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lunedì 26 febbraio 2018

Dj Fabo, Roberto Saviano, la normalità e la libertà

Fabio Antoniani / Dj Fabo

Ho visto ieri sera qualche minuto dell'intervista a Roberto Saviano in un programma TV e ho fatto qualche riflessione che voglio condividere con voi.
Saviano ad un certo punto ha dichiarato (citazione testuale per quel che mi consente la memoria, ma si può andare a recuperare il video in rete): "Dj Fabo era un ragazzo come tanti, che ogni tanto eccedeva con alcool e droga".
Ora questo mi fa chiedere anzitutto che idea ha Saviano di quale dovrebbe essere la normalità per i giovani d'oggi. Se cioè per lui un ragazzo qualsiasi ('come tanti' dice lui) normalmente si debba drogare e bere in modo eccessivo.
Spero che i ragazzi di oggi non siano così nella loro ‘normalità’, altrimenti nei prossimi 10-15 anni la nostra società sarà composta da drogati e alcolizzati.
Seconda osservazione.
La vita (e soprattutto il fine-vita) di Fabiano Antoniani è diventato ormai un paradigma di un certo tipo di riflessioni sulla vita, la sua qualità e sulla possibilità di scegliere liberamente come agire.
Non entro nel merito della correttezza o meno della scelta di quella persona. Anzitutto perché è stata una scelta sua personale; e poi perché non mi trovo nella sua condizione e non conosco personalmente altri che stiano vivendo quel dramma.
Non posso però non notare, e far notare, che ci sono (purtroppo) centinaia di persone nel mondo nella sua situazione, e che non tutte prendono o hanno preso la sua decisione.
Ci sono di quelli che continuano ad andare avanti, lottando allo stremo, subendo una malattia così terribile, magari con rabbia e senza accettazione.
E ci sono di quelli, e sono tantissimi anche se non fanno notizia, che accettano con fatica ma anche con serenità di vivere quell’esperienza terribile. Anzi diventano un esempio di vita per quelli che stanno loro attorno, i parenti, coloro che li assistono quotidianamente, le persone che riescono a raggiungere con i mezzi che la tecnologia mette a loro disposizione.
Perciò mi chiedo non cosa sia giusto fare (queste sono scelte personali) ma quale possa essere una risposta ad un dramma di questo tipo.
Perché se riuscissimo a porre la domanda in modo diverso (ad esempio: abbiamo un altro senso, che non sia quello corrente, da dare alla vita? Cos’è e cosa implica la libertà di scelta?) arriveremo forse a dare una risposta diversa.
Aspetto un vostro parere.
(Con questo post forse ricomincia l'avventura del Garage di Demetrio. Per esserne sicuro vorrei però aspettare di scrivere il prossimo pezzo, per spiegare il perché e il percome.)

mercoledì 16 aprile 2014

Considerazioni sul mondo di oggi (di Monica Angeli)



Monica Angeli mi ha mandato un suo pezzo che ha una genesi... strana. 
Scherzando qualche giorno fa le avevo detto, dopo una discussione su FB, che doveva fare i compiti a casa, dandomi per iscritto un suo parere sugli argomenti che avevamo appena trattato, in modo da condividerli sul blog anche per quelli che non avevano letto il post.
E puntualmente l'articolo è arrivato!
Ve lo riporto così com'è. Voglio fare solo una precisazione: ho voluto lasciare alcune righe in cui Monica fa riferimenti positivi e lusinghieri alla mia persona (e di questo la ringrazio moltissimo!); questo non perché sia mia abitudine compiacermi delle lodi, chi mi conosce lo sa, ma perché ho pensato fosse giusto rispettare il suo volere. E anche perché penso che in una società mediatica in cui risalta solo chi usa turpiloquio, chi attacca gratuitamente la persona anche la più onesta solo per sentirsi superiore, sarebbe bello che inziassimo a dirci pubblicamente quanto ci stimiamo e perché. Se vogliamo costruire un mondo di pace e d'amore non lo possiamo riempire di odio e violenza.


