Per riflettere...

La cura di tutte le cure è quella di cambiare il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

sabato 18 maggio 2013

Appunti per un'autobiografia (2)

questa macchina era d'acciaio, letteralmente!
Il tempo è diverso da quando io avevo vent'anni, oggi corre troppo veloce per i miei ritmi, fugge e mi sfugge.
E mi chiedo se son io che non riesco a stargli dietro o, effettivamente, è lui che ha accelerato di brutto, nel bene e nel male.
Guccini aveva appena pubblicato Eskimo e 100, Pennsylvania Avenue ed erano diventate subito la colonna sonora dei miei 18 anni.   
Io che sognavo Bologna piena di ragazzi in eskimo (io ce l'avevo verde!) che inneggiano a Marx-Lenin-Mao Tse Tung! e intanto festeggiavo il compleanno col riccio di caffè* che faceva mia madre.
Il riccio di caffè era buonerrimo, non c'erano altre parole. Si stava, io mio fratello e lei, un pomeriggio intero a sbattere insieme quantità industriali di burro e zucchero col tuorlo dell'uovo, intanto che dalla moka per 12 saliva l'afrore del caffè che doveva essere fortissimo, perché poi doveva andare a sposarsi col liquore che serviva ad inzuppare i savoiardi o, in alternativa, gli Athena rettangolari. Gli Athena, sì, proprio quelli nella scatola cubica in cartone giallo, da 5 chili.
Il tutto spolverato alla fine con un frullato di mandorle e nocciole a coprire. Ma, per me, senza il cacao, assolutamente!

il riccio di caffè...
Ecco, i miei 18 anni li ho festeggiati così, davanti al riccio di caffè, nella nostra casa in montagna coi parenti vicini e lontani, come si faceva una volta.

Di quel giorno mi resta nella memoria l'odore del caffè e una foto, scattata davanti al maggiolino di mio zio, con in braccio una bimbetta piccolissima, che non ricordo nenche chi fosse, e un cane che, per quell'anno, ci tenne compagnia e che poi lasciammo alle sue scorribande nei boschi quando tornammo, a fine estate, a casa.
Prima? Prima, nella mia memoria, c'è una valigia di cartone telato, a quadratini piccoli bianchi e azzurri. Quella valigia ce l'ho ancora, in cantina, piena di spaghi, la maggior parte dei quali erano di mio nonno e di mio padre, che li aveva ereditati. Sì, conservo ancora gli spaghi, di tutte le misure e di tutte le qualità: canapa grezza, sisal bianco, cotone ecrù. E so distinguere ancora quelli di mio nonno, perché lui aveva l'abitudine di bruciacchiarne le estremità, in modo che non si sfilacciassero. Oggi se devi fare un pacco compri un rotolo di scotch avana e in due secondi, zac!, la confezione è fatta. Allora dovevi conoscere l'arte di fare il nodo, preciso e stretto da diventare non scioglibile, e piccolo quasi da non vedersi. E poi, con lo stesso spago, facevi il manico. Ma anche qui dovevai conoscerne l'arte.
Ricordo quella valigia perché l'aspettavo, il mese di maggio di tutti gli anni, quando i miei nonni ci venivano a trovare. Si andava, io mio padre e mio fratello, alla stazione a prenderli, arrivavano col rapido delle 14; mia madre restava a casa a preparare da mangiare. E io aspettavo di vedere quella valigia spuntare dalla porta della carrozza, in mano a mio nonno, che scendeva per primo dal predellino, poggiava a terra la valigia e porgeva una mano a mia nonna, per aiutarla a scendere. La valigia di mia nonna era più piccola, dello stesso materiale, ma a quadrettini marroni e neri, e anche questa ce l'ho ancora. Poi si andava tutti a casa, con la Fulvia GT grigia, quella colla leva del cambio lunghissima e il contachilometri che ruotava su se stesso.**

Un volante storico. La lucetta rossa era del freno a mano.
E io sempre lì ad aspettare che, arrivati a casa, quella valigia si aprisse e spuntasse fuori non una macchinina, una confezione di lego o qualche soldatino (per inciso: non ho mai giocato coi soldatini! forse la guerra mi faceva schifo sin d'allora!), ma una busta di plastica piena di... nespole, le nespole del giardino dei nonni! E alla fine del pranzo di benvenuto, inevitabilmente, si mangiavano quelle nespole, buonissime, col loro doppio nocciolo chiuso nell'involucro e la buccia vellutata. Quell'albero oggi non c'è più. Mio zio, che aveva ereditato la casa, fu costretto a tagliarlo per non ricordo quale motivo.*** Ma d'altra parte non ci sono più neanche i miei nonni; e neanche mio zio, un brav'uomo che si è goduta la sua breve vita, senza farsi mancare niente di tutto ciò che poteva rendergli, onestamente, migliore l'esistenza.

