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martedì 13 gennaio 2015

Paolo, Giobbe e i "doni" di Dio

“Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.
Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.”
(2Cor 12,6-9)


Chi più di Paolo può dire di aver ricevuto da Dio doni a non finire, come uomo (la sua eloquenza e forza d’animo) e come cristiano (le rivelazioni ricevute e, anzitutto, la conversione straordinaria)?
Eppure proprio Paolo confessa di avere un pungiglione nella carne, qualcosa che lo tiene coi piedi per terra perché non insuperbisca per la grandezza della sua situazione personale. Egli parla di un inviato di satana che lo “schiaffeggia”.
Per ben tre volte (tre è numero perfetto, come a dire che ha fatto tutto il possibile) ha pregato Dio che lo liberasse da quest’afflizione, ma Dio stesso gli ha risposto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. La potenza di Dio, infatti, si serve degli uomini e della loro debolezza, non è limitata da essa.
Un altro personaggio biblico che ha ricevuto queste “attenzioni” da parte di Dio è Giobbe.
Leggiamo in Giobbe 1,6-12:
“Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». Il Signore disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.”
Egli è “integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male” tanto che il Signore (secondo la mentalità dell’epoca) lo aveva coperto di beni materiali oltre che della bontà degli affetti familiari.
E qui interviene ancora satana, il quel dice a Dio: “Giobbe ti ama e ti serve perché tu lo ricopri di beni.” Satana è il mentitore per eccellenza, da sempre! “Ebbene, lascialo solo e povero e vedi come reagisce.”
Dio permette anche questa prova a patto che sia conservata la persona del suo servo. Così Giobbe viene colpito, ma continua ad essere un fedele adoratore e servitore (Gb 1,21: “e disse: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!»”).
Tutto ciò ancora non piace a satana che allora chiede a Dio di colpirlo ancora, questa volta direttamente nella persona. E Dio lo concede a patto che sia preservato la sua vita (Gb 2, 3-6)
Conosciamo la storia di Giobbe e come Dio alla fine lo benedisse più di prima (Gb 42, 10-17) a causa della sua fedeltà anche nelle gravi avversità patite
La riflessione su Paolo e Giobbe vuol mettere in evidenza come ricevere favori e benevolenze da parte di Dio non comporta anche benessere materiale, notorietà, ricchezza; non sono questi i doni di Dio!
Anzi poiché siamo uomini, deboli e facili prede dell’egoismo, Dio stesso permette che attraverso difetti, lievi o gravi, imperfezioni, avversità, siamo “schiaffeggiati” per ricordarci che “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall'alto e discendono dal Padre degli astri luminosi” (Giacomo 1, 17). Questo per evitare che la superbia, che come dice l’apostolo Giovanni viene dal mondo e da satana suo signore (1Giovanni 2,16), si impadronisca di noi.
L’esempio delle vessazioni diaboliche contro fra Pio da Pietrelcina ne sono la prova.
Quante volte abbiamo detto a Dio nella coscienza che “il nostro cuore non ci rimprovera nulla” (1Giovanni 3,21), sapendo di camminare nelle Sue vie: perché non riesco a vincere questo difetto? perché continuo a commettere questo peccato? Perché continuamente mi sento portato via dalla Tua luce e non sento nel mio cuore la Tua pace?
Dio non ci ha abbandonati: come potrebbe un Padre abbandonare un figlio devoto?
Crediamo invece che Egli ci ama sopra ogni cosa, e ringraziamolo di tenerci con ogni mezzo coi piedi per terra per evitarci che la superbia si impossessi della nostra vita e ci consegni al nemico.
Sappiamo infatti che “… né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.” (Rom 8, 38-39)


Juan Segundo

(post già pubblicato nel gruppo biblico La Lampada)

