Per riflettere...

La cura di tutte le cure è quella di cambiare il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

giovedì 8 dicembre 2011

Racconto a puntate: II°

Istruzioni per lui:
* se vi è garbata la prima parte del mio racconto, potete proseguire (a vostro rischio e pericolo) e leggere questa seconda puntata. Tenete conto che saranno in tutto circa 8mila parole, 6-7 capitoletti, quindi dosate la vostra razione di pazienza.
* se lo scorso post vi ha scosso la nervatura, chiudete subito per non rovinarvi la giornata.
* se la lettura del primo capitolo vi ha proprio disgustato, cancellate questo sito dal vostro blogroll (se vi è inserito) e/o avvisate il vostro PC che Il Garage di Demetrio da oggi in poi è da considerare spam.
Nel caso in cui avete voluto rischiare, eccovi la seconda puntata di

Capitan Alex e i giochetti di Remigio
C’è chi dice che in quei momenti ti passa davanti tutta la vita e hai solo il tempo di farne un bilancio e chiedere scusa al Padreterno (se ci credi) o mangiarti il fegato per le occasioni perse (se hai qualche dubbio sull’aldilà).
Il mio unico dubbio invece era quello a proposito dei panini, e l’unica immagine che mi era passata davanti agli occhi era stata quella della porta automatica.
In quell’istante però, mentre i chicchi sfondavano il vetro, non sentì niente, né suoni, né dolori particolari; semplicemente vidi me stesso, come dal di fuori del corpo, mentre venivo centrato.
E già, era come se io mi guardassi dall’alto e mi vedessi mentre accadeva tutto questo. Capivo di essere spacciato, sentivo di essere morto, ma nello stesso tempo ero vivo e mi stavo guardando.
Ora non c’è bisogno di chiamare Rosemary Althea per farsi spiegare quello che stava succedendo, anche perché sicuramente avrebbe anzitutto predetto che il mio cane avrebbe avuto una gastroenterite e mia zia di secondo grado sarebbe morta a 105 anni. (Inutile dire che non ho cani e neanche zie di secondo grado in vita, che io sappia).
Stavo vivendo già in un’altra vita. Il tempo si era semplicemente sfalsato di qualche secondo e io ero uscita dal corpo, il tempo necessario per farmi vedere ciò che stava accadendo.
Ma non può essere vero! continuavo a ripetermi in quegli istanti.
Non mi riferisco al fatto di essere morto, quello era un puro e semplice dato di fatto. Solo che non poteva essere vero che a 42 anni avessi già dovuto dire addio a Francesco Guccini, Woody Allen e Stephen King *
In genere sui manifesti a lutto c’è scritto sempre “Nel fiore degli anni ha reso l’anima a …”, e ti dispiace mentre lo leggi, pensi sempre alla moglie affranta, i figli lasciati in tenera età, ecc.. Ma il fatto di non avere né moglie né figli che piangeranno la mia dipartita non rende meno angosciante il sapere che, per quella volta, il manifesto porterà al centro in bella evidenza il mio nome.
Ad ogni modo quello che doveva accadere era accaduto (quando tocca a te, tocca a te) ed io continuavo a godermi la scena dall’alto. Non passava nessuno a quell’ora della notte per cui rimasi per un buon quarto d’ora da solo nella, e contemporaneamente fuori da ciò che restava della, mia macchina.
E qui accadde un’altra cosa che a voi sembrerà molto ma molto strana;  a questo punto della faccenda, invece, c’era poco che poteva stupire me.
Sentii chiaramente una voce che mi parlava, anche se non c’era nessuno a portata di vista.
“Che ne diresti di ritornare là dentro?” Era una voce gioviale, gradevole, da persona d’età matura.  
Risposi senza farmi domande, perché ormai vivevo come in un’altra dimensione.
“Non sarebbe un’idea malvagia. Il problema è come fare a riprendermi la pelle, visto che ce n’è rimasta poca in quella carcassa di macchina”.
“Questo non è un problema tuo. Accetti?”
“Certo che accetto!”
Sì, certo che volevo tornare in quella vita da schifo, e continuare a lavorare per 12 ore al giorno con tutte le mie belle scatole e relative bolle ed etichette della malora e tutto il resto di cui sopra!
Certo che volevo tornare! Per quanto schifosa fosse, era pur sempre una vita, e poi, soprattutto, era la mia! Era camminare per un viale sotto il sole di marzo, con gli alberi che ricominciavano a mettere le foglie; era farsi bagnare il viso dalla neve sottile di gennaio, quella che si scioglie appena arriva a terra; era ascoltare la Toccata e fuga BWV 565 di Bach e Quando di Pino Daniele. Vabbe’, erano anche le zanzare d’estate e qualche altro centinaio di controindicazioni, ma era pur sempre vivere.
“Bene, tra qualche istante ritornerai nel tuo corpo e tutto continuerà come se niente sia stato” stava dicendo la voce da qualche parte dell’universo e nella mia testa. “Però in cambio di questo bel regalino dovrai pagare un piccolo pedaggio”.
Quest’ultima parte del discorsetto mi lasciò un po’ perplesso.
“Che c’è? Ti vedo titubante” continuava la voce con la singolarità di chi sa già tutto e qualcosa in più.
“Ma no. E’ solo che… cos’è questo pedaggio?” chiesi,
