Per riflettere...

La cura di tutte le cure è quella di cambiare il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

martedì 6 dicembre 2011

Racconto a puntate

qui

E va bene, facciamo anche questa.
Ho sempre detto di non gradire molto i racconti a puntate. Non per il contenuto in sé naturalmente (di molte sto facendo il copiaincolla su foglio word per ogni puntata), ma perché preferisco leggere sempre tutta la storia in un botto. E poi perché, sinceramente, sto' gradualmente perdendo la memoria e da una settimana per l'altra dimentico quello che ho letto; perciò dovrei sempre andare a fare il riassunto delle puntate precedenti.
Ma ora, sfidando le mie convinzioni (com'è volubile la natura umana!), ho deciso di fare il passo anch'io.
In verità quella che leggerete da oggi in avanti è una storia scritta un po' di tempo fa' (ve ne accorgerete forse da alcuni riferimenti), che mi sembra carina e che quindi voglio condividere con voi. Naturalmente c'è lo zampino del mio editor di fiducia, a cui prima o poi dovrò cominciare a saldare il conto.
E poi c'è un altro motivo, molto meno simpatico e filantropico, che è questo: i feedback alle cose che ho messo in libera lettura sono pari a 0, qualcosa, e non so' neanche quanti abbiamo veramente scaricato i vari PDF. Allora ho pensato che, forse, mettendo un episodio a settimana, qualche lettore, anche per sbaglio, di passaggio, ci potrebbe essere. E poi qualcuno potrebbe anche commentare i singoli post, e insomma avrei raggiunto l'attenzione che uno scribacchino vorrebbe.
Non aspettatevi una storia alla Alessandro Forlani o alla Alex Girola, gente che scrive seriamente. La mia scrittura sa' di poco, è per bocche buone. Chi mi conosce può trovare le mie cose in una cantina insomma, non in un'enoteca. Ma tant'è, se volete seguirmi in quest'avventura non avete da far altro che andare avanti e non chiudere la pagina.
La cadenza dovrebbe essere settimanale. Dico dovrebbe perché se ci sarà corrispondenza nei commenti e mi renderò conto che la cosa piace, potrei arrivare anche a due post alla settimana, così anche da non dovermi scervellarmi per come riempire le pagine di questo blog (detto molto spudoratamente!). Altrimenti resterà la cadenza settimanale. In caso di fiasco totale dopo le prime puntate, manderò tutto a ramengo, che non so dove si trova ma so che è un posto molto frequentato.
Tra le altre cose che forse volete chiedermi: perché non chiami questa cosa blog novel, come ogni blogger scribacchino che si rispetti? Ma perché c'è un bel racconto a puntate in italiano che fa la sua porca figura, in un blog italiano! Polemico? Fate un po' voi...
Una piccola novità, comunque, volevo inserirla. Cercherò di concludere ogni episodietto (che avrà lunghezza variabile) in modo tale che io vi possa chiedere: secondo voi, ora cosa potrebbe succedere? e, addirittura, se la vostra proposta sarà meglio di quella che avevo immaginato, modificherò la mia storia, lasciando comunque l'impostazione originale. E ora:
buona lettura.
Ah, il titolo
Capitan Alex e i giochetti di Remigio
Come dice il poeta: quando tocca a te, tocca a te, e ti devi anche muovere. E’ vero che non tutte le esistenze sono le stesse e che ogni persona è una vita a se. D’altra parte non avrei nessuna voglia di essere nei panni dei nostri ministri che quando escono per strada si portano addosso gli sguardi di tutti quelli che incontrano i quali pensano, tutti, invariabilmente: chissà quanto acchiappa quello di stipendio pensione e TFR!. E’ anche vero che a loro non gliene freganiente, infatti i soldi se li beccano lo stesso e continuano ad andare in giro impunemente, a passare davanti ai poveri diavoli che d’estate cercano di prendere un posto in aereo e non sanno che comunque ci sono quelli riservati a onorevoli e senatori che non si possono toccare, ecc. ecc.. E sull’ecc. ecc. glissiamo, lasciamo cadere la cosa.
Insomma la loro vita, sinceramente, non la vorrei fare, almeno finché mi rimane un briciolo di pudore o almeno fino al giorno in cui vorrò ancora salvare la faccia. Certo loro non sono gli unici di cui non vorrei vestire i panni, ma poiché l’elenco sarebbe lunghissimo, e penso che voi abbiate già capito come la penso in proposito, passo oltre.
Ogni vita, dicevo all’inizio, è diversa da un’altra e quello che capita ad ognuno è suo, personale.
Però penso che a tutto ci sia un limite e non so se quello che è capitato a me sia normale o meno. Io provo a raccontarvelo e voi cercate di captarlo. So' di non essere uno scrittore, ma visto che Emilio Fede, Bruno Vespa, Barbara D'Urso sfornano libri senza avere niente da dire e senza saperlo neanche dire, penso di riuscire anch’io a mettere insieme due parole in italiano.
Dunque.