Qualche giorno fa sulla sua bacheca di Facebook Juan Segundo ha pubblicato un post in cui chiedeva: come facevano bambine di 10-12 anni ad usare tranquillamente Whatsapp, Skipe, Messenger senza che i genitori se ne rendessero conto e ad inviare foto, filmati erotici? Ma il mondo degli adulti non si accorge più di niente? Perché meravigliarsi se i più piccoli crescono disinteressati di tutto?
Ne è nata una discussione molto interessante, purtroppo svoltasi solo tra me e lui, mentre sarebbe stato utile se fosse stata condivisa da più persone, magari anche mamme; è infatti importante il loro parere, anche per capire il modo diverso di vivere l'essere genitore oggi. Altri punti di vista, insomma, l'avrebbero resa ancora più interessante.
Il dialogo si è svolto su più fronti, spaziando su più argomenti: il poco tempo per i tanti impegni lavorativi causa oggi il cambiamento di vita rispetto a qualche anno fa, quando la moglie poteva fare la casalinga e crescere i figli, dato che con un solo stipendio si riusciva ad andare avanti; il cambiamento nella vita della gente, e qui Juan si chiedeva espressamente: ma cos'è cambiato nella vita della gente per renderla difficile? Perché non troviamo il tempo per le cose importanti e vere? E sappiamo ancora capire e discernere quali sono le cose importanti e vere? Quante domande... . Si tante domande si pone il caro Juan dato che è vivo!
E qui voglio aprire una parentesi. Ma certo potete dire voi, è ovvio che lo sia, visto che scrive per noi, legge per e con noi... Invece non è così, il suo essere vivo non deriva dalle azioni che compie giornalmente, ma dalla curiosità con cui le compie; lui è vivo perché non ha mai smesso di incuriosirsi alle cose della vita, alla bellezza di tutto ciò che comporta la conoscenza dello spirito, e non è scontato tutto ciò, non si trova spesso nelle creature. Infatti il più delle volte facciamo le cose per abitudine, come se fossimo automi, con l’indifferenza per le cose divine, mentre lui, Juan Segundo, nota le piccolezze, i minuziosi dettagli e ci si sofferma pure, ogni parola, ogni pensiero è sempre lo spunto per sviluppare un dialogo che aiuti la conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda, è realmente interessato al modo di vedere del prossimo, ha la famosa sana curiosità...
Ma tornando a noi, dicevo che ci sono tante domande, che sarebbe utile ce le ponessimo tutti, perché la situazione sta sfuggendo di mano. Ci sono genitori assenti per il troppo lavoro, dato che quando in una nazione non esistono diritti e doveri, si lavora tanto e si guadagna poco; lo stress e il poco tempo rendono tutto più difficile, e stare dietro ai figli, alla famiglia, diventa complicato; l’essere oggi più coscienti e consapevoli è stato motivo di cambiamento nell'atteggiamento, la società tende ad attribuire la depressione e altri problemi tipici negli adulti del nostro a un'educazione rigida, drastica E allora ecco il cambio di rotta: dobbiamo essere più elastici nell’educazione dei figli, ma commettendo il grave errore di non mettere in conto la spiccata intelligenza cui sono arrivati i piccoli anche grazie all'avanzare della tecnologia moderna; e alcuni ragazzi hanno cavalcato questa situazione, facendo in modo che i genitori non sono riusciti più a riprendere in mano le redini. A questo punto è quasi svanita la figura del genitore, lasciando il posto a quella dell'amico genitore, figura assolutamente inutile dato che i ragazzi gli amici se li trovano fuori casa Essi invece sentono il bisogno della tradizionale figura genitoriale, che è per loro un punto fermo, e quando manca si sentono smarriti; loro hanno bisogno di una guida. Io penso che i genitori dietro la scusa di fare l'amico per stare più vicino ai figli in verità nascondano il proprio infantilismo e la non voglia di crescere o, peggio, di accettare gli anni che passano. Infatti non è raro che madre e figlia, ad esempio, si vestano nello stesso negozio, come se l'esteriorità e il rimanere giovani fuori fosse più importante di ciò che avviene dentro.
Saper discernere è di tutti, ma comporta responsabilità e impegno. Concordando con me, allora, Juan ha dato spunto ad altre riflessioni dicendo: Secondo me il problema del poco tempo non è la causa, ma l'effetto di una società dove tutti siamo numeri, macchine, automi, che devono correre per guadagnare soldi che ci dovrebbero far sentire a nostro agio.