Stamattina, prima di aprire il negozio, sono stato in frutteria, a comprare mele e cetrioli e le ho viste: le nespole. Chissà se, oggi a pranzo, avranno lo stesso sapore di quelle dei miei nonni.


E poi... e poi, era il 1979, anzi per la precisione 29 agosto 1979, un viaggio in auto, sempre con la Fulvia grigia.
Ma questo ve lo racconto la prossima volta. Forse.

Poi erano ideali alla cogliona fatti coi miti del '63,
... la prima crisi dura dentro in me...

TIM


http://www.twoorty.com/users/temistoclegravina
-------
* la ricetta era più o meno questa, personalizzata come ogni buona cuoca sa fare.
** Quella che mio fratello ha poi usato fino all'ultimo respiro, fino a quando, ormai piena di ruggine, non si riusciva ad aprire neanche il cofano posteriore. In quale fosso riposa adesso, Giova? (aggiornamento delle 11,30: ho saputo dal diretto interessato (mio fratello) che l'auto è stata rottamata a Napoli, dopo che "qualcuno" aveva fuso il motore facendola andare senz'acqua nel radiatore. RIP)
*** Sempre grazie alla memoria di mio fratello (ma perché non le scrive lui, 'ste cose?) ho ricordato che l'albero fu abbattuto perché dovettero rifare le fondamenta del marciapiede del giardino. E ricorda ancora lui (ed io a ruota) che in quelle aiuole crescevano, tra le altre, delle piante di peperoncino rosso piccante da paura!

19 commenti:

  1. Bel post, e bei ricordi. Anch'io ricordo tante cose dei nonni, spesso associate a quello che si mangiava insieme o a tanti dettagli che - nel mondo di oggi - si sono persi completamente.

    Buona mangiata di nespole allora!

    Simone

    RispondiElimina
    Risposte
    1. le nespole, devo dire, non erano male, ma non all'altezza di quelle. E non perché quelle erano ammantate ed esaltate dai ricordi, ma semplicemente perché quelle erano più dolci e succose. Ah, a proposito: quelle di stamattina le ho pagate a 6,90 al kg! 3 nespole 2,67!

      Elimina
  2. che bel post! e quel riccio al caffè sembra una meraviglia!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. il riccio di caffè era veramente una meraviglia! annotazione a margine: mia madre l'imparò da sua madre che, a sua volta, l'aveva imparato da una suora napoletana che era, tra l'altro, una ottima cuoca. Mia nonna infatti, sin da prima di sposarsi, andava ad aiutare presso un istituto che allora si chiamava OMNI (opera nazionale maternità ed infanzia, istituzione che esisteva già dagli anni 15-20 in altri stati europei e che il fascismo aveva statalizzato; potremmo compararlo ad un moderno asilo nido ma per famiglie in difficoltà -vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Opera_nazionale_maternit%C3%A0_e_infanzia). Faceva quello che oggi chiameremo volontariato coi bambini in fasce e piccolissimi. In cambio imparò dalle suore che lo reggevano a ricamare e a fare i dolci, visto che la sua direttrice-madre superiora (suor Anna Purificazione) era una provetta pasticcera.

      Elimina
    2. grazie per il "dietro le quinte" del riccio al caffè! :)
      ma si chiamava proprio anna purificazione??? o era un "nome d'arte"? :)

      Elimina
    3. beh, a quei tempi tutti i frati e le suore cambiavano il nome, come capita ancora oggi con i religiosi di clausura, quindi non so come si chiamasse.

      Elimina
  3. Per la fine del post: non "forse", ma... DEVI!

    "buonerrimo" ahahahaha mi ha fatto troppo ridere. Se era stupenderrimo da fuori, era meravigliosamente buonerrimo di sapore!