Anche quella volta avevo finito di lavorare all’una passata, l’una di notte intendo. Avevo dovuto fare il mio bel chilometrino a piedi dal magazzino fino alla portineria a due gradi sotto zero, visto che i meteorologi avevano dimenticato di avvisare il Padreterno che per quel giorno prevedevano solo un po’ d’acqua ma niente freddo polare; avevo raggiunto la mia Punto amaranto nichelizzata e scoperto che il vetro era coperto di ghiaccio. Non avendo trovato il raschietto di plastica adatto all’uso, mi ero dovuto arrangiare con il contenitore di una musicassetta e alla fine il lavoro era quasi perfetto. L’unica nota positiva di quella notte veniva dal fatto che il passaggio a livello confinante coi capannoni, unica via di collegamento col mondo, era aperto e questo voleva dire risparmiare l’attesa, che lì poteva essere anche di dieci minuti. E a proposito di note e di musicassette, una volta salito in auto, avevo acceso lo stereo e stavo ascoltando proprio lui, il poeta: “Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi. Quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere mai.” Forse ha ragione lui: questo lavoro fa schifo, solo fatica e sudore e fegato a pezzi per le incazzature continue; però a restare da soli fino all’una di notte, tu e tutte quelle scatole e quelle etichette e buste e bolle che sono lì, che ti guardano quasi con amore e aspettano di essere sistemate al punto giusto, alla fine ci provi anche gusto, ti senti quasi un eroe, messo lì a salvare non proprio il mondo, ma almeno il buon nome della ditta, il cui titolare, a quell’ora, è sicuramente in qualche night, dietro un separé, con la segretaria. E così ti fa’ anche piacere essere quello che davvero sei: un coglione, da solo col suo vizio.
Non ricordo di aver letto pensieri del genere nel testo per l’esame di filosofia teoretica, ma ero quasi compiaciuto delle mie riflessione e meditavo di scriverci su qualcosa, che so' un trattatelo o un racconto. Che è quello che sto facendo. Voi mi chiederete, una volta arrivati al termine della storia (se riuscirò io a scriverla e voi a leggerla): ma ti sei inventato tutte queste cose solo per parlare del tuo schifoso lavoro e di come ne sei quasi orgoglioso? Non lo so, può darsi.
Ora però torniamo a quella notte.
Supero il passaggio a livello procedendo lentamente, per evitare di slittare sul ghiaccio che sicuramente si era formato. Al semaforo, naturalmente lampeggiante a quell’ora, svolto a sinistra, stando attento a che non arrivi qualche criminale a tutta velocità dalla strada principale. Chissà perché c’è gente che pensa di essere l’unico sovrano della strada dopo una certa ora. Forse una strada deserta, illuminata da quelle banali luci giallognole, da’ la stessa sensazione che provi quando metti un disco (attenzione, non un cd, ma un vero e proprio vinile 33 giri e 1/3) degli anni settanta – ottanta, il cui fruscio prima che scoppi la musica ti fa sentire il padrone del tempo, capace in quel momento di riportarti in quella stanza con la tua prima fidanzatina o la prima sigaretta (con conati di vomito al seguito) solo perché Roger Waters e compagnia stanno per attaccare Shine on you, crazy diamond.
Non veniva nessuno e svoltai. Continuai lentamente, anche perché il vetro aveva preso ad appannarsi e il sistema di ventilazione non ne voleva sapere di fare il suo dovere.
Prima di girare verso casa dovevo passare dalla piazza dove qualcuno di scarsa sensibilità artistica (se mi passate un eufemismo) aveva installato un pezzo di ferro alto una decina di metri, sin dall’inizio arrugginito, da cui pendono strani dischi ovoidali a punta, di colore leggermente più chiaro, o meno arrugginito fate voi. Il tutto dovrebbe essere un inno alla pianta del riso con i suoi chicchi. E prendiamola pure per buona, visto che il riso da’ da mangiare, in senso economico oltre che gastronomico, alla popolazione di questa città. Ebbene, giunto alla rotonda su cui domina come un dinosauro in un museo della preistoria quest’opera ferrea, sarà stato il ghiaccio, sarà stato il sonno, sarà stato un insolito senso inconscio di vendetta a favore dell’arte, mi sono ritrovato a puntare decisamente con l’auto verso l'installazione. Ricordo perfettamente di aver abbattuto (yahoo!) il monumento e di aver visto in un attimo gli improbabili chicchi cadermi addosso attraverso il lunotto anteriore.
Voi mi chiederete: e con tutto questo popò di incidente non sei morto?
Chiedetemelo.
Folla di lettori: “E con tutto questo popò di incidente non sei morto?”
Sì, vi rispondo io.
E voi mi chiederete ancora: e se sei morto, come fai a raccontarci queste cose?
Chiedetemelo.
Folla di lettori: “E se sei morto, come fai a raccontarci queste cose?”
E’ qui che viene il bello! Perché io sono sicuro di essere morto: potete ben immaginare la scena di questi enormi chicchi di riso che sfondano il vetro e mi colpiscono in pieno. Ma proprio in quell’istante successe una cosa molto strana.
Mi sentivo come … sì, ecco, proprio come si dovrebbe sentire una porta automatica che si apre e si chiude senza che nessuno la oltrepassi, solo perché c'è un tizio che continua a andare avanti e indietro per gioco nel raggio della sua fotocellula.
Proprio così, mi sentivo stupido e incapace di evitare quello che stava accadendo. I chicchi si stavano abbattendo sul vetro ed io ero lì, con la mia bella cintura allacciata, l’air bag che non si era aperto nonostante l’urto tremendo e il dubbio se, prima di uscire di casa quel mezzogiorno, avessi scongelato qualche panino per una rapida cena notturna.