E invece creano proprio questi problemi, abbiamo creato una vita dove non c'è spazio per i sentimenti, i sentimenti hanno bisogno di tempo, di essere coltivati, c'è bisogno di conoscersi, e per conoscersi bisogna frequentarsi in senso materiale e spirituale. Questo è sia nel rapporto genitori-figli sia in quello marito-moglie. Oggi c'è difficoltà, quasi vergogna, a parlare in casa di certi argomenti; una volta era tabù la sessualità, oggi è tabù la spiritualità.
E come dargli torto! Si sta creando una divisione fra pseudo evoluti e involuti, i retrò, quelli che vengono derisi se si parla del Cielo, della Luce. Così come a tanti, è accaduto anche a me pronunciando la parola Luce mi è stato risposto: “ma quale Luce, io conosco la lampadina!” dimenticando quasi che è una ricchezza la nostra parte spirituale, ed è umiltà e intelletto il riconoscere che senza la fede non siamo nulla, non ci sappiamo nemmeno reggere sulle nostre gambe.
Di questa mia idea ho parlato con alcuni preti a Lourdes la penultima volta che sono andata, e questi hanno convenuto che, ad esempio, l'atto totale di sottomissione attraverso l'esteriore segno dell'inginocchiarsi davanti alla statua della Madonna manifesti il totale desiderio e bisogno della Mamma Celeste. In quel momento il nostro discorso era fatto in riferimento a preti più in là negli anni, e ciò dimostrava il loro riconoscere che la fede dista dalla religione e non poco.
Nel nostro dialogo con Juan ho anche ricordato che c'erano ragazzi in attesa di diventare preti (seminaristi) che invece lanciavano sguardi furtivi alla Madonna passando velocissimi davanti alla grotta, come se si vergognassero del loro sentire, del mostrare quel bisogno; e Juan ha detto che: è vero che può esserci una vergogna che deriva da fattori di maturazione (o non maturazione) umana oltre che spirituale, è come il cane che si morde la coda: se non sei stato abituato ad esprimere la preghiera palesemente, difficilmente lo farai anche se ne hai un bisogno massimo.
Ed è vero, ha ragione Juan, così com'è vero che se si parla di Angeli per la presentazione di un libro accorrono in tanti, il che non è un male se le cose si fanno con serietà (perché sono tante le persone serie che ricevono messaggi dagli Angeli); ma lo strano avviene se a parlare degli Angeli sono i preti in chiesa: per il libro scritto dagli uomini si fa la corsa in libreria per comprarlo, quando sono i preti a parlare di Angeli nessuno corre a comprare la BIBBIA! Eppure non si tratta delle stesse creature celesti di Dio? E a ciò ha risposto Juan dicendo: oggi va di moda ciò che è strano, diverso; la tradizione viene schifata da più fasce di età non solo dai giovani e ha citato un passo degli atti degli Apostoli che dice: "verranno giorni in cui gli uomini saranno portati in giro da ogni vento di dottrina...” e poi una sua personale (e tanto condivisibile) opinione: il problema dei preti non sono i preti in sé, ma il fatto che essi rappresentano in pieno la chiesa e per giunta quella cattolica che rappresenta quanto di più retrivo e monopolizzante ci possa essere. Questo mio giudizio nasce proprio dall'osservazione che invece se fosse veramente una chiesa che vive il messaggio di Cristo, non passerebbe il tempo a pensare a soldi, visibilità, interessi poco puliti. Per questo motivo la gente non vede nella chiesa cattolica l'espressione dell'amore di Dio, e si finisce a cercare altrove col pericolo di cadere nelle trappole... Giustissimo il discorso di Juan, ma il mio dubbio rimane: penso che non ci sia un vero e proprio interesse circa la figura delle creature celesti che chiamiamo Angeli, altrimenti non ci sarebbe differenza tra quelli e raccontati e descritti da persone comuni e quelli presentati dai preti.
Così sono anch'io arrivata alla conclusione che quella degli Angeli è oggi spesso una moda, così com'è di moda inventarsi o autoconvincersi di ricevere messaggi dal cielo, tanto per darsi importanza o per non dover ammettere di aver bisogno di ricorrere agli addetti ai lavori, quegli psicologi e psichiatri che nei consultori familiari prestano la loro opera gratuitamente.
E, voglio concludere, al solito chi viene preso di mira è San Michele Arcangelo, del cui nome se ne fa impropriamente uso e abuso.

