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Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

venerdì 8 giugno 2012

Il boia e Due casi per Maffina

La terza versione
de L'isola dei morti 
di Arnold Bocklin
che compare ne
Il Boia
Ho da poco finito di leggere un paio di libri e volevo parlarvene.
Si tratta de Il boia di  Edoardo Montolli e di Due casi per Maffina di Annamaria Fassio.
Comincio col libro di Montolli, partendo naturalmente dalla trama:
È un’estate torrida quella che soffoca Milano. Nella sua tenuta all’interno del Parco delle Groane, il corpo di Monsignor Alceste Contini, illustre personalità ecclesiastica della cittadina di Rho, viene trovato massacrato e orrendamente sfigurato. Per risolvere il caso, la Questura affianca all’irascibile commissario De Nigris il dottor Lucio Settembrini, enigmatico criminologo esperto di serial killer. Ma quando il misterioso assassino scrive una lettera alla polizia, i sospetti convergono tutti su Manuel Montero, giornalista alcolizzato reso celebre da un trattato sulle perversioni sessuali cui la lettera allude. Certo che qualcuno voglia incastrarlo, Montero decide di far luce da solo sul delitto… (dalla scheda su Thrille Cafè).
Non conoscevo Edoardo Montolli, prima di ora, né come scrittore, né come giornalista, ma documentandomi per il post, ho visto che è l'autore di diverse importanti inchieste giornalistiche su fatti di cronaca di questi ultimi anni, tra cui la strage di Erba, il caso Genchi e il mondo delle perversioni sessuali, da cui ha tratto un reportage, Tribù di notte. Proprio da questo suo libro basato su fatti veri, parte la storia de Il boia, che è invece finzione letteraria: il personaggio Montero viene interpellato dalla polizia proprio perché autore di quel libro. Sì, perché leggendo questo volume si nota subito che Montolli (lo scrittore) conosce bene ciò di cui scrive e, forse anche per questo, la sua scrittura è essenziale; le scene di violenza (di tutti i generi) non hanno nulla dei grandi scrittori americani noir, ma in modo positivo, perché quelle dello scrittore-giornalista italiano sono scarne e non puntano a fare del buono un eroe ancora più grande e del cattivo la sua vittima predestinata. I buoni, qui, non sono proprio tutti buoni (ma non sono neanche l'eroe maledetto di tanti pseudo noir anche italiani) e nella loro vita il marcio è mescolato al buono in parti uguali; è vita vera, insomma.
Ogni tassello nel libro ha un suo perché, non c'è una storia più o meno inventata a cui l'autore ha appiccicato la forma del romanzo, ma -pur rimanendo nell'ambito della fantasia- la narrazione procede come un articolo di cronaca. Con ciò non voglio dire che i personaggi non siano ben fatti, a tutto tondo come dicono quelli bravi, è solo che sono personaggi veri pur senza che l'autore ci faccia sapere quanto portano di mutande.
A questo proposito il finale è illuminante: una scena di violenza che chiude quasi all'improvviso la storia, ma che non ti lascia in bocca l'amaro di un: troppo in fretta. Doveva essere scritta così, perché è così che succede nella realtà.
Insomma, sicuramente il libro placet ed è un buon viatico per leggere ancora di Edoardo Montolli.
Voto: 8,5.
Diverso il giudizio su Due casi per Maffina, di Annamaria Fassio che raccoglie in volume i suoi primi due lavori: TESI DI LAUREA, dove la studentessa Erica Franzoni riapre dopo trent'anni un caso apparentemente chiuso per una midiciale ricerca universitaria; e I DELITTI DELLA CASA ROSSA, dove Maffina fruga tra i segreti di una comunità al femminile, fondata da un'ambigua benefattrice (dalla IV di copertina).
In verità in un post di qualche giorno fa avevo detto che stavo leggendo un buon libro e che il libro in questione era proprio questo.
E il mio giudizio non era avventato, allora. Solo che ero alle prese con il primo dei due romanzi, quello col quale la Fassio ha addirittura vinto (e devo dire meritatamente) il Premio Tedeschi 1999 all'esordio. Infatti Tesi di laurea è veramente un buon libro, che dà un senso di freschezza nella lettura, coi suoi cambi di voce narrante (che non disturbano) i brani di registrazioni o di diario che intercalano la trama, la prosa scorrevole e senza intoppi descrittivi pesanti. La coppia composta da Erika Franzoni, studentessa alle prese con la tesi di laurea, appunto, e il commissario Maffina, funziona; i due personaggi camminano ognuno con le proprie gambe, per la propria strada, con la propria storia ma si incontrano bene e volentieri, arrivando a chiudere il cerchio della narrazione in modo perfetto.
Con I delitti della casa rossa, invece, le cose cambiano, e non solo perché Erika è ormai un poliziotto, ma perché il loro rapporto letterario non funziona più, a mio parere. La storia dei due procede troppo parallela, sembra non incontrarsi mai, pare che Franzoni e Maffina non siano più i protagonisti principali, ma solo due dei tanti. La traccia narrativa è troppo lenta, si arriva alla fine dopo una serie infinita di colpi di scena che di colpo di scena non hanno niente. Non ho letto nient'altro di Annamaria Fassio, perciò non posso dire se gli altri volumi della serie Franzoni-Maffina funziona come il libro d'esordio. I critici dicono che abbiamo una delle più abili scrittrici di gialli italiane (vedi link precedente) ed è addirittura la pupilla di Ed McBain. Ci credo sulla parola, ma il mio giudizio su questo volume resta. 
Quindi il libro placet juxta modum.
Voto: 6 (che viene da un 8 per la prima parte e 4 per la seconda).
Prima di chiudere, una piccola riflessione sui feedback suggeritami da questo ottimo post di Alex Girola. Dicevo nel commento a quel pezzo che ... senza feebak diventa dura andare avanti. Il dialogo è importantissimo, ma ci può essere solo se qualcuno l’inizia, anche con una critica negativa. Io cerco di essere sempre oggettivo nei miei commenti ai lavori altrui, quindi dico sempre quello che ho apprezzato e quello non mi è piaciuto, ma senza spirito di rivalsa o disprezzo (o peggio ancora di invidia!). La stroncatura ad ogni costo è solo segno di un’incapacità a rapportarsi e a saper entrare in quello che si è letto.
Ecco, quello che ormai sapete bene tutti voi che perdete tempo dietro alle mie elucubrazioni, è che io dico sempre quello che penso, magari in modo scherzoso, o soft/hard a secondo dell'umore del momento. Non è per essere arrogante o sprezzante o per mettermi sul piedistallo; se lo faccio è perché sono sincero e, soprattutto, non lo faccio con spirito di rivalsa, disprezzo o invidia. Quindi non vi lamentate e fora d'i ball!


TIM



2 commenti:

  1. E chi si lamenta, la sincerità è indispensabile.

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    Risposte
    1. grazie per il commento! ormai sei uno dei pochi rimasti a dare ossigeno a questo blog morente! novità! novità! c'è bisogno di qualche novità!

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