Per riflettere...

La cura di tutte le cure è quella di cambiare il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

giovedì 26 agosto 2010

Confessioni di un onesto lavoratore della penna

I commenti di Giardigno65 e di Ariano  (che ringrazio, bontà loro) al mio post "Ho scritto", mi ha fatto venire l'idea di quest'articolo.
Quando scrivo? come scrivo?
Devo dire che come tutte le abitudini cambiano con l'età, le condizioni di vita, le contingenze e gli orari quotidiani mutati, ecc., così è anche per la scrittura. Ho parlato di 'abitudine' alla scrittura anche se so che (almeno per chi come me non si guadagna il pane riempiendo pagine di segni di senso più o meno compiuto) la scrittura non deve essere una routine, qualcosa a comando. Ma chi di voi ha questo maledetto viziaccio, sa che non sempre ti si illumina la lampadina su una certa idea e puoi andare immediatamente davanti al monitor o sulla moleskine a 'mettere nero su bianco'. Il lavoro, la spesa da finire, un incontro galante che ... promette bene, e può essere che passano ore, se non giorni, prima di avere il tempo di scrivere. E magari quando finalmente sei pronto, quell'idea così chiara, quelle parole precise che dicevano perfettamente tutto, non vengono più. Oppure c'è una serata o un fine settimana che ti sei ritagliato apposta per scrivere e ti viene il blocco da pagina bianca.
E allora ci sia arrangia come si può.
Io ho la fortuna di fare da qualche mese un lavoro che mi permette a volte ampi spazi di pausa (anche se dovrei dire 'purtroppo' visto che lavoro nel commercio e se ho tempo durante la giornata è perché non ci sono clienti!) e perciò riesco a gestire bene la cosa: mi basta un blocco di fogli riciclati tagliati a metà e debitamente spillati a portata di mano e almeno l'idea grezza riesco a gestirla. Altra cosa è, poi, sgrossarla fino a farla diventare pagina di scrittura.
Allora: quando e come scrivo?
Non mi prendo mai dei momenti per scrivere 'a priori', cioè non dico mai: adesso mi chiudo in camera e prendo carta e penna. 'Produco' solo quando ne sento la necessità, quando un'idea mi pressa nel cervello; allora cerco di trattenerla il più possibile (come si fa quando ti scappa e non hai un bagno a portata di mano) e appena possibile butto giù tutto, così come viene. Spesso un racconto prende vita anche in due o tre posti diversi, perché magari inzio su un quaderno o un'agenda, poi scrivo due pagine su un notes e poi  finisco su fogli volanti. Questa prima stesura è importante per me, perché il passaggio al computer diventa già una prima revisione del lavoro; e quando scrivo qualche parte direttamente a video vado poi a rileggere tutto quando continuo la stesura.
E' anche vero, poi, che mi è capitato, 4-5 anni fa, di sognare le trame dei mie racconti, per filo e per segno e un paio di essi ('Capitan Alex e i giochetti di Remigio' e Capello liquido' che potrete leggere, con tutti gli altri, appena rieditati sul figlio di questo blog) sono nati e cresciuti proprio così. Erano altri tempi, in cui sia le trame che le stesure vere e proprie erano molto più approssimative di adesso, sicuramente meno curate, perché avevo meno esperienza e ... conoscevo meno trucchetti (eh, le lezioncine di Simone!)
Ho iniziato a scrivere, come quasi tutti, alle elementari, con quelle poesiole in rima che mi rendevano orgoglioso come Di Pietro quando azzecca un congiuntivo; ho ripreso poi con quelle cose in stile esistenziale di cui sono pieni i primi anni delle superiori, dove la morte, il suicidio, la luna e il sorriso della barbie di turno riempiono le pagine. Quindi bisogna aspettare il 1980 e l'Università per la prima 'cosa seria' (il racconto 'Poster' che nacque in due semplici paginette e che a distanza di 30 anni è diventato un racconto di una ventina di pagine che leggerete quanto prima). Poi il buio fino agli anni '90-2000, quando ho sfornato un bel po' di roba, anche se non tutta all'altezza.
Ed ora sono qui. Ritengo di essere un onesto lavoratore della penna (che, attenzione!, non implica pure essere bravo), motivato sicuramente anche dalla possibilità di essere letto tramite il web e il blog di cui sopra - pur se finora praticamente nessuno mi ha detto anche solo 'questa cosa fa vomitare'. Ma io scrivo perché mi piace, quindi vado avanti. Come dicevo qualche post fa, ho dato ad un amico per l'editing un racconto lungo (un'ottantina di pagine) abbastanza impegnativo, su cui ho lavorato per parecchio tempo e vorrei che uscisse per bene, con tutti gli attributi al posto giusto. E poi sto lavorando già a qualcos'altro, e poi ... ma cosa volete di più!
Avete voglia di riascoltare questa?
TIM

2 commenti:

  1. Mi riconosco molto nelle tue annotazioni sul modo in cui vivi (anche materialmente, con pause forzate e ispirazioni che vengono al momento sbagliato) la scrittura.
    Anche per me il cruccio più grande è la quasi assenza di riscontri.
    Quando dei bloggers amici mi hanno espresso le loro opinioni su alcuni miei scritti mi ha fatto davvero piacere, non puoi immaginare quanto.
    Comunque, scrivo perchè mi piace scrivere, senza preoccuparmi se sono letto o no.

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  2. Certo fa sempre piacere sapere che qualcuno legge quello che scrivo, e l'unico modo per saperlo è quando c'è un cenno di ritorno. Devo dire che finora siamo a zero, ma non mi preoccupo. Sapevi che tutti i libri di Tomaso Landolfi di Lampedusa sono stati rifiutati e furono stampati dopo la sua morte a spese dei parenti? Non siamo a quei livelli certamente, e io non mi preoccupo anche perché, ribadisco, non scrivo per essere pubblicato ma perché mi piace.
    Temistocle

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