Juan Segundo

giovedì 21 febbraio 2013

Egregio dottor Berlusconi, le scrivo per...

Egr. dottor Berlusconi (uso il titolo di dottore perché nel suo curriculum risulta una laurea, che spero sia vera e non solo millantata o comprata, come ha fatto qualche suo ex collega di coalizione in Regione Lombardia). 
Io non ho ancora ricevuto la famosa lettera con cui pubblicizza la sua idea di restituzione dell'IMU. Ci terrei ad averla, perché la voglio mettere in una cornice e sistemarla vicino al mio maxi poster del dipinto del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (e non ci legga nessun riferimento politico!).
Io non c'ero a Roma il 30 aprile 1993, quando l'allora presidente del Consiglio, nonché suo grande amico, Bettino Craxi fu bersagliato dalle monetine dopo essersi dimesso da segretario PSI ed essersi giustificato in parlamento per i finanziamenti illeciti al suo partito dicendo che era prassi comune per tutti. Ma se ci fossi stato avrei preso una di quelle monetine e l'avrei tenuta e conservata gelosamente, come segno del disprezzo dell'uomo della strada verso chi aveva finora sempre rubato perché: tanto fanno tutti così.
Perché, soprattutto, era il segno, semplice ma tangibile, che le cose stavano cambiando. Non che quel lancio di monetine abbia rappresentato l'inizio della fine della prima Repubblica, ma ne era un segno, il segno; così come l'omino che il 9 novembre 1989 va a scavalcare il muro di Berlino non rappresenta la caduta di un regime, ma ne è il segno tangibile, la sua fotografia.
Ora questa sua lettera rappresenta, o dovrebbe farlo, la fine di un certo modo di fare politica. Come dire che: abbiamo toccato il fondo.
Vedere arrivare una busta anonima con su scritto Avviso Importante - Rimborso IMU 2012, crea in chi la riceve una leggittima aspettativa: ho diritto a qualcosa; come quando un organo dello Stato ti avvisa di recarti per comunicazioni o (in questo caso) rimborsi in suo ufficio.
Aprendo poi la sua busta, però, ci si rende conto che non è così.
Ma è proprio vero che ci si rende conto che non è così?
Visti i comunicati dei sindacati e le file agli uffici postali direi proprio di no. La gente, tanta gente, specialmente pensionati e anziani, ha cominciato a recarsi ai patronati per chiederei moduli per questo ormai famoso rimborso. Perché ci ha creduto; non solo al fatto che lei rimborserà l'IMU* pagata lo scorso anno (su questo non voglio pronunciarmi: è un avvenimento futuro e non faccio l'indovino), ma che con quella lettera avrebbe avuto già i soldi in mano.
Noi italiani a volte siamo fatti così: ingenui e creduloni.
Ma io, egregio dottor Berlusconi (egregio, perché la cortesia dve stare sempre al centro di ogni rapporto individuale e sociale), volevo dire anche un'altra cosa.
Io quella lettera la voglio perché, come dicevo sopra, per me rappresenta un modo vecchio e, spero, sorpassato di fare politica.
La campagna elettorale dovrebbe servire per far conoscere il proprio programma, sviscerarlo nei minimi particolari (ecco perché non basta enunciare questioni di principio: chi non vorrebbe meno tasse e più servizi?), far capire alla gente, ad esempio, come farà un ipotetico futuro governo a trovare i soldi che si spenderanno per i progetti che si vogliono portare avanti.
Noi non siamo i futuri acquirenti di un nuovo modello di auto, che devono essere convinti con spot sbrilluccicanti e fantasiosi dove un bolide argentato sfreccia su una strada di montagna o in riva ad un lago da sogno.
Noi siamo persone, elettori, cittadini, che esigono il rispetto di essere trattati come adulti capaci di intendere e volere.
Come si saranno sentite tutte quelle persone che si sono messe in fila con la sua lettera in mano come fosse un viatico per accedere al paradiso terrestre, quando si sono sentite invece dire: è solo un biglietto di propaganda elettorale? Dove è andata a finire la loro dignità?
Spero che questo suo gesto, sicuramente studiato con tutti gli esperti di marketing che può trovare in una delle sue innumerevoli aziende, sia l'ultimo di un modo di fare politica truffaldina e mediatica. Cosa mi devo aspettare da un suo futuro governo se le premesse sono queste?
Voglio questa sua lettera, in originale, col mio nome e cognome sopra, per metterla al posto della monetina del 1993 che non ho, perché un domani, ai miei nipotini, potrò spiegare che ci sono stati tempi in cui in Italia esistevano purtroppo anche queste cose.
Naturalmente, tutto questo presupponendo che le cose possano davvero cambiare dal prossimo 26 febbraio 2013, il giorno dopo le elezioni. 

TIM

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* che poi, chi dice che l'IMU sia una tassa iniqua? ma noi sappiamo quali servizi stiamo finanziando quando paghiamo l'IMU? quando avete un minuto leggetevi con calma questo articolo.








giovedì 17 gennaio 2013

Italiani, brava gente!

Riapro un attimino (brivido da censura!) il blog per raccontarvi una cosa capitata oggi.
Pausa pranzo e vado all'Ufficio Postale per pagare l'ennesimo e immancabile bollettino.
La macchinetta che distribuisce i numerini per la coda è rotta. Visto che ogni volta c'è qualcosa che non va', mi dico che è meglio questo che il mancato funzionamento del sistema operativo con relativo blocco delle casse.
Così siamo in fila davanti agli sportelli. La coda è così composta:
1. ragazzo di colore
2. signora latinoamericana
3. signora italiana
4. io.
Ad un tratto la signora italiana, avvolta in una pelliccia marron lunga fino ai piedi,  intuendo che il cliente allo sportello aveva concluso la sua operazione, con uno scatto degno della migliore partenza di Fernando Alonso al GP di Montecarlo, brucia sul tempo i due che la precedono e si fionda sulla cassa vuota.
A questo punto il ragazzo di colore si gira con uno sguardo meravigliato andante aullo stupito verso la signora latinoamericana, la quale risponde alla sua muta interrogazione con un: "Eh, che ci vuoi fare! Siamo in Italia!"
Italiani: che figura di m***a!