venerdì 30 agosto 2013

L'ascensore di Ed McBain

Certo, gli Swat non c'entrano proprio molto...
Salvatore Albert Lombino... come chi: Evan Hunter... cominciate a saperne un po' di più? Bene, allora: Ed McBain è uno dei miei scrittori preferiti.
Sì, proprio quell'Ed McBain che ha scritto Il seme della violenza e, soprattutto, la sceneggiatura de Gli uccelli, il capolavoro di Hitchcock.
Uno che ci sa fare, insomma.
Ci sono arrivato molto tardi, purtroppo, ma mi sto rifacendo alla grande.
Il merito di questa bellisima scoperta è tutto di Bill Pronzini. Leggendo una sua intervista su un numero del Giallo Mondadori, tra le altre cose Pronzini dice che ha avuto due maestri: Richard Matheson, per l'intreccio e le trame, e Ed McBain, per i dialoghi. *
Ora, ho avuto la fortuna di conoscere presto Matheson, di cui ho letto non tutto (come si fa!) ma abbastanza da sapere di essere di fronte ad un Maestro con la M maiuscola.
Ed McBain, invece, l'avevo incontrato qualche anno fa, acquistando un romanzo della serie dell''87 distretto. Ma, devo dire sinceramente, non mi aveva preso, e l'avevo lasciato a metà. Forse perché non era ancora il momento di affrontare un autore come questo; forse perché quando sei alle prese con una saga non puoi cominciare da un punto qualsiasi: bisogna andare sempre dall'inizio, anche se ogni romanzo è autoconslusivo.
Fatto sta che partendo per le vacanze quest'anno, ho acquistato letteralmente al volo una raccolta di McBain: 5 romanzi (vol. 1).
Ecco come è stato.

mercoledì 3 luglio 2013

La lunga estate calda del commissario Charitos, di P. Markaris

Erano anni che cercavo qualcosa di nuovo, un autore che mi dicesse qualcosa, che non fossero i soliti (ma sempre validissimi) scrittori classici, e nei classici ci metto anche i contemporanei: Macchiavelli , Mankell... .
Finalmente, dalla solita bancarella, è spuntato Petros Markaris, che oltre ad avere come persona un'aspetto simpatico è anche bravo.
Ho tenuto un po' questo volume in libreria perché volevo leggerlo con calma, dopo aver terminato un volume doppio di Massimo Lugli. Solo che Lugli è stato, per me, una delusione, e dei due romanzi presenti nel libro sono riuscito a stento a finire il primo. Poi è andato a riposare sullo scaffale dei cattivi: quelli di cui liberarsi il prima possibile.
Così, in cerca di consolazione, mi sono buttato sul commissario Charitos, e stavolta c'ho visto giusto.
Andiamo per ordine e vediamo un po' di che parla questo 
La lunga estate calda del commissario Charitos.
Dalla quarta di copertina: Il commissario Charitos ha appena festeggiato i successi universitari dell’adorata fi glia Caterina, quando la giovane, partita per una breve vacanza a Creta, cade ostaggio, insieme agli altri trecento passeggeri del traghetto El Greco, di un gruppo di misteriosi terroristi. Sono momenti drammatici per Charitos, richiamato precipitosamente ad Atene, dove nel frattempo è entrato in azione un efferato serial killer, che scova i suoi bersagli nel mondo della pubblicità. Per porre fi ne alla catena di omicidi il pazzo esaltato esige la soppressione immediata di tutti gli spot trasmessi in TV e in radio, che giudica immorali e corruttori. È panico tra le emittenti che vedono lo spettro del fallimento ed esigono la tempestiva soluzione del caso. L’unico appiglio per le indagini è l’arma utilizzata: una Luger tedesca del 1941. Chi può ancora, dopo tanto tempo, possederne una? Rasserenato per l’avvenuta liberazione di Caterina, Charitos può dedicare ogni energia e la sua proverbiale sagacia a stanare il killer, con un’intuizione: se ci fosse un legame tra i due avvenimenti, l’atto terroristico e gli omicidi seriali?

Comunemente accomunato a Maigret e Montalbano questo commissario mi sta simpatico.
È veramente una persona normale: si arrabbia quando mi arrabbierei io; se ne va con la coda tra le gambe con la stessa naturalezza e lo stesso opportunismo; sopporta una moglie bravissima cuoca ma di uno scassac***i tremendo; ha una figlia che studia, poi si laurea, poi si sposa con un medico ospedaliero.
Non trovo altri aggettivi per descrivere tutta questa situazione: normale.
Unica concessione alla stravaganza: guida una Fiat 131 Mirafiori ormai spolmonata e sul punto di lasciarlo definitivamente a piedi; e per questo è fatto segno alle frecciatine dei colleghi e familiari, tanto che la moglie si rifiuta di salirvi.
La mitica 131 Mirafiori!

