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venerdì 30 agosto 2013

L'ascensore di Ed McBain

Certo, gli Swat non c'entrano proprio molto...
Salvatore Albert Lombino... come chi: Evan Hunter... cominciate a saperne un po' di più? Bene, allora: Ed McBain è uno dei miei scrittori preferiti.
Sì, proprio quell'Ed McBain che ha scritto Il seme della violenza e, soprattutto, la sceneggiatura de Gli uccelli, il capolavoro di Hitchcock.
Uno che ci sa fare, insomma.
Ci sono arrivato molto tardi, purtroppo, ma mi sto rifacendo alla grande.
Il merito di questa bellisima scoperta è tutto di Bill Pronzini. Leggendo una sua intervista su un numero del Giallo Mondadori, tra le altre cose Pronzini dice che ha avuto due maestri: Richard Matheson, per l'intreccio e le trame, e Ed McBain, per i dialoghi. *
Ora, ho avuto la fortuna di conoscere presto Matheson, di cui ho letto non tutto (come si fa!) ma abbastanza da sapere di essere di fronte ad un Maestro con la M maiuscola.
Ed McBain, invece, l'avevo incontrato qualche anno fa, acquistando un romanzo della serie dell''87 distretto. Ma, devo dire sinceramente, non mi aveva preso, e l'avevo lasciato a metà. Forse perché non era ancora il momento di affrontare un autore come questo; forse perché quando sei alle prese con una saga non puoi cominciare da un punto qualsiasi: bisogna andare sempre dall'inizio, anche se ogni romanzo è autoconslusivo.
Fatto sta che partendo per le vacanze quest'anno, ho acquistato letteralmente al volo una raccolta di McBain: 5 romanzi (vol. 1).
Ecco come è stato.

mercoledì 27 febbraio 2013

Lune di sangue, di Marzia Musneci

Forse qualcuno dei miei 2 lettori sa che da quando ho (ri)cominciato a leggere libri gialli-polizieschi-thriller-ecc. sono sempre alla ricerca di autori italiani, non importa se famosi o sconosciuti.
A volte prendo delle fregature abissali, a volte faccio scoperte interessanti, a volte resto fulminato sulla via di... vedete un po' voi (Baker Street va bene?).
Correva l'anno 2012 quando il Giallo Mondadori mi avvisò -in edicola!- che una certa Mar(iagra)zia Musneci aveva vinto il Premio Tedeschi.
Marzia Musneci? Chi è costei?
La mia edicolante, Gabriella, fu così gentile che in cambio di 4 euro e 90 centesimi mi diede una copia di Doppia indagine, il romanzo che aveva appena vinto il premio Tedeschi uno dei premi più importanti nel segmento letturifero giallo.*
Ecco, quella fu una scoperta interessante, perché mi fece iscrivere Marzia Musneci tra gli autori da ricordare= se trovi ancora questo nome, non fartelo scappare.
Perciò, quando a inizio di questo mese Gabriella mi disse: sono arrivati i Gialli Mondadori, e vidi il nome della romana, che ha la fortuna di vivere ai Castelli, non ho esitato e ho dato all'edicolante altri 4 euro e 90.**
Ho così portato a casa questo Lune di sangue. Stavo finendo in quel momento la lettura di un libro con protagonista il commissario Wallander, perciò il volumetto giallo dovette aspettare qualche giorno sullo scaffale.
Poi, finalmente, venne il suo turno.
Cosa mi aspettavo da questo romanzo? Una conferma del'interesse provato per Doppia indagine? Anche. Qualcosa in più? Chi è che non si aspetta sempre qualcosa di meglio da un libro! So che non bisogna partire con delle aspettative quando si legge un romanzo, ma è inevitabile quando un altro lavoro ti è piaciuto. E poi, alla fine, vuoi sapere se hai speso bene i tuoi soldi.
Ora, terminata quest'interminabile premessa, vengo a Lune di sangue 
Il riassunto dalla quarta di copertina:
Questo è un paese tranquillo, gli omicidi non sono tra le specialità locali. Perciò fa scalpore il ritrovamento del cadavere di un uomo, trafitto da una ventina di coltellate e con le mani mozzate, in una grotta sul lago ai Castelli Romani, dopo una notte di luna piena. La grotta è da tempo teatro per notturni riti di magia, così la pista della setta satanica viene quasi naturale. Ma sarà quella giusta? Poi ci sarebbe anche la misteriosa sparizione di un disegno che ritrae una donna bellissima, ma naturalmente non c'entra nulla con quel truce assassinio. O c'entra? L'investigatore privato Matteo Montesi e l'agente di polizia Cristiana Perla, sua compagna, sono gli unici a non accontentarsi di facili risposte, esercitando il metodo del dubbio. Perché cose del genere non capitano mai per caso. Soprattutto in un paese tranquillo come questo.
Fino allo sfinimento ripeto che io non scavo minuziosamente alla scoperta di una struttura, non vado alla ricerca di assonanze nobili o di richiami classici. A me il libro me deve da' piace' de panza (dicono così a Roma?). Mi deve lasciare in bocca quel buon sapore di storia che acchiappa. Insomma, io il libro me lo devo godere, non lo devo dissezionare. 
E volete un segnale che mi ha fatto capire che il libro era ok? Il solito: mentre scorrevo le pagine, mi veniva voglia di prendere carta e penna e mettermi a scrivere anch'io.