TIM
(a causa di uno sciopero selvaggio di blogger, questo post esce senza immagini. Appena possibile ovvierò all'inconveniente. Sindacati disfattisti!)
       

venerdì 11 gennaio 2013

Il gioco della... crisi

Questo post nasce come ampliamento del precedente, anzi più che altro come risposta ai diversi commenti arrivati, anche a quelli su Twoorty. Tutto era venuto fuori da una semplice idea: la crisi non ha portato solo svantaggi.
In fondo tutti noi abbiamo detto sin dall'inizio che anche se il 21 dicembre non avrebbe portato la fine del mondo, sicuramente un cambiamento ci sarebbe stato.
Ora non voglio dire che tutto quello che sta succedendo sia colpa dei Maya, di Berlusconi o delle banche americane e dei loro intrallazzi. Non ne capisco molto di queste cose; io so solo che non gira più una lira (e non fate la battuta che sono più di 10 anni che abbiamo l'euro!).
Voglio partire da un'osservazione dell'amico Simone M. presa da uno dei suoi commenti:
il cerchio si stringe e sempre più persone saranno insoddisfatte
E dal mio commento... al commento:
Hai centrato il problema: "il cerchio si stringe e sempre più persone saranno insoddisfatte". Le persone saranno insoddisfatte non perché non hanno il cellulare, ma perché non hanno quello ipertecnologico che ti avvisa quando c'è da togliere la lasagna dal forno o la bistecca dal fuoco ... Se faccio il rappresentante e non mi posso permettere un'auto che mi sia d'aiuto nel mio lavoro, è un problema non avere i soldi per comprarla. Ma se l'auto che voglio è un mercedes da 80mila euro che farebbe schiattare di rabbia il vicino e non posso permettermelo, se permetti è solo un bisogno inesistente.
Come dicevo, Simone ha centrato il problema: la società ci ha riempito di bisogni non solo falsi, ma anche inutili e dannosi.
È vero che dovremmo chiederci: chi è la società? non siamo forse noi? certamente! anche noi siamo la società, e proprio per questo dovremmo vigilare che, coloro che hanno all'interno di essa un peso maggiore del nostro, non prendano il sopravvento, non indirizzino le nostre scelte a loro profitto, ecc. ecc. Ma non è questo il discorso che qui voglio fare, anche perché sarebbe troppo vasto e io non sono così preparato da poterne discuterne con voi. E potremmo cadere in tesi complottiste che ci porterebbero lontano. 
La mia tesi è molto semplice, invece: aver perso in questi anni certezze e punti di riferimento (ad esempio il posto fisso; uno standard di vita tranquillo -ma io direi: a(da)giato) ci ha dato la possibilità di ripensare tutto l'impianto della nostra società. Ma soprattutto di rivedere i nostri punti di riferimento, quelli personali e intimi. 
È come se il fracasso provocato dal crollo attorno a noi dell'economia e della vita sociale, ci abbia svegliato.
E se molti, ad esempio, si lamentano (sentito personalmente!) che non riescono più ad andare al ristorante con gli amici 2-3 volte la settimana, ma devono accontentarsi del solo sabato, ci sono anche di quelli che stanno riscoprendo il fatto che per stare insieme ci si può anche riunire a casa di qualcuno. Ci sono quelli che dovendo lasciare a casa la macchina, per andare al lavoro hanno scoperto la bici o i mezzi pubblici e, con essi, tutto un mondo attorno che non conoscevano.
È vero, non è tutto così idilliaco, ma a me preme mettere in evidenza le opportunità che abbiamo.
Molti di noi in questo momento, forse sono costretti a scelte che sono limitative rispetto a qualche anno fa. Ma chiediamoci: veramente quello che facevo (o come lo facevo) prima era un bene per me? Di quante di quelle cose avevo realmente bisogno, se ora, magari, non ci sono più e vivo ugualmente? Cosa significa, alla luce di questo, vivere bene? Di quante e quali cose ho bisogno per vivere bene?
Potremmo fare un gioco: sederci a tavolino, con carta e penna, e tracciare sul foglio bianco una linea centrale, scrivendo da una parte le cose che finora ho considerato un bene per me e dall'altra quelle che ho creduto nocive o non buone. Rispondere sinceramente potrebbe aiutarmi a capire non solo ciò di cui ho bisogno veramente, ma anche di cosa ho riempito finora la mia vita, che indirizzo gli ho dato.
Infatti non perché una cosa esiste, vuol dire che sia buona/utile/vantaggiosa. Esiste la cocaina, ma non è una cosa buona né utile. E anche quando una cosa è buona può non essere usata in maniera utile e vantaggiosa; pensiamo alla scoperta della scissione dell'atomo (buona di per sé) e alla bomba atomica che ne è stata una conseguenza.
Certo ci vuole coraggio a fare il giochetto di cose buone/cose cattive; specialmente perché di fronte a qualche punto potrei scontrarmi non tanto con me stesso, quanto con  l'immagine che mi sono creato tra amici e conoscenti, con ciò che ho voluto mostrare loro.
Non voglio dilungarmi più del dovuto, la mia è solo una piccola riflessione. Ma voglio chiudere con un pensiero di Enrico Berlinguer, che ho scelto non per questioni di parte politica (non in questo caso almeno), ma perché riassume perfettamente il pensiero di questo post:
... L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile… Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi granché; e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori reali. È questo che dà un senso alla vita, che dà valore a un popolo”.
TIM


martedì 8 gennaio 2013

Viva la crisi!

Grande Altan!
Forse questo piccolo post non cambierà l'idea che ci siamo fatti della crisi. Ma sono cose che mi frullano da un po' per il neurone rimasto, e volevo condividerle con voi.
Ormai sono 5 anni che una delle parole più pronunciate (a ragione o a torto) è crisi.
Abbiamo avuto un governo per gestire la crisi che ha finito per farci cadere ancora più a capofitto; e parlo di quello Berlusconi. E un governo nato per tirarci fuori dalla crisi in cui ci aveva gettato il precedente che doveva, invece, tirarcene fuori; e parlo di quello tecnico. Su quest'ultimo non saprei cosa dire: un anno di legislatura non può essere un periodo sufficiente per dare un giudizio.
Pur senza voler sminuire gli effetti nefasti della crisi (disoccupazione, famiglie sul lastrico, ecc.) quello che penso io, però, è che in qualche modo tutto questo ci ha fatto bene.
I TG, i giornali, le inchieste, sono pieni di esperti che continuano a dirci
* che i consumi si sono ridotti;
* che la gente ha cominciato a non gettare più via la roba appena comprata o poco usata o a comprare solo quello di cui effettivamente ha bisogno;
* che anche nei consumi alimentari si sta imparando a riciclare quello che resta dal pranzo o dal giorno prima;
* che si sta facendo sempre più spesso a meno dei prodotto pronti e si pensa di più a cucinare prodotti freschi;
* che moltissimi hanno cominciato a fare il pane in casa;
* che si privilegiano i prodotti del mercatino sotto casa o del contadino fuori porta;
* che moltissimi hanno cominciato a lasciare a casa l'auto e ad andare a piedi o ad usare la bici e i mezzi pubblici.
Sembra di leggere gli spot pubblicitari di certe agenzie o associazioni di consumatori che fino a qualche anno fa cercavano di farci vivere e consumare in maniera più consapevole e con meno sprechi.
E allora? Doveva arrivare la crisi per farci aprire gli occhi?
Certo, chi ha cominciato adesso non lo fa perché ha preso coscienza che un altro modo di vivere è possibile, ci mancherebbe; ma è un primo passo.
Se la gente, anche per Natale, ha comprato sempre meno gadget spesso inutili e ha puntato, ad esempio, sull'abbigliamento (che va sempre bene) non è un dato negativo. Può essere un male per chi il gadget lo vende e lo produce, ma non per chi lo riceve.
Quando ero bambino i regali natalizi dei genitori e degli zii erano sempre gli stessi: maglie, maglioni, biancheria intima, scarpe, libri. Poi c'era il giocattolo dei nonni; ed era una festa.
Ci stiamo liberando di moltissime cose che erano solo prodotti di bisogni indotti e stiamo cominciando a ragionare in base a ciò che ci è veramente necessario.
E magari tutto questo potrebbe farci scattare un lumicino in testa che ci fa vedere la realtà da un altro punto di vista.
Ma... parere personale, eh!