( ...continua... )
E ora, cosa potrebbe accadere?

TIM

14 commenti:

  1. E anche tu ti lanci in questo mondo dei racconti a puntate. :) Questo primo pezzo mi sembra interessante, soprattutto il dialogo diretto coi lettori e la rivelazione nuda e cruda del narratore morto. Non saprei come può continuare, per ora mi sa che è ancora presto per far congetture. ^^

    Ciao,
    Gianluca

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  2. @ Gianluca: infatti il bello (o il brutto, a seconda dei punti di vista) deve ancora venire. Sarà una storia surreale, ma non dirlo in giro, che poi mi copiano, 'st'invidiosi!

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  3. @ Gianluca: allora penso che non ti dispiacerà. E' anche umoristico il giusto (e basta co' 'ste tragedie ad ogni costo! facciamoci una sana risata!)

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  4. E facciamocela sta risata.
    A parte gli scherzi, stai crescendo come autore, vecchio mi.

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  5. @ Nick: è un racconto di 10 anni fa, per cui a rigor di logica si potrebbe dire che allora scrivevo meglio di oggi. La risata spero ci sarà.
    @ Ariano: sembra anche a me!

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  6. Ecco... mi tocca copiare e incollare... in questo periodo non ho tempo di leggere post troppo lunghi :(

    Spero di riuscire a darti un feedback, tra un accordo e l'altro, leggo ancora! ^^

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  7. @ Glauco: suona, suona pure tranquillo! Non voglio mancati geni della chitarra sulla coscienza!

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  8. Ora faccio il colto: ha momenti metanarrativi, alla Calvino della "Notte d'inverno"; il brusco passaggio dall'intro del post al racconto vero e proprio amplifica l'effetto, che non è per nulla per nulla per nulla male.

    P.s. Ehi, chi è quell'Alessandro Forlani che scrive seriamente?! :-D

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  9. @ Alessandro: spero che anche il resto sia all'altezza. Visto che un minimo di interesse è stato sollevato, penso che per venerdì mattina vedrete il 2. capitolo, dove si entra più nel dettaglio. E' una minaccia!
    Alessandro Forlani... Alessandro Forlani... non conosco.

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  10. Tