64, tempo d’attesa: 10 minuti circa. Guardò istintivamente il display in fondo alla sala, quello che indicava quale numero si stava servendo in quel momento, e la sua ansia ebbe un attimo di sosta: 57. La previsione della macchinetta eliminacode doveva essere quasi esatta.
Sedette e riprese, purtroppo, a far funzionare il cervello: speriamo che non ci sia un operatore–lumaca, o la solita cinquantenne che scambia lo sportello della banca per la sedia della manicure e sente il bisogno di riassumere l’ultimo mese di vita condominiale; a partire dalla colecisti del maggiore Buffalino, fino alla bocciatura in diritto civile della figlia della separata del primo piano; ma si sa che questi ragazzi che rientrano tutte le notti alle due, le tre, senza sapere chi frequentano… e quella povera madre che fa i salti mortali per farla studiare perché l’ex marito non vuole sganciare una lira per l’università…
Intanto nell’aria si era sparso nuovamente il dlong dal display e il numero era diventato 60. Mario guardò per l’ennesima volta il suo tagliandino, quasi nella speranza che qualche gnomo gliel’avesse cambiato mentre lui era distratto e che ora fosse diventato, che so, 62. Era sempre 64, però ormai c’eravamo quasi e c’era sempre la possibilità che il 61 o il 62 avessero rinunciato decidendo di ripassare più tardi.
Dlong: 61. Dlong: 62.
In quel momento entrò la guardia giurata che era fuori a sorveglianza dell’ingresso. Evidentemente, pensò Mario osservando attentamente l’espressione sofferente dell’uomo, aveva urgente bisogno di un bagno.
Dlong: 63 (sportello 5).
Vide il signore dello sportello 3 (il 62) salutare il cassiere e capì che stava per suonare nuovamente il campanello, questa volta per chiamare lui. Estrasse dalla borsa i suoi documenti, si alzò e si avviò verso la cassa.
Colse il gesto della mano del cassiere che premeva il pulsante per chiamare il prossimo cliente. Ma stranamente il suono che si udì non fu quello dal display, ma una serie di colpi secchi, a raffica, provenienti dalla porta d’ingresso. Mario si girò di scatto verso quel punto, insieme a tutti i clienti e il personale della banca, e tra le urla di tutti i presenti vide due uomini incappucciati armati di mitra che sparavano contro il soffitto. Finita la scarica, uno dei due rimase vicino alla porta puntando l’arma che aveva in mano verso la sala, mentre l’altro si era avvicinato allo sportello più vicino.
«Fate tutti silenzio. Se nessuno si muove e ci date i soldi, facciamo in fretta e ce ne andiamo subito» urlò da sotto il passamontagna quello che era rimasto a guardia dei presenti, che ubbidirono per quel che potevano: si fece un silenzio assoluto.
L’altro si fermò davanti alla cassa 1, la più vicina.
«Dai sbrigati, non hai sentito il mio amico, caccia fuori le mazzette, i tuoi e quelli dei tuoi colleghi, e mettili in questo sacco» e glielo porse, «e niente scherzi, il mio amico è un tipo con poca pazienza. Vero socio?» – disse rivolto all’altro.
Il quale per tutta risposta esplose un’altra scarica verso il muro di fronte, facendo saltare tutti i manifesti, l’orologio e il display.
Il cassiere era rimasto immobile, incapace di fare qualsiasi cosa.
«Che c’è, vuoi fare il furbo? Non hai capito che facciamo sul serio» gli gridò il rapinatore dall’altra parte del vetro. Poi si girò verso il compare: «Fai vedere al signore cosa succede se non si sbriga.»
L’altro prese per il braccio il cliente più vicino, proprio di fianco a Mario, lo tirò verso la porta, gli ordinò di mettersi per terra, quindi gli puntò il mitra alla testa ed esplose un solo colpo. Chi dei presenti aveva avuto il fegato di guardare, vide la testa dell’uomo esplodere e il resto del corpo ricadere giù, senza un solo lamento.
Mario aveva avuto il tempo di voltarsi dall’altra parte e non vide gli schizzi di sangue arrivare sino ai vetri degli sportelli vicini, ma udì solo l’urlo isterico di una donna nel silenzio generale.
Il cassiere continuava a rimanere immobile. Il suo collega più vicino capì che l’altro non avrebbe mai avuto la forza di fare un gesto, perciò gli si avvicinò, lo strattonò per cacciarlo dallo sportello, e prese il sacco dalle mani del rapinatore. Svuotò il cassetto col denaro, poi passò dagli altri sportelli e prese a fare lo stesso.
Fu in quell’istante che la guardia giurata rientrò in sala sbucando dal corridoio che si apriva a destra del rapinatore rimasto sulla porta. Come si dice sempre nei libri gialli, fu questione di pochi istanti: la guardia estrasse la pistola e quasi contemporaneamente il bandito si girò verso di lui, attirato dal rumore della corsa in avvicinamento dell’altro. Questa volta però, diversamente dai libri gialli e dalla realtà, fu la guardia ad essere più veloce e colpì l’uomo incappucciato prima alla spalla destra e poi ad una gamba. Pur se colpito al braccio con cui teneva la pistola, il rapinatore esplose alcuni colpi verso il sorvegliante, ma mancò il bersaglio di molto. L’arma gli cadde di mano, gli urtò contro la gamba e volò distante da lui.
Intanto l’altro rapinatore aveva già afferrato la situazione di pericolo, aveva strappato dalle mani del cassiere il sacco con i denari e stava scappando verso la porta.
La guardia sparò anche a lui, ma questa volta fu colpita da una raffica ad altezza gambe e cadde all’indietro in una pozza di sangue.
Da terra il compare ferito vide il socio scappare e capì che per lui era finita.
«Enzo, sono qua, aiutami, non ce la faccio ad alzarmi!» gridò verso l’amico che stava già sparando contro il vetro della porta girevole per aprirsi una via di fuga.
L’uomo che era stato chiamato Enzo doveva avere molta esperienza di situazioni critiche, perché si girò un attimo verso di lui e capì che c’era poco da fare per aiutarlo, e che anzi fermarsi a soccorrerlo significava rischiare di essere preso. Capì anche che se l’altro l’aveva chiamato per nome in quel momento, non doveva essere tanto svelto da capire che era meglio non dire altro una volta catturato. Perciò era meglio se ci pensava lui a evitare che parlasse. Puntò la canna del mitra contro l’uomo a terra ed esplose una raffica.
Mario vide per la seconda volta in vita sua (e nella stessa mattinata) un essere umano morire ammazzato.

(Qui la prima puntata.)


TIM
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