TIM

giovedì 27 dicembre 2012

Qualche idea per cominciare

Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio!
Siamo in piena campagna elettorale (basta vedere i TG velatamente o apertamente schierati) e le ricette per la soluzione della crisi si moltiplicano.
Non sto qui a fare pubblicità per questo o per quello, sono il primo ad essere disorientato, ma cerco di mettere dei paletti nella mia mente.
Non sono un economista, né un politologo, né un sociologo, ma un uomo della strada e ragiono come tale.
Quel che ho visto, girandomi indietro e passando in rassegna gli ultimi 30-40 anni, ma forse anche di più, è stato anzitutto una corsa alle/delle ideologie, uno sparare sentenze a prescindere, come direbbe il grande Totò. Io sono il primo che ho fatto questo: nei miei giudizi, spesso nel momento di andare a votare, nelle analisi. Ciò non vuol dire che un'ideologia non debba guidare un giudizio, perché un'ideologia è un modo di guardare al mondo e alla sua realtà. Ma un'ideologia diventa deleteria quando mette e fa mettere il paraocchi. Ricordo sempre la lezione del mio professore di filosofia al liceo quando ci spiegò che il termine critica derivava dal greco krino, cioé passare attraverso il crivello, come si fa con la farina: perché ci sia criticità e quindi giudizio si deve passare tutto alla lente di un metro di giudizio; ma bisogna che la largezza delle maglie del crivello sia adeguata alla cosa (alla realtà) che voglio giudicare, perché potrebbe essere troppo stretta (e allora tutto sarà da buttare) o troppo larga (e allora passerà e sarà giustificato di tutto).
Ecco, in questi ultimi anni le ideologie, di qualunque tipo, razza e religione, hanno detto i loro sì e i loro no senza tener conto della realtà che volevano e dovevano giudicare. Per cui spesso si è buttato, come suol dirsi, il bambino con  l'acqua sporca. Un'ideologia, penso, deve essere un punto di partenza flessibile, che tiene conto di tutti i parametri; deve essere un punto di vista sempre pronto ad accettare ciò che di buono trova attorno a sé. Pena la propria morte e quella di chi la segue ciecamente.
Quel che ho visto, girandomi indietro, è stata un epoca e un momento storico in cui tutte le categorie hanno richiesto, giustamente, il rispetto dei diritti. Ma non ho mai sentito un partito, un sindacato, un associazione rivendicare per i propri iscritti anche il rispetto dei doveri. Abbiamo viaggiato spediti come se la vita (sociale e privata) fosse fatta di sole cose che ci spettavano, non tendo in alcuna considerazione se il mio diritto, in quel momento, ledeva quello di un altro o metteva in difficoltà la cellula sociale in cui vivevo. Io so che in ogni famglia esiste il rispetto delle opinioni e della vita di ogni compnente, ma questo non deve mai scavalcare quello della nucleo famigliare in sé. Purtroppo ho visto partiti, sindacati, associazioni, esultare o protestare con manifestazioni oceaniche per il diritto a qualcosa, ma senza chiedersi mai se l'attuenuare o il procrastinare quella richiesta potesse servire a far crescere tutto il resto della società o anche solo una parte di essa. Non abbiamo, spesso, tenuto conto che la nostra vita e, conseguentemente, il nostro lavoro sono svolti in un gruppo più esteso che si chiama Stato Italiano.
Per contro ho visto partiti e governi cavalcare le proteste di piazza e dare contentini alla gente. Ma in questo noi italiani siamo bravi, siamo discendenti dagli antichi romani e dal loro panem et circenses. Ho visto pochi governi fare programmi per un futuro che andasse al di là del proprio quinquennio: destra e sinistra hanno governato come se il mondo dovesse finire il giorno dopo la scadenza legislativa; oppure promettere opere e provvedimenti che, palesemente, non avrebbero potuto mantenere. Io so che per costruire bisogna mettere le basi, una pietra per volta, una trave per volta. Tutti hanno cercato di abbelire la casa, ma non hanno badato a sistemarla, puntellarla, fare opere di risanamento.
E veniamo, per concludere, ai singoli politici, quelli che da anni noi deleghiamo per il nostro governo. Conosco un onorevole in pensione che ha 99 anni. È stato tra quelli che hanno inaugurato il parlamento, votando prima la costiuzione e cercandio di dare poi un volto al nostro Stato. Naturalmente ha conosciuto ed è stato amico personale dei vari Napolitano, De Gasperi, La Malfa. Pertini, Nenni, Almirante, ecc. . E mi raccontava di quei tempi quando non c'erano i telefonini o le auto blu o i ristoranti in parlamento. E mi diceva di come tutti facessero a gara a segnalarsi l'un l'altro il ristorante dove si mangiava bene e si spendeva poco o quello che faceva gli sconti per i parlamentari; di come facessero la fila per telefonare alle poche cabine vicino al parlamento; o di come chi aveva l'auto personale dava un passaggio magari da Milano a Roma a un altro con cui magari il giorno dopo avrebbe litigato per questioni politiche. Ed erano i tempi di Peppone edon Camillo!
Quello che, voltandomi indietro, non ho visto nei nostri politici degli ultimi decenni, è stato il senso della politica come servizio. Sì, lo so che sono frasi fatte, entrate forse pure in qualche dizionario; ma per me è così, non ci posso fare niente. Specie quando sento, ad esempio, aspiranti politici tumultuare contro i condoni fiscali e poi averne usufruito per ben tre volte in passato. E mi fermo qui per non cadere nel particolarismo che non è il senso di questo post.
Ho voluto chiarire a me stesso solo alcuni punti con i quali dovrò fare i conti quando andrò a votare e prima ancora quando andrò a leggere i programmi dei singoli politici e dei singoli partiti o movimenti. Perché questa volta cercherò di partire da quello che mi verrà proposto e che cercherò di vagliare a partire dalla mia sensibilità e. perché no, ideologia. Ma senza i paraocchi.