Leggendo ho scoperto così che la coppia Montesi-Perla, l'investigatore dal volto umano e la poliziotta dal carattere scattoso, funziona ancora.
Matteo Montesi sembra trovarsi ancora meglio nei panni che Marzia gli ha ritagliato addosso: è più agile e scattante e allo stesso tempo rimurgina di più sulle cose, non si ferma finché tutti i pezzi del puzzle non sono al loro posto.
Cristiana Perla ha qualche dubbio in più (non sul moroso!) e, per ragioni di servizio, forse collabora un po' di meno. Ma quando si tratta di tirarsi fuori dai pasticci, chi chiama? Il suo capo, il commissario? No! Matteo! Insieme hanno scoperto che è bello giocare a Nick e Nora.
Il paesaggio è diventato sempre più parte integrante della narrazione: i boschi, i laghi, la luna; sì anche la luna è importante: basta leggere il titolo!
La rete di amici di cui Montesi si serve per le sue indagini è sempre lì, in appoggio.
E poi c'è Valentino Frattini, l'amico-giornalista a cui qualcuno fa un bruttissimo scherzo; Felice Santarelli, il commissario dalla scorza dura che avvolge un cuore tenero.
Ci sono tutti, insomma, e stanno tutti bene.
Come sta bene la storia, che leggerla ti da' un senso di armonia, ti rassicura al limite, pur essendo una storia di morti ammazzati e di mani mozzate. Ma sai che Montesi ha tutto sotto controllo.
Così come Marzia Musneci ha sotto controllo la sua scrittura.
Allora, abbiamo scovato l'Agatha Christie italiana? Nooo! A parte che io e la Christie non andiamo tanto d'accordo, quindi comunque il paragone non sarebbe corretto. Ma era per fare un nome.
Diciamo che Marzia cresce, e con lei la narrativa gialla italiana che, a differenza della situazione politica di questi giorni, sta spiccando il volo. Parere personale, eh!
In conclusione, un voto: 7,5. Pieno!
P.S.: una domanda personale a Marzia: Ma Cristiana parte per Quantico? devo aspettare la prossima storia per saperlo?

TIM


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* quello che lo scorso anno è stato vinto da Carlo Parri col suo Il metodo Cardosa 
** sapete: è facile leggere buoni libri spendendo poco. Se poi pensate che di ogni volume del Giallo Mondadori esiste anche l'ebook a 2,90...