    Adoro i racconti delle vite di chi ha vissuto la semplicità. Davvero l' ho letto con attenzione,
    lo apprezzato molto.
    Con i particolari che ti fanno sentire parte di quel passato.

    Scusa se riinsisto, ma DEVI continuare a scrivere l' autobiografia.
    Chissà, forse come acccaduto con le nespole, quando ci sarà qualche altro elemento che ti rievocherà il passato.

    Un salutone a te Tim, buon fine settimana!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. buon fine settimana anche a te! mi sta venendo quasi la voglia di scrivere qualcosa di sistematico, ma devo avere il giusto stato d'animo e le giuste emozioni. È più facile che butti giù ricordi a spizzichi e a morsi come mi vengono. E poi magari le metterò insieme. Mah!

      Elimina
    2. Infatti i grandi scritto vengono bene quando provengono da pezzi
      di racconti sparsi e riuniti assieme.
      Guarda che non c'è bisogno del filo logico.
      Metti una trama base con te che stai facendo un viaggio in treno, ad esempio proprio
      verso un posto lontano dove vi è un qualcuno o qualche posto dove stai ritornando per qualche evento.
      Ad ogni particolare del viaggio sovviene un ricordo, e parte la narrazione del passato.
      Hai davvero modo di scrivere, senza pesare troppo nei particolari ma prendendo
      al punto giusto la descrizione.
      Per me, ci sta!

      Elimina
    3. È un'ottima idea! grazie!

      Elimina
  4. Me le ricordo le confezioni di biscotti da 5 kg. Qualche volta li ho comprati anche ora "per nostalgia", ma non hanno lo stesso sapore. Manca il retrogusto dell'infanzia...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. è vero. quella particolare qualità non la vendono col prodotto, ce la devi mettere tu.

      Elimina
  5. Ciao, non pensavo ai miei nonni da una vita! Ho pochissimi ricordi e tutti di quando ero piccola, uno che amo è legato alle vacanze estive in montagna e alla polenta fatta sul greto del fiume: ognuno aveva un compito, il mio era essere molesta, volevo dire squittire con i piedi nell' acqua gelida e farmi venire le labbra viola dal freddo.

    Adorerei avere una valigia piena di spaghi di ogni genere, ho già delle idee per impacchettare i prossimi regali...comunque anch' io conservo gelosamente degli oggetti che hanno un significato speciale.

    Veronica

    RispondiElimina
    Risposte
    1. io, purtroppo, causa i vari traslochi, ho dovuto liberarmi di tante di quelle cose! poi però penso che quando sarà il momento, che viene per tutti, di dover traslocare definitivamente, nella casa "definitiva" ci andrà solo la mia carcassa, e allora... (anche se io ho scelto di esser cremato, quindi non resterà nemmeno quella!)

      Elimina
  6. Che robe... occhio però alla nostalgia canaglia, eh? Quella è sempre in agguato! ^_^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. a volte quando la realtà presente comincia a farti storcere il naso, il passato sembra più... accogliente.

      Elimina
    2. Credo che il passato sia sempre più accogliente del presente e del futuro, perché quando lo si guarda si sa già cosa aspettarsi... e soprattutto perché il nostro cervello è fatto in modo da attenuare le brutte esperienze, fa parte dell'istinto di autoconservazione. Grazie a esso abbiamo sempre un rifugio in cui accucciarci!

      Elimina
    3. e meno male che abbiamo un posto dove andare quando fuori puove e fa temporale! della mia infanzia ho ricordi belli, ma più ch altro nostalgici, perché poi, a riguardarla oggi, non ha avuto quei caratteri di spensieratezza, giocosità e libertà che ci si dovrebbe/potrebbe aspettare.

      Elimina
    4. Mi rintrufolo.. gngngn.. si sta stretti.. ecco. Intrufolato!

      Infatti io dico sempre che il passato è bello, però alla fin fine sempre brutto.
      Se hai ricordi belli, ti danno gioia, ma poi inevitabilmente nostalgia. E sei un pò triste.
      Se hai ricordi brutti, hai tristezza.
      Come la rigiri, il passato ti colpisce sempre a fondo.

      Non parliamo poi del futuro..

      Ecco perché il Buddha invitava a guardare il presente.

      Elimina

fatti sentire

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...