Per riflettere...

La cura di tutte le cure è quella di cambiare il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

lunedì 27 settembre 2010

Un contributo 'consolante'

Amo Theodore Sturgeon. Per diversi motivi. Anzitutto leggere un suo racconto significa restare agganciati dalla sua scrittura discorsiva: è come se lui fosse lì, davanti al caminetto, a raccontarti quello che ha visto di persona. Poi le storie che ti racconta, che sembrano fatti comuni, di ogni giorno, anche se cominciano con "Dovemmo seppellire il pilota e Mr. Petrilli e Stein, il ragazzo, e quando avemmo finito dovemmo seppellire Rodney. Era una faticaccia per un gruppo di ragazzi ..." (incipit di 'La cassa'). E i personaggi, che ti sembra di conoscere da prima che Theodore cominci a raccontare. Così quando sabato scorso su una bancarella a Torino ho trovato Lo scrigno delle quindici perle, nella Collana Cosmo della Edizione Nord, e per di più a soli 3 euro, non ci ho pensato due volte e l'ho messo in borsa (tranquilli, l'ho prima pagato!).
Del buon Theodore forse qualcuno di voi conosce anche la legge che porta il suo nome: "Il novanta per cento della fantascienza è spazzatura, ma in effetti il novanta per cento di tutto è spazzatura", conosciuta anche come "Niente è sempre assolutamente così".
Cosa ha scritto Eddy-Theo (il suo nome alla nascita era Edward Hamilton Waldo, cambiato in T.S. dal cognome del patrigno)? Dopo essere nato nel 1918 nella Grande Mela e aver fatto una miriade di mestieri, all'età di 21 anni si dedicò alla scrittura e un suo racconto, Ether Breather, fu pubblicato nella rivista Astounding. Dalla sua penna abbiamo solo 2 romanzi "Cristalli sognanti" (che mette in discussione il concetto stesso di ruolo e identità, stravolgendo le canoniche percezioni della realtà, quasi un Philip Dick ante litteram insomma) del 1950, e "Nascita del superuomo" del 1953 (ritenuto il suo capolavoro e vincitore di un International Fantasy Award). Theodore però è famoso soprattutto per la miriade di racconti con cui ha deliziato le mie, e spero anche vostre, letture. Nel 1971 con "Scrittura lenta" si meritò anche un Premio Hugo.
Qualche filografaro saprà anche che sono sue alcune sceneggiature di episodi di serie celebri:  "The Betrayed" da The Invaders; "Licenza di sbarco" e "Il duello" da Star Trek; "A Saucer of Loneliness" e "Matter of Minutes" da Ai confini della realtà, solo per fare qualche nome.
Questa raccolta che ho con gioia davanti agli occhi contiene veramente 15 perle del nostro, racconti che non sono solo sf pura e semplice, ma raccontano il mondo di Sturgeon.
E dalla sua prefazione al libro voglio proporvi un contributo alla discussione che spesso sui blog si fa circa lo scrivere, l'ispirazione, ecc..
"Una volta mi lagnavo, con un amico comprensivo, del fatto che esiste un vuoto nella mia bibliografia dal 1940 al 1946. Quali meraviglie avrei potuto produrre se non mi fossi bloccato, gemevo io. E lui diceva no, diceva che non dovevo disperarmi. Poi, puntò sull'intero corpus delle mie opere un tipo di riflettore che io non avevo saputo usare, e mi fece notare che la mia prima produzione andava benissimo, ma che i racconti erano essenzialmente d'evasione; escluse poche eccezioni, mancava quel "Qualcosa da Dire" che caratterizzava la produzione successiva. In altre parole la pausa, il periodo di silenzio, non era affatto un arresto, una cessazione. Era un'elaborazione profonda delle idee, delle convinzioni, una selezione. Il fatto che tale processo si svolgesse a mia insaputa e al di fuori del mio controllo non c'entrava affatto. Il lavoro non si era mai arrestato. In questi anni mi sono tenuto saldamente aggrappato a questa rivelazione, e non mi lascio prendere più da crisi di angoscia quando la macchina da scrivere si ferma. Faccio invece altre cose con l'assoluta certezza  che, quando il lavoro silenzioso, sotterraneo sarà compiuto, affiorerà alla superficie. E quando questo accade, accade con una velocità accecante ... qualche volta un racconto in due ore. Ma dire che l'ho scritto in due ore significa trascurare quella complessa, costante, silenziosa elaborazione e rielaborazione che è durata mesi, spesso anni. Diciamo, allora, che l'ho battuto a macchina in due ore. Non so quanto tempo ho impiegato a scriverlo. Ho potuto batterlo a macchina soltanto quando è finito."
Consolante affermazione, specie se viene da uno come lui. Ripaga di tante pagine bianche che non si vogliono riempire anche se la storia ce l'abbiamo 'tutta qui, in testa', e non vuole uscire.
Che musica potrebbe andare per uno come lui? Forse questa? (ehi, c'è Paul Desmond al piano!)
TIM

3 commenti:

  1. Giusta la considerazione dello scrittore. Per scrivere a volte è necessario qualcosa che ti nasce dentro, che ti brucia come una fiamma e alla fine ti costringe a prendere la penna e raccontarlo.
    Ovviamente può capitare anche il periodo in cui non scrivi e non "elabori" nulla, ma in genere è un bene: sono i periodi davvero felici, quelli in cui non hai alcun pensiero per la testa perchè ti senti sereno e privo di tensioni (almeno a me succede così).

    RispondiElimina
  2. E' vero: quando non hai nessuna storia o nessun personaggio nella testa che vuole uscire vivi tranquillo e riesci ad assaporare appieno tutto il resto. A volte pensiamo 'che sarà stato mai' quando leggiamo di scrittori (quelli veri) che erano tormentati dalla tarlo scrittura o ne vediamo la vita trasposta in tv; eppure le parole, per esempio, di Pavese nel suo diario suonano vere e vive se vediamo le cose da questo punto di vista.
    Temistocle

    RispondiElimina
  3. Sì sono d'accordo. Hai parlato di uno scrittore fenomanale. "La cosa" è uno dei più grandi racconto dell'orrore che abbia mai letto:-)

    RispondiElimina

fatti sentire

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...