Così nel commissario Charitos mi sono potuto rispecchiare tranquillamente, in un uomo senza alcuna particolare dote innata e/o supereoistica, senza machismo all'americana; solo scarpinare e raccogliere informazioni, qualche buon colpo di fortuna e una grande umanità.
Charitos si trova perfettamente a suo agio ad Atene (altra protagonista del libro) e in Grecia, almeno quella di qualche anno fa, probabilmente lontana da quella degli ultimi semestri terribili. E ha metabolizzato la lunga storia di guerra, violenza, dittatura che il suo paese (anche se è nato in Turchia da padre armeno e madre greca, ha la cittadinanza ellenica) ha vissuto.
Sì, è vero che tutta la storia si risolve per un caso fortuito, ma la trama è talmente ben costruita, sempre nella semplicità, che non ci si fa caso e si pensa che, in fondo, lui se lo merita; è come in quei giochi da sagra paesana: tanto batti contro la pentolaccia che alla fine qualcosa ne viene fuori.
Si parlava prima di colleghi famosi: Montalbano, Maigret. Spesso questi accostamenti sono solo fumo pubblicitario (quanti nuovi King, Follet, Poe sono usciti fuori in questi ultimi anni dalle fascette dei libri? e di quanti poi ce ne siamo veramente ricordati?). Questo è il primo libro che leggo di Markaris e con il commissario come protagonista, ma con Charitos il paragone è strameritato.
Il libro sicuramente placet. Voto: 8.

TIM


venerdì 19 aprile 2013

La valle delle croci spezzate, di F. Clama


C'è un giallo nel giallo! Che fine ha fatto Franca Clama?
Ricapitoliamo. Ho acquistato all'ultimo mercatino dell'usato questo La valle delle croci spezzate di Franca Clama per svariati motivi:
- era un giallo (un vecchio giallo mondadori, di quelli che solo la copertina fa tenerezza!); 
- di un'autrice italiana (quindi doppio interesse ai miei occhi: italiana e donna); 
- ha vinto il premio Tedeschi 1983 (per cui dovrebbe avere una certa consistenza letteraria);
- ultimo ma non ultimo: è costato solo 0,50 euri (che non guasta).
La trama (riassumo io perché non ho trovato niente in giro): in un paesino di confine (siamo zona Udine e dintorni) un variegato mondo si muove attorno ad una donna, sola, zitella acida e vendicativa, che ha alle spalle una storia vecchia quanto lei e che, alla fine, coinvolgerà insospettabilmente tutti gli altri. C'è anche un appuntato dei carabinieri, alcolizzato e senza molta fiducia in se stesso e nel mondo, e un prete molto... moderno. Punto.
Il romanzo si legge subito, è molto elementare quanto a scrittura e trama. Sembra che l'autrice si sia fatta uno schema della storia e abbia poi riempito gli spazi vuoti dei capitoli. Mi direte: è così che normalmente si fa! Si, lo so, ma in questo caso tutto è smaccatamente a portata di mano, se capite quello che voglio dire.
Non che la storia non sia valida, ma si nota che chi l'ha scritta è alle prime armi.
I personaggi sono tutti scolpiti nella pietra, nel senso che una volta che l'hai inquadrato non si discosta dall'impressione che ti ha fatto; nonostante ciò non diventano stucchevoli, pare quasi di leggere una favola per bambini ma raccontata da adulti ad adulti.
Il paesaggio è di quelli che piacciono a me: un paesino, la montagna, il ruscelletto, un posto dove darei qualsiasi cosa per vivere, insomma.
È l'autrice stessa che racconta la genesi del suo romanzo nell'intervista che c'è nel volume: si trovava con amici nel paesino che poi è diventato il luogo del romanzo e qualcuno ha detto: chissà come sarebbe se qualcuno uccidesse la signorina X! Così la Franca butta giù una paginetta, che diventerà poi il prologo, e lascia tutto nella borsa (eh! le capienti borse delle donne!). A distanza di un annetto ritrova la pagine e... da lì ne viene fuori tutto il romanzo, che viene presentato al premio Tedeschi e alla fine risulta vincitore.
Una curiosità: nell'elenco cronologico del Premio Tedeschi, nato nel 1980 e vinto per la prima volta nientepopodimeno che da Loriano Macchiavelli con Sarti Antonio, un diavolo per capello, il nome di Franca Clama viene dopo quello di Maria Alberta Scuderi, con Assassinio al Garibaldi e prima di quello di Claudia Salvatori, con Più tardi, da Amelia. Un terzetto tutto al femminile!
Ma vi avevo detto che c'era un giallo nel giallo!
Ed eccolo qui: Franca Clama scrive questo suo primo romanzo e poi... sparisce, nel senso che non pubblica (o riesce a pubblicare) più niente! Sarà che non c'ha neanche provato (ma nell'intervista dice che quei personaggi potevano andare bene per un'altra storia)? Sarà che la riuscita di un secondo volume non è stata all'altezza della prima (può essere, visto che ho letto di molto meglio anche tra libri che non hanno vinto niente)? D'altra parte si sa come va l'editoria...
Questo si che è un giallo!
Tuttavia Franca Clama non è l'unica ad aver vinto il premio Tedeschi, nel 1997, e non aver pubblicto poi più niente. Si tratta di Nello Rossati con La valle delle baccanti, del 1997 (evidentemente mettere la parola valle nel titolo porta male!). Ma in questo caso Rossetti è stato comunque regista e sceneggiatore di film non proprio cult, anche se hanno avuto tra gli interpreti, ad esempio, Ursula Andress e Franco Nero. Ma con titoli come: Io zombo, tu zombi lei zomba (Montagnani-Cassini), o La nipote, o L'infermiera, il quadro è chiaro.
Bene, mi sembra che per oggi è tutto.
Piccola parentesi. Qualcuno forse si chiederà che fine ho fatto, visto che siamo scesi a una media di un post a settimana se non meno. Ma qualcuno potrebbe anche non chiederselo e non fregarsene niente. In ogni caso, a parte alcuni motivi più... personali, mi trovate più facilmente tutti i giorni su Twoorty. Passate a trovarmi!