TIM
 

lunedì 21 maggio 2012

Appunti

(qui) beato lui!
quanto tempo ha davanti
a sé per leggere 
Qualche piccolo appunto in tema scrittura.
Ma proprio poca cosa, eh, non pensate di trovarvi di fronte ai poderosi e ponderosi articoli di quelli che dirigono blog che sono sancta sanctorum della materia. E non lo dico con ironia o sufficienza, ma anzi con rispetto e ammirazione, visto che molti di loro alla teoria uniscono una pratica eccellente e godibile.
Cominciamo con un po' di polemica, che per me è il sale di queste cose.
In questi giorni sto facendo un po' di pulizia nell'ereader. Quando a suo tempo lo comprai, oramai un anno fa', lo riempii di quasi qualsiasi cosa trovavo in giro. Quindi moltissimo materiale pubblicato da La Tela NeraScheletriKult Virtual Press e via dicendo. Nomino queste editrici come esempio e non perché ritenga che i loro prodotti non valgano una cicca, anche se un'occhiatina prima di pubblicare la qualunque farebbero bene a darcela!
Bene, dicevo che rimestando in tutti i file di cui sopra, mi sono accorto di aver scaricato, tra l'altro, delle ciofeche abnormi, scritte in un italiano che al confronto Lapo Elkann e Tonino di Pietro sono accademici dell Crusca; dove basta a loro dire, anzi a loro scrivere, che ci sia un verme che striscia dall'orbita vuota di un cadavere in putrefazione perché si possa parlare di un racconto horror; dove se i personaggi non camminano con un'ascia piantata nel cranio o non hanno la pelle che pende dalla carne (faccio esempi reali!) non sono ascrivibili alla letteratura di genere; dove... avete capito insomma quel che voglio dire.
Ma, mi chiedo, ci può essere gente così ingenua da pensare di aver scritto un racconto solo perché ha riempito di insulsaggini simili qualche pagina? Penso proprio di sì, specie se vediamo cosa pubblicano le case editrici classiche, quelle che troviamo sugli scaffali delle librerie. Chi sente il bisogno di comprare l'ultimo libro della Clerici scritto (si fa per dire e per ridere!) con Bruno Vespa? o la serie dei libri del miracolato Paolo Brosio, che piange ad ogni programma a cui partecipa, forse per la pena che gli fanno gli pseudo giornalisti che lo stanno intervistando?
Altra tipologia di racconti che non sopporto è quella in cui in una paginetta, max due, ti raccontano di come si svegliano al mattino e di quello che stanno ascoltando alla radio e/o cosa mangiano per colazione e/o del viaggetto che hanno fatto in auto... . Anche questo è un esempio reale, di uno scrittore che per il resto pubblica regolarmente romanzi a tutto spiano e, forse, vende anche. Posso capire se alla fine del racconto ci sta una cosiddetta morale, o un colpo di scena che da' il senso al tutto. Ma arrivare al termine con ancora la domanda delle prime righe: ma questo dove vuole andare a parare? è frustrante. Sinceramente facevo di meglio io quando, alla scuola elementare, il maestro ci dava tutte le settimane da scrivere la Cronaca: come hai passato la domenica? Almeno lì dovevo inventare tutti i sabati qualcosa (sì, li facevo sabato perché tanto sapevo già cosa sarebbe successo il giorno successivo e così domenica non dovevo arrivare a sera con la paginetta da riempire) e la fantasia volava tra campi di margherite, spiagge assolate o montagne innevate, a seconda della stagione.
Stop alla polemica.
Sto leggendo un bel libro, forse l'avete visto nella bandella laterale alla voce: Sto leggendo. Si tratta di Due casi per Maffina, di Annamaria Fassio. Si tratta della ristampa dei primi due romanzi pubblicati dalla scrittrice, e tra l'altro il primo, il suo romanzo d'esordio (Tesi di laurea) ha vinto nel 1999 il Premio Tedeschi, trovandosi così nella lista insieme a gente del calibro di Macchiavelli ('80), Lucarelli ('93), Nerozzi ('01). Per quel che ho potuto vedere dalle prime 100 pagine circa, è un libro scritto molto bene, con le sue continue intromissioni di testi di registrazione, cambio di voce narrante e di periodo storico di riferimento. Eppure, nonostante queste che potrebbero sembrare distrazioni dalla narrazione, il tutto coagula al meglio. E la scrittura, poi, ti culla e ti trasporta nella storia senza scosse, tanto che ad un certo punto mi è capitato di pensare: non sembra proprio un romanzo d'esordio! Questa sa scrivere davvero! Non so se è tutto merito dell'editor, non so se il suo secondo romanzo manca le aspettative (ma lo saprò presto, visto che è nello stesso volume), ma tant'è: mi sta proprio piacendo! 
A questo punto però non vi dico di più altrimenti non saprò cosa scrivere quando farò un post apposito per dirvi le mie impressioni di lettura.
Mi sembra di aver finito per oggi.
Lasciatemi solo fare un'ultima osservazione fuori tema scrittura.
Tutti abbiamo visto quel che è successo sabato: l'attento alla scuola di Brindisi. Tutti in un modo o nell'altro abbiamo reagito, penso, provando indignazione, rabbia, piangendo, qualcuno invocando in silenzio la pena di morte. Eppure a distanza di poche ore in prima serata gli amici di maria hanno fatto il loro show, sull'altra rete il chelsea ha conquistato la coppa dei campioni, il giorno dopo il napoli ha battuto la juventus vincendo la coppa italia. Sempre in prima serata.
Ma siamo sicuri che all'Italia ufficiale sia dispiaciuto veramente per la morte di Melissa?


TIM







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