martedì 10 gennaio 2012

Lezioni di... giallo

Qualcuno mi ha appena fatto notare che somiglio a Philiph K. Dick; fisicamente dico, il volto. Voi che ne dite? Ah, già... non avete mai visto una mia foto di come sono adesso! Beh, sì, ho la barba più lunga rispetto a quell'altra foto, quella... avete capito, no? Quella che è stata anche riciclata da un altro amico qualche giorno fa, suvvia! Ma se volete... così... per un confronto... ah, non vi interessa? evvabbè amici come prima!
Perciò oggi vi intrattengo con qualche citazione... citabile (madonna quanti punti sospensivi stamattina!) riguardante la scrittura.
Li prendo tutti da Elementi di tenebra. Manuale di scrittura thriller, di Andrea Cappi, di cui ho parlato qui.
Vado ad capocchiam, a caso, senza un nesso logico, tanto per riempire questa pagina e offrire qualche spunto di riflessione, prima che tassino il pensiero e l'intelligenza. 
Partiamo con il perché scrivere gialli, nell'interpretazione di Piero Soria:
Io scrivo per divertirmi e per cercare di divertire. Il giallo è un modo per raccontare tutto: la commedia umana, il nostro vicino, un viaggio... qualsiasi cosa. Si parte dall'intrattenimento, intendo dire un libro che sul comodino ci sta molto poco, che si deve incominciare a leggere, arrivando tutto d'un fiato fino alla fine. La parte gialla serve per portare da un quadro all'altro di questa commedia, la rappresentazione di quello che siamo. Quindi ci vuole un trucco iniziale, il trucco del giallista, se vogliamo, che si mette in opera subito, nelle prime pagine. E poi si prosegue per cento, duecento, trecento pagine creando una serie di tavole. Alla fine bisogna trarre le conclusioni, tutto deve essere molto logico. E quindi nelle ultime pagine c'è il disvelarsi del trucco, della soluzione, del colpo di scena. Ma in mezzo c'è veramente il racconto della vita.(o.c., pg 124)
Ecco, questo è quello che volevo dire ieri nel mio post su Mankell: mi piace perché riesce a raccontare storie di vita quotidiana tenendo attaccato alla pagine con l'escamotage di un mistero.
Ma da dove si comincia? dalla tipologia e modalità del delitto, da un'idea per la soluzione del mistero che fa ripercorre a ritroso la storia? dall'ambientazione? Elizabeth George dice:
Mi è capitato di cominciare da ciascuno di questi quattro elementi. Dipende dal romanzo. Quando ho scritto Scuola per omicidi ho cominciato dal luogo: volevo scrivere una storia ambientata in una scuola britannica (...) Quando ho scritto Dicembre è un mese crudele, che si svolge nel Lancashire, sono partita da un'intenzione: volevo raccontare l'assassino di una brava persona per mano di un'altra brava persona. In Agguato sull'isola il punto di partenza erano i personaggi (...). (o.c., pg126)


Il punto vista personale (io scrivo di me stesso travestito da protagonista) può essere o non essere preso in considerazione. Michael Connelly parlando del suo Henry Bosh confessa che:
L'unica cosa che abbiamo in comune (col poliziotto) è il fatto che siamo entrambi mancini. (o.c., pg 128)
Jeffery Deaver invece afferma:
Credo che sia molto importante per uno scrittore entrare nella mente di tutti i personaggi, tanto i buoni quanto i cattivi. Noi scrittori abbiamo un lavoro0 davvero meraviglioso. Siamo pagati per raccontare storie. Non credo che ci sia niente di meglio. Ma questo non significa che non si debbano rispettare certi obblighi. E uno di questi è diventare i personaggi di cui scriviamo, perché i nostri lettori possano vivere l'esperienza più emozionante possibile. (o.c., pg 128)
E che dire della struttura del racconto? C'è chi come Donald E. Westlake dice che per lui è
Improvvisato, tutto improvvisato. Io sono il mio primo lettore. Non faccio mai un progetto, non faccio mai un outline. Mi racconto la storia giorno per giorno: "Chissà cosa succede adesso?" Mi racconto da solo la storia e peso che, se piace a me, forse piacerà anche a qualcun altro. (o.c., pg 136)
Chi invece, come la già citata Elisabeth George, programma tutto fin nei mini particolari.
Comincio da quello che definisco "soggetto di base": chi è l'assassino, chi è la vittima, qual'è il movente. Una volta stabilito il rapporto tra assassino e vittima, la domanda ovvia è "perché?" E quindi: "Come?" e infine: "Dove?" Queste domande e le risposte che si evolvono da esse costituiscono un "soggetto esteso", lungo un paragrafo. Basandomi su questo paragrafo, stendo una lista generica dei personaggi. Chi sono i personaggi rappresentati da tutte queste domande? Poi do a ciascuno di loro un nome. Quindi do vita a tutti questi personaggi. la loro creazione mi permette di sapere  quali saranno le sottotrame e quindi l'aspetto generale del romanzo. A questo punto costruisco l'esatta ambientazione in cui il delitto avrà luogo. Fatto questo, comincio a scrivere l'outline della vicenda. Quando arrivo a scrivere effettivamente la prima stesura della storia ho a disposizione una quantità significativa di materiale che ho già elaborato e su cui mi posso basare per scoprire quale sarà lo sviluppo della trama... Dall'idea originale alla conclusione della prima stesura passano circa quindici mesi. (...). (o.c., pg. 132)
E mi pare che per oggi materiale su cui riflette ce ne sia abbastanza. Almeno per me.


TIM



lunedì 9 gennaio 2012

La svolta di Ystad

qui
Penso sia venuto il momento di farmi un bel po' di nemici o quanto meno di perdere la stima (se mai l'abbia avuta) di più qualche vicino di cella.
In un mondo (o nicchia di mondo) dove chiunque abbia un seppur minimo tiramento letterario non può che essere affascinato dai vampiri/zombi/non-morti/non-vivi e, usque ad sanguinem, dai loro emuli, io ho cominciato ad amare la letteratura gialla. 
Mi direte che vi sto facendo i maroni quanto un otre di zampogna con questa storia e ci avete anche ragione.
Ho avuto anch'io il mio momento magico in cui vedevo tutto giallo (in senso di itterico!) o rosso (in senso di sanguinolento) e in cui anch'io non potevo immaginare una storia che non avesse un personaggio sbranato da una crocerossina elvetica appena uscita dalla propria tomba sui monti di Bassano del Grappa.
Ma... la vita è mutevole e i gusti anche.
Intendiamoci, a me continuano a piacere le storie, quelle belle, che quindi esulano dal caratterizzarsi come gialle, vampiresche, noir, ecc.. Perciò continuerò a leggere tutto quello che l'universo, ad esempio, pandemico continuerà a produrre, purché raggiunga un minimo di leggibilità. Ma non andrò alla ricerca spasmodica dell'ultimo horror che è da leggere assolutamente perché l'autore riesce a dargli una venatura diesel/steam/ucro/splatter che nessun altro finora.
Tutto ciò detto senza vena polemica o men che meno rispettosa dei gusti altrui.
In questa nuova veste di lettore di gialli, e qui sì che farò la figura del pivello!, ho iniziato ad apprezzare e ammirare un autore svedese degli ultimi.
Preciso che qui non voglio scagliare nessuna freccia a favore dei nuovi giallisti svedesi: ne ho trovati alcuni dei cui libri non sono riuscito ad arrivare a pagina 20.
Ma ce n'è uno del quale mi sono innamorato: Henning Mankell. Sì proprio quello di Kurt Wallander, il poliziotto di Ystad.
So che molti storceranno il naso, come daltronde ho fatto io per un sacco di tempo, forse perché faceva figo dire: bah, quelle cose tutte uguali che tutti leggono solo perché vanno di moda!
Poi mi sono detto: alt! e se mi perdo qualcosa? e se anch'io faccio come tutti gli altri? Allora ho deciso di andare a fondo alla questione e ho acquistato (al solito mercatino dell'usato) Delitto di mezza estate, che mi ha letteralmente stregato.
Sarà che era il periodo in cui cominciavo a mettermi in testa di cambiare genere di scrittura; sarà che effettivamente le pagine di Mankell mi hanno preso di brutto, ma appena ho potuto ho dato fondo al mio portafogli e (sempre al solito negozietto) ho speso 6 euro per L'uomo inquieto e L'uomo che sorrideva. Stranamente ho letto per primo quello che in ordine cronologico chiude la saga di Wallander.
Perché mi è piaciuto da subito Mankell?
Perché lo si può leggere anche senza bisogno di sapere che è un romanzo giallo. Non è difficile capire questa cosa, ma mi spiego lo stesso: quello che mi piace è il suo modo di raccontare la storia, di far vivere il/i personaggio/personaggi, di mostrare un paesaggio che non è solo geografico, di dare uno spaccato della sua società senza bisogno di dover scrivere un saggio. Il suo modo di scrivere mi ha ricordato molto Scerbanenco e Macchiavelli e, perché no, Camilleri. E mi ha fatto venire la voglia di rileggere Simenon.
E' bello seguire le vicende del poliziotto perché non hanno niente di scontato, tanto che a volte ti vien voglia di dire: io con uno come questo non ci voglio avere niente a che fare; e poi ti accorgi che questo non è dovuto ad una costruzione a tavolino del personaggio, ma semplicemente hai davanti uno dei tanto momenti della tua stessa vita, magari uno di cui ti vergogni anche solo a pensarlo. Il rapporto con il padre e la figlia, ad esempio, a volte è al limite della sopportazione, ma è un rapporto vero, perché capisci che anche loro sono personaggi autonomi, non solo pianeti che ruotano attorno al sole principale che è il protagonista (come è difficile rendere autonomi tutti i personaggi di una storia, quasi come capire che nella vita vera è così, e sbagliamo se pensiamo che gli altri sono solo nostre appendici).
E ancora, ho notato come, d'altra parte, la storia poliziesca che fa da trama al racconto serve a Wallander per risolvere le sue storie, nel senso che fa parte integrante della sua vita; insomma non è solo un mestiere il suo, ma è parte viva della sua esistenza: non potrebbe esistere un Wallander che non sia un poliziotto.
Ecco, questo vi dovevo dire.
Non so di cosa vi parlerò domani (o dopo), né se posterò nell'arco di qualche giorno. Daltronde non mi interessa mantenere la posizione in classifica o conservare il tot numero di contatti al giorno; se mi interessasse questo, aprirei un blog di porno o di vaccate politiche (a favore o contro non fa differenza!). Io comunque, per non sbagliare, una bella donna in copertina l'ho messa. Non si sa mai!
TIM