TIM

martedì 12 marzo 2013

Il commissario Bordelli, di M. Vichi

Quando due domeniche fa' ho visto sul banchetto del mio pusher di fiducia al mercatino dell'usato questo volumetto quasi perso, timoroso, ho detto: è mio!
Dopo tanto cercare avevo infatti in mano un libro di Marco Vichi: Il Commissario Bordelli. La prima indagine. E dopo l'entusiasimante avventura della lettura di Una brutta faccenda, di cui ho parlato qui non potevo farmelo scappare.
L'ho letto tutto in giorno, domenica scorsa, seduto sulla mia sedia a dondolo. È vero, sono solo duecento pagine (ecco perché l'ho finito in così poco tempo!), ma sono pagine piene di vita, dove vuoi andare avanti non solo perché c'è un mistero da svelare, ma anche perché c'è un uomo da conoscere, un tempo storico da riscoprire, contatti umani che oggi, ormai, sono andati persi.
Ma andiamo con ordine.
Anzitutto il riassunto, dalla IV di copertina:
Firenze, estate 1963. Nella stanza da letto di una villa settecentesca viene ritrovato il corpo senza vita di un'anziana signora. Sul comodino, un bicchiere con tracce di un medicinale contro l'asma. Il commissario Bordelli, cinquantenne, scapolo, ex partigiano, amico di ladri e prostitute, viene chiamato a guidare le indagini... 
Il commissario Bordelli mi era stato simpatico già la volta scorsa e la lettura di questo primo libro della serie non ha fatto che rafforzare questa convinzione.
Siamo abituati ormai a personaggi veloci, immersi in una società veloce, dove basta sapere un numero di telefono e col gps sai subito dove andare a beccare un ladruncolo o uno squalo della finanza. Ma negli anni '60 non era così, bisognava scarpinare per andare a cercare anche solo un indirizzo e non c'era Horatio col suo google map a ricostruire il percorso dell'assassino fino alla scena del crimine.
Bordelli vive in un'altra realtà. Marco Vichi riesce a rendere perfettamente il tempo, e se fa caldo non ci sono i condizionatori d'aria, ma l'afa e le zanzare diventano protagonisti e comprimari da non sottovalutare. 
In questo primo libro, l'autore passa molto tempo a spiegarci chi è Bordelli, a farci scoprire le persone che ruotano all'interno del piccolo suo mondo: Piras che, guarda un po' il destino, scopre essere il figlio del suo compagno d'arme partigiane, quello con cui ha condiviso la vita e la (paura della) morte; il dottor Diotivede, medico legale (chissà perché nella mia mente ogni medico legale di cui leggo ha i tratti del dottor Pasquano di montalbaniana memoria!); Rosa, una escort, diremo noi abitanti del mondo berlusconiano, ormai -quasi- in pensione che gli fa da mamma, amante, psicanalista e locandiera sempre pronta a preparargli uno spuntino notturno.
Ma conosciamo anche il suo maggiolino, auto importante (a quei tempi), indistruttibile, soprattutto indispensabile per i sopralluoghi sulle colline di Fiesole. Sì, perché Bordelli vive a Firenze; e Firenze è l'altra protagonista di questi romanzi di Marco Vichi: le sue strade, i suoi vicoli, il lungoarno. Tutto vive in un alone di realtà antica, un po' come la città di Amici miei, il capolavoro di Monicelli; e a volte mi aspetto di veder sbucare fuori da qualche pagina il Perozzi o il conte Mascetti.
Sarà che io sono nato proprio nel 1960, ma mi sembra di ritornare alle atmosfere di quand'ero bambino, quando (come racconta Vichi del suo commissario) si usava ancora fare il riposino pomeridiano in piena estate, che anche per me era un dramma: tutto tempo perso, sacrificato al gioco. Lui racconta della sua infanzia di 30 anni prima, ma ancora la vita negli anni '60 non era precipitata nel baratro del primo boom economico, quando i valori non erano ancora merce di scambio per la felicità, e ogni cosa aveva il giusto prezzo e il giusto peso.
I ladri erano ancora quelli usciti dalla guerra: poveri diavoli disonensti quel tanto che bastava per campare; e se Bordelli deve organizzare una cena da lui, non ha paura di dare soldi e chiavi di casa ad uno che ha arrestato tante volte ma che cucina da dio; e invita, oltre al medico legale e al suo Piras, un altro ladruncolo che ha pizzicato a fare un lavoretto a casa della sua Rosa, che intanto è andata al mare. E tutti lì, a gustare le leccornie etniche del Botta e a raccontarsi della propria vita, aneddoto dopo aneddoto, tutti uguali, ladri e commissari, geni incompresi e dottori in medicina. Perché a tavola non si parla di lavoro, ma ci si conosce.
È un mondo diverso, forse strano per la nostra mentalità moderna in cui un ladro deve avere almeno un master americano in economia e riuscire a far sparire qualche milione di euro alle cayman. Anche se oggi, lo dico con amarezza, la crisi sta facendo ritornare alla ribalta i ladri affamati, quelli che nei supermercati si mettono in tasca la busta del pane e la scatoletta del tonno, per riuscire a mettere insieme una cena che altrimenti sarebbe saltata.
Questo è Bordelli. Ma è anche il commissario che col suo fiuto (e in quest'indagine il fiuto è importante veramente!), la sua pazienza, il suo essere cinico quanto basta, smaschera il crimine e mette in gattabuia i colpevoli.
E così sono accontentati quelli che i gialli non li leggono perché sono sottocultura, ma possono trovano in Marco Vichi uno scrittore al di là di categorie appiccicate; e quelli che invece amano il poliziesco e ammirano un commissario vero, non artefatto, non confezionato per la pagina patinata da prima edizione di lusso, ma che non va oltre la copertina urlata.
Un piccolo aneddoto che dice come questo libro finisce per coinvolgere totalmente. Ad un certo punto della storia, compare la zia del commissario, che gli chiede di andare a trovare il figlio che pare scomparo da un po' di tempo. Bordelli promette di farlo il giorno seguente. Poi la storia continua, gli avvenimenti si accavallano e lui decide di andare a trovare l'indomani una persona coinvolta nell'indagine. Al che nella mia testa è scattata autonamicamente la domanda preoccupata: ma non doveva andare a trovare il cugino? Quasi che il personaggio avesse dimenticato un dovere importante! Ecco, questo è un libro fatto così!
Concludo col giudizio che di Vichi ha dato Carlo Lucarelli: C'è uno sceriffo in città. Il commissario Bordelli, con la sua sanguigna umanità tutta italiana e tutta toscana,  si inserisce oggi nella grande tradizione dei De Vincenzi e dei Duca Lamberti: poliziotti complessi e tormentati che raccontano un'Italia ingenua e cattiva che ancora non sapeva di essere così noir.

E ora il mio, di giudizio: il libro placet sicuramente. Voto: 8,5 (sono troppo di parte?)

TIM

lunedì 4 marzo 2013

Scusa, ma te lo dovevo dire (racconto completo)

Ho sempre preferito i racconti ai romanzi, sia come lettore che come... ops, stavo per dire scrittore; comunque ci siamo capiti. Questo non vuol dire che non legga romanzi; ma anche in questo caso non mi piace quando superano le 300 pagine, a meno che non siano capolavori del peso (scusate il gioco di parole!) di IT, L'ombra dello Scorpione e avanti un altro.
La casistica letteraria vuole che la maggior parte degli scrittori di grido e non, dichiarino che i loro lavori nascono in un attimo: un viso, un ricordo, un nome e scatta l'idea che si trasforma in breve storia che si traduce in plot che va a sfociare nel racconto/romanzo. Che sia vero? Bah, può essere.
Io che sono maligno per natura, spesse volte mi chiedo se il viso, il ricordo, il nome di cui sopra non abbiano la forma e il profumo di una carta da 200 euro abbinata ad una bolletta o ad una rata da pagare. E spesse volte, leggendo certe cose, la risposta è: sì.
Però poi penso: e chi sono io per giudicare uno che riesce con una ciofeca del genere a spillare qualche carta da 100 euro a un editore? Beato lui che ci riesce! (sì, ho deciso: io sono uno di quelli che vuole vedere il suo nome su un libro, ebook o di carta profumata; e se poi gli entrerà in tasca qualche soldino, si andrà a mangiare una pizza alla facciazza di chi fa il duro e puro!)
Questa premessa per dire che questo mio racconto breve nasce proprio da un ricordo tornato non so' neanche come alla memoria qualche tempo fa'. 
Forse da un profumo di questa primavera che pare arrivi, poi s'ecclissa e poi torna. Come una primavera di tantissimi anni fa, quando coll'elastico rituale che teneva i libri andavo ancora al liceo e la mia natura (allora) romantica trasfigurava la realtà in sogno.
Così a quel tempo nacque un amore fulminante e, come ogni fulmine, di durata effimera, appena percettibile ai sensi. Ma, proprio come un fulmine che ti colpisce in pieno, bruciante e con dolorosi strascici.
Bene, spiegate le premesse vi lascio al mio racconto. Vorrei solo sottolineare il segno d'interpunzione finale, che non è un bruciante punto esclamativo, ma un più equilibrato punto fermo.
Buona lettura!

Scusa, ma te lo dovevo dire

Puttana.

TIM






mercoledì 27 febbraio 2013

Lune di sangue, di Marzia Musneci

Forse qualcuno dei miei 2 lettori sa che da quando ho (ri)cominciato a leggere libri gialli-polizieschi-thriller-ecc. sono sempre alla ricerca di autori italiani, non importa se famosi o sconosciuti.
A volte prendo delle fregature abissali, a volte faccio scoperte interessanti, a volte resto fulminato sulla via di... vedete un po' voi (Baker Street va bene?).
Correva l'anno 2012 quando il Giallo Mondadori mi avvisò -in edicola!- che una certa Mar(iagra)zia Musneci aveva vinto il Premio Tedeschi.
Marzia Musneci? Chi è costei?
La mia edicolante, Gabriella, fu così gentile che in cambio di 4 euro e 90 centesimi mi diede una copia di Doppia indagine, il romanzo che aveva appena vinto il premio Tedeschi uno dei premi più importanti nel segmento letturifero giallo.*
Ecco, quella fu una scoperta interessante, perché mi fece iscrivere Marzia Musneci tra gli autori da ricordare= se trovi ancora questo nome, non fartelo scappare.
Perciò, quando a inizio di questo mese Gabriella mi disse: sono arrivati i Gialli Mondadori, e vidi il nome della romana, che ha la fortuna di vivere ai Castelli, non ho esitato e ho dato all'edicolante altri 4 euro e 90.**
Ho così portato a casa questo Lune di sangue. Stavo finendo in quel momento la lettura di un libro con protagonista il commissario Wallander, perciò il volumetto giallo dovette aspettare qualche giorno sullo scaffale.
Poi, finalmente, venne il suo turno.
Cosa mi aspettavo da questo romanzo? Una conferma del'interesse provato per Doppia indagine? Anche. Qualcosa in più? Chi è che non si aspetta sempre qualcosa di meglio da un libro! So che non bisogna partire con delle aspettative quando si legge un romanzo, ma è inevitabile quando un altro lavoro ti è piaciuto. E poi, alla fine, vuoi sapere se hai speso bene i tuoi soldi.
Ora, terminata quest'interminabile premessa, vengo a Lune di sangue 
Il riassunto dalla quarta di copertina:
Questo è un paese tranquillo, gli omicidi non sono tra le specialità locali. Perciò fa scalpore il ritrovamento del cadavere di un uomo, trafitto da una ventina di coltellate e con le mani mozzate, in una grotta sul lago ai Castelli Romani, dopo una notte di luna piena. La grotta è da tempo teatro per notturni riti di magia, così la pista della setta satanica viene quasi naturale. Ma sarà quella giusta? Poi ci sarebbe anche la misteriosa sparizione di un disegno che ritrae una donna bellissima, ma naturalmente non c'entra nulla con quel truce assassinio. O c'entra? L'investigatore privato Matteo Montesi e l'agente di polizia Cristiana Perla, sua compagna, sono gli unici a non accontentarsi di facili risposte, esercitando il metodo del dubbio. Perché cose del genere non capitano mai per caso. Soprattutto in un paese tranquillo come questo.
Fino allo sfinimento ripeto che io non scavo minuziosamente alla scoperta di una struttura, non vado alla ricerca di assonanze nobili o di richiami classici. A me il libro me deve da' piace' de panza (dicono così a Roma?). Mi deve lasciare in bocca quel buon sapore di storia che acchiappa. Insomma, io il libro me lo devo godere, non lo devo dissezionare. 
E volete un segnale che mi ha fatto capire che il libro era ok? Il solito: mentre scorrevo le pagine, mi veniva voglia di prendere carta e penna e mettermi a scrivere anch'io.