“Niente, un piccolo dono che ti faccio per farti… diciamo vivere più consapevolmente” incalzò.
“Ma di che si tratta?” e la mia non era solo curiosità ma anche una sensazione che dal timore stava virando verso la paura.
“A suo tempo lo saprai” pausa. “Allora? Ripensamenti?”
Presi coraggio:
“No, no. E’ tutto OK; procediamo pure”.
Fine della conversazione
E inizio di un nuovo periodo della mia vita.
All’istante mi ritrovai nuovamente nella macchina, mentre stavo riattraversando la rotonda dominata dall’ammasso di ruggine ‘risaiolo’. Sentii per un attimo l’auto sbandare lievemente, ma riuscii a controllarla bene e imboccai finalmente la strada di casa. Capivo e ricordavo perfettamente quello che era successo prima (ma prima quando? e dove?) e mi sentii contento di questa nuova situazione. Mi dispiaceva solo per l’osceno monumento al riso che era ancora, stucchevolmente, al suo posto. ** 
C’era solo un piccolo puntino che faceva ombra nella radiosa nuova giornata che era cominciata nella mia vita: il fatto del pedaggio mi preoccupava un pochino. Non riuscivo neanche lontanamente ad immaginare cosa potesse essere.
Comunque, pensai alla fine mentre vedevo i mattoni rossi della facciata di casa mia, sarà sempre meglio di 2 metri e mezzo quadrati di terra in un campo santo, sormontati da un pezzo di marmo corredato di fotografia e date di nascita e di morte.
Trascorsero i giorni e sembrava che la mia vita fosse tornata al tranquillo grigiore di prima.
Qualche tempo dopo, tuttavia, cominciai ad intravedere quello che poteva essere l’oggetto delle promesse di… di chi? Boh!
Stazione di Torino, sul treno in partenza per Vercelli.
“Ma questo treno va a Milano?” stava chiedendo la ragazza, a nessuno in particolare, dopo essere comparsa da dietro il sedile davanti al mio, voltandosi. Aveva uno strano cappellino anni cinquanta e un libro di Carlo Cassola nella mano destra col dito indice a fare da segnapagina.
“Si, certamente” rispose qualcuno alle mie spalle, “parte fra qualche minuto, alle 16.50”.
“Cacchio, ma io pensavo alle 17.50!” disse la ragazza girandosi un po’ verso di me e mettendo in mostra un paio di occhialini tondi senza montatura che le stonavano sul viso ovale.
“No, questo è delle 16.50. Ce n’è anche uno alle 17.50. Ogni ora a meno dieci parte un treno per Milano, signorina”. Era sempre la voce sconosciuta a parlare.
In quell’istante il treno si mosse, facendo ricadere la ragazza sul sedile.
“Guardi che se lo chiama in ufficio è ancora lì, e riesce ad avvisarlo dell’anticipo del suo arrivo” stavo dicendo io, senza saper perché e percome.
La ragazza si voltò verso di me con aria stupita, quasi quanto la mia.
“Cosa, scusi?”
Le ripetei il concetto.
“Ah, grazie.”
Poi si rese conto che la mia affermazione non poggiava su alcun elemento che io potessi conoscere e chiese:
“E come fa a sapere che qualcuno mi aspetta alle sette mentre io arriverò alle sei?”
Non bluffai, non ne ero stato mai capace.
“Non lo so, mi scusi se mi interesso dei fatti suoi, mi è soltanto uscito spontaneo dalla bocca.”
Ci guardammo per un attimo, e sicuramente anche il signore dietro di noi si era alzato per osservare la scena. Poi mi ritrovai a parlare ancora:
“Comunque si sbrighi a chiamare, perché sta uscendo e rischia di non trovare più nessuno.”
Mi sarei chiuso nella ritirata per tutto il viaggio per la vergogna, ma non riuscivo proprio a trattenermi.
“Sì, certo, ha ragione.”
Sedette al suo posto e sentii il bip dei tasti premuti sul telefonino.
Adesso che ero da solo col mio cervello, dovevo farci i conti ed esigevo da lui una spiegazione, ed anche plausibile. Ma che spiegazione poteva esserci?

* (nda: ai tempi in cui scrissi il racconto, 10 anni fa, per me era ancora il Re).
** (nda: il monumento esiste veramente nella mia città. Dopo qualche mese di permanenza in quel sito centrale, è stato opportunamente spostato in un altro posto dove si passa esclusivamente per andare verso i Vigili del Fuoco o una casa di cura).
( ... continua ... )

TIM

4 commenti:

  1. Mi aspettavo ttu'altra direzione come sviluppo narrativo, invece hai scelto una strada più originale. Mò vediamo, eh?

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  2. Wow, e chi se la sarebbe aspettata una seconda parte così! :) Bella la deriva con elemento fantastico, e questo "pedaggio" sembra molto interessante. Offre bei spunti da poter gestire/approfondire. :)

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  3. Ho pagato anch'io il pedaggio, infatti riesco a prevedere il seguito... ;-P

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  4. @ Angelo e Gianluca: eh, una volta sì che avevo belle idee (anche se ancora non conoscete lo sviluppo)! In fondo non si tratta di niente di straordinario, però...
    @ Ariano: ricordati che per contratto non puoi rivelare niente, pena... beh, poi vediamo!

    RispondiElimina

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