mercoledì 4 gennaio 2012

Un libro per l'Epifania: Elementi di tenebra di Andrea Cappi

qui
Oggi un post per segnalare un libretto che mi è capitato sotto mano tempo fa in un mercatino dell'usato e che ho acquistato per la stratosferica cifra di 1,50 euro.
Sto parlando di  Elementi di tenebra. Manuale di scrittura thriller. di Andrea Carlo Cappi, edito nel 2005 da Alacran edizioni, che forse qualcuno di voi conosce già.
So che sono centinaia i manuali di scrittura, di genere o generalisti, esistenti sul mercato, ma ho voluto segnalarvi proprio questo perché ha alcune caratteristiche che mi hanno interessato.
Anzitutto non contiene decaloghi delle cose da fare o non fare o gli strumenti anche fisici che un giallista dovrebbe assolutamente possedere (la penna deve essere quella morbida e la carta deve dare leggermente sul giallino perché il colore si intona con il tendone che avete nella vostra sala da scrittura personale). Né si rifà continuamente a citazioni di altri testi similari a riprova che le proprie teorie sono universalmente riconosciute come... ca***te stellari.
Questo Elementi di tenebra, invece, fa parlare gli scrittori, quelli già famosi, nel corso di conferenze, dibattiti, incontri pubblici che Andrea C. Cappi stesso ha organizzato tra il 1995 e il 2005. Come dire che fa esprimere in modo immediato quello che gli autori hanno da dire, senza bisogno di inserirlo per forza in un saggio pomposo e, soprattutto, scritto nella maggior parte dei casi perché un libro sulla scrittura di XY tira sempre. Opinioni, quelle espresse in questo libretto, che nascono sempre quindi dalla loro storia ed esperienza.
L'autore, dice nell'introduzione, di avere un'idea precisa su corsi e manuali di scrittura. ... una persona priva di idee e di talento non potrà mai diventare uno scrittore solo perché ha seguito qualche lezione (di scrittura creativa n.d.r.) o ha letto un trattato.Ma è convinto che chi invece ha idee e talento possa trarre beneficio dall'esperienza altrui. E aggiunge che più che nei corsi di scrittura, credo in realtà nei corsi di lettura, quelli che permettono al lettore di intravedere gli ingranaggi che muovono un racconto o un romanzo.
Proprio a partire da queste premesse il libro elenca generi e sottogeneri del thriller, ma sempre mostrando come ognuno di essi nasce in fondo da un filone generale e unico e che le differenze vanno ricercate soprattutto nel diverso approccio che gli autori hanno avuto nel tempo col mistero. 
Continua Cappi nell'introduzione: Quello che avete tra le mani è dunque un manuale di scrittura creativa gialla ma anche, prima di tutto, un manuale di lettura gialla. Non si può presumere di scrivere letteratura di genere senza sapere che cosa è stato già scritto in materia negli ultimi due secoli. E l'unico vero modo per imparare a scrivere, qualsiasi cosa, è leggere, leggere, leggere. Dopodiché, una volta scoperti i meccanismi che regolano i diversi sottogeneri del mystery, ogni libro che vi capiterà sotto gli occhi si trasformerà in una nuova ed emozionante lezione di scrittura.
Brevemente ricapitolo le varie parti del libro.
Nel primo capitolo (La sagra del delitto) si ripercorre la storia del giallo, dal primo delitto, Caino che uccide Abele nella Bibbia,  passando per Shakespeare, Poe, Mary Shelley. Avreste mai pensato, ad esempio, che Altieri in fondo riprende il combat  thriller dell'Iliade? O che l'Odissea è un romanzo di viaggi con situazioni fanta-horror alla Stephen King (o viceversa, che è meglio)? Via via si passa a Conan Doyle, Van Helsing fino a Martin Myster e Dilan Dog. E poi il whodunit, la camera chiusa, il giallo storico, il legal thriller, ecc., tutti sottogeneri figli di un unico ceppo.