Leggendo ho scoperto così che la coppia Montesi-Perla, l'investigatore dal volto umano e la poliziotta dal carattere scattoso, funziona ancora.
Matteo Montesi sembra trovarsi ancora meglio nei panni che Marzia gli ha ritagliato addosso: è più agile e scattante e allo stesso tempo rimurgina di più sulle cose, non si ferma finché tutti i pezzi del puzzle non sono al loro posto.
Cristiana Perla ha qualche dubbio in più (non sul moroso!) e, per ragioni di servizio, forse collabora un po' di meno. Ma quando si tratta di tirarsi fuori dai pasticci, chi chiama? Il suo capo, il commissario? No! Matteo! Insieme hanno scoperto che è bello giocare a Nick e Nora.
Il paesaggio è diventato sempre più parte integrante della narrazione: i boschi, i laghi, la luna; sì anche la luna è importante: basta leggere il titolo!
La rete di amici di cui Montesi si serve per le sue indagini è sempre lì, in appoggio.
E poi c'è Valentino Frattini, l'amico-giornalista a cui qualcuno fa un bruttissimo scherzo; Felice Santarelli, il commissario dalla scorza dura che avvolge un cuore tenero.
Ci sono tutti, insomma, e stanno tutti bene.
Come sta bene la storia, che leggerla ti da' un senso di armonia, ti rassicura al limite, pur essendo una storia di morti ammazzati e di mani mozzate. Ma sai che Montesi ha tutto sotto controllo.
Così come Marzia Musneci ha sotto controllo la sua scrittura.
Allora, abbiamo scovato l'Agatha Christie italiana? Nooo! A parte che io e la Christie non andiamo tanto d'accordo, quindi comunque il paragone non sarebbe corretto. Ma era per fare un nome.
Diciamo che Marzia cresce, e con lei la narrativa gialla italiana che, a differenza della situazione politica di questi giorni, sta spiccando il volo. Parere personale, eh!
In conclusione, un voto: 7,5. Pieno!
P.S.: una domanda personale a Marzia: Ma Cristiana parte per Quantico? devo aspettare la prossima storia per saperlo?

TIM


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* quello che lo scorso anno è stato vinto da Carlo Parri col suo Il metodo Cardosa 
** sapete: è facile leggere buoni libri spendendo poco. Se poi pensate che di ogni volume del Giallo Mondadori esiste anche l'ebook a 2,90...

venerdì 25 gennaio 2013

Un po' di musica per il commissario Bacone



Ascoltavo, poco fa' per strada, un po' di musica dal mio vecchio lettore MP3. Era di scena Sergei Rachmaninoff col suo concerto per piano n. 2. È uno dei brani che mi affascinano di più, che mi capita di ascoltare anche 2-3 volte di seguito. E mi veniva in mente che proprio con questo brano ho aperto la stesura del mio secondo racconto lungo con protagonista il commissario Francesco Bacone, lavoro iniziato da più di un anno e che ancora non è andato oltre il 3 capitolo. Ma che, come si suol dire, ho tutto in testa. Così ho pensato di darvi in pasto la musica di Rachmaninoff e l'attacco del racconto.
Buona lettura e buon ascolto!