Il secondo capitolo (Piombo e sangue) mostra come col cambio del tipo di società da inizi secolo scorso ad oggi, anche il giallo acquista connotazioni diverse: il mystery continua a vivere ma si occupa d'altro dice Cappi. E nasce il noir. Vengono snocciolate le sue caratteristiche e i suoi derivati/consanguinei/paralleli: l'hardboiled, il poliziesco (con intervento tra l'altro di Matrone, Ed MacBain, Markaris), il caper, lo psycothriller, lo spy story, l'action thriller, il medical thriller, l'hostage thriller. Interessantissimo in questa sezione è il continuo riferimento al cinema, per vedere come i romanzi del genere sono stati trasposti in pellicola e come questo fatto ne abbia messo ancora di più in risalto le caratteristiche.
Un terzo capitolo (Il buono, il brutto e il cattivo) analizza una delle caratteristiche di ogni storia raccontata e a maggior ragione di un thriller: tutto si riduce ad uno scontro tra un protagonista e un antagonista. Vediamo allora come questa letteratura ha trattato eroi, buoni e cattivi.
Dal precedente capitolo discende direttamente questo quarto (Il segno dei quattro) che snocciola le, appunto, quattro possibili figure di eroe buono: il detective, il poliziotto, il detective per necessità, l'agente segreto.
Quindi il successivo capitolo (I cinque volti dell'assassino) non può che occuparsi dei cattivi: il criminale professionista, l'assassino, la dark lady, lo scienziato pazzo, il cattivo "politico". E per ogni soggetto si parla della fisionomia, del giro di personaggi in cui si muove ecc., come era stato per gli eroi e antieroi di prima.
Un sesto capitolo (Polvere negli occhi) entra più nello specifico della scrittura: perché scrivere gialli?; da dove si comincia; linguaggio e ambientazione; struttura; suspense; obiettivi e deadline; punti di vista e montaggio; McGuffin (il pretesto narrativo); indizi e red herring; identificazione; teaser (lo"stuzzichino" d'apertura); showdown e sorpresa finale.
Il settimo capitolo (Regola per sopravvivere): realismo e suspension of disbelief; postmoderno; contaminazione; citazione e parodia; destrutturazione; uomini e donne; cosa fare dopo (e cioè riscrivi, riscrivi, riscrivi, dice Jeffery Deaver); conclusione.
Il libro si conclude con due appendici: Chi ha ammazzato il maggiordomo. Cronache del giallo italiano di Andrea Cappi e Sulle tracce di Scerbanenco di Carlo Lucarelli.
Insomma, se trovate questo libro -ma non so se è ancora in commercio- non lasciatevelo scappare. Non vi insegnerà a scrivere un giallo/mystery/noir perfetto, non è un manuale in senso tecnico; ma vi racconterà in modo simpatico e veloce (190 paginette formato A5) come l'hanno fatto i maestri prima di noi. E vi insegnerà a leggere il libro giallo che eventualmente vi troverete un giorno in mano.
Concludo con un passo di un intervento di Pedro Casals a Lezioni di giallo, Forum Fnac Torino 2003 (citato a pg 90 del libro):
Credo che la grandezza (del noir) risieda nella figura dell'investigatore. L'investigatore è un bisturi che attraversa i vari strati della società. Ed è un ottimo pretesto per raggiungere gli angoli più bui: affari sporchi, passioni, regolamento di conti, invidie di una società ossessionata dall'immagine. In un romanzo non giallo, nessuno si sognerebbe di mettersi a fare delle domande. Al contrario, è proprio questo ciò che deve fare l'investigatore.
TIM






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