1.Dove Bacone offre un caffè

Non si può suonare Rachmaninoff in una chiesa, eccheccavolo!
In chiesa va bene Bach, pensava Bacone mentre usciva dal tepore caldo e legnoso dei banchi della cattedrale per tuffarsi nel freddo gelido della strada.
Per quanto, però, il concerto n. 2 aveva un che di maestoso nell’overture che gli richiamava non solo il mare in tempesta, ma anche un uragano di vento, un soffio potente. E lo Spirito Santo, ricordava dal catechismo di Dognazio (come tutti chiamavano il parroco del tempo) era rappresentato proprio come un vento maestoso.
Allora sì, poteva andare anche Rachmaninoff.
Almeno per quella mattina in cui si sentiva inquieto senza sapere il perché.
In fondo Conci stava presenziando il commissariato e, per quanto come persona Bacone non avesse una grande stima di lui –più che altro avevano due visioni diverse della vita e delle cose- l’ispettore era un buon poliziotto, conosceva i fondamentali, come si usa dire.
Sul resto era meglio stendere un velo pietoso.
Così Bacone si era concesso una mattinata di libertà.
Qualche giorno prima aveva consegnato il rapporto sul caso Mirella Forti e ora non stava seguendo niente di particolare. Coordinava più che altro il lavoro su alcuni episodi di danneggiamento delle fioriere in centro storico, ma le telecamere a circuito chiuso installate nei punti strategici stavano dando una grossa mano.
Normalmente per Bacone una mattinata di libertà significava passare il tempo su qualche panchina del viale o davanti a qualche vetrina; ma sempre con un occhio all’orologio, in attesa dell’ora di tornare in commissariato, l’unico posto che riconoscesse come casa sua.
Quella mattina, invece, era diretto al Libro-Caffè, il locale che gli aveva fatto conoscere il suo amico Lucà, quello con l’accento sulla a, anche se non era francese.
Lo rilassava ascoltare musica in sottofondo sorseggiando un orzo all’anice o un caffè, attorniato da libri e libri che aspettavano di essere presi, sfogliati, acquistati.
Quattro o cinque stanze (non le aveva mai contate) con pareti ricoperte da semplici scaffali in legno carichi di volumi, e tavolini dove poter cosnumare le ordinazioni servite dalle ragazze con la divisa nera. In una sala più grande delle altre faceva bella mostra di sé un bancone in legno massiccio, col lavandino in marmo e lo scolatoio in acciaio, probabilmente recuperato da qualche vecchio bar.
Non che Bacone leggesse molto o fosse un amante dei libri, come certa gente che sostituisce la morbosità verso il culo di una ragazza con quella di una prima edizione autografata di Cesare Pavese. Nella vita, rifletteva a volte, fare di una cosa il centro assoluto della propria esistenza (che sia un libro o il culo di una ragazza) diventa una malattia, non un interesse; è patologico, non ricreativo.
Spesso andava lì solo per pensare in tranquillità, o per godere dell’aria condizionata d’estate e del riscaldamento d’inverno.
Non disdegnava però neanche un buon libro che gli tenesse compagnia. ...


TIM

mercoledì 23 gennaio 2013

Il libro più bello mai scritto al mondo



So che non frega a nessuno, ma vorrei scrivere il libro più bello del mondo.
L'ho già tutto in testa, giuro.
Ho deciso che il mio libro dovrà avere alcune cose essenziali, che ho trovato in tutti i bei libri che ho letto finora: una copertina, molte pagine e, soprattutto, moltissime parole stampate sopra. Forse ci metto pure delle figure.
Nel prossimo libro che scriverò ci sarà un personaggio cazzuto, tutto muscoli (avete presente Mr. Muscolo idraulico gel?) e con un'enorme farfalla tatuata sul polpaccio. O forse lo faccio femmina. Il personaggio, non la farfalla, ovviamente.
Poi, nel prossimo libro che scriverò, ci sarà anche un personaggio che è eternamente indeciso e che non entra mai in un bar perché è, appunto, indeciso tra un crodino e un caffè d’orzo. O forse un sanpellegrino. O forse un cappuccino con briosce. O forse senza briosce. O forse…
Il prossimo libro che scriverò sarà ambientato nelle fredde lande scandinave, dove il gelo e il ghiaccio riempiono il paesaggio e l’anima. E si svolgerà tutto in una vasca da bagno piena di acqua bollente.
In questo prossimo libro, metterò due appendici. Nella prima scriverò tutte le possibili critiche che si possono fare al libro; nella seconda tutte le possibili lodi che si possono intessere. Così facendo permetterò a chi lo legge di godersi la storia, senza pensare già al fatto che, poi, ci deve scrivere qualcosa in proposito. N.B.: mi hanno detto che c'è gente che riuscirebbe a trovare comunque qualcosa da (ri)dire sul libro: scriverebbe che non gli ho lasciato libertà di parola. E soprattutto che nessuno lo pagherebbe per scriverci qualcosa su. Bah!).
Non so ancora se manderò il manoscritto (perché poi si chiama manoscritto se alle case editrici si manda un file?) a un editore; o se lo farò impaginare a dovere e, con una buona copertina, lo metterò a pagamento tramite qualche editore digitale; o se lo metterò in libera lettura sul mio blog.
Nel caso fosse pubblicato in versione cartacea (e vorrei vedere: sarà il più bel libro mai scritto al mondo!) allora lo farò stampare su quella carta grossa, giallina, da edizione economica, quella che fa' tanto buon profumo di carta.
Nel caso in cui, invece, fosse pubblicato in digitale (e vorrei vedere: sarà il più bel libro mai scritto al mondo!) allora regalerò una boccettina di buon profumo di carta. Così, tanto per non fare scontento nessuno.
A quante cose bisogna pensare per immaginare, scrivere, pubblicare un libro!
Sapete cosa vi dico: mi è passata la voglia di scrivere il libro più bello mai scritto al mondo. 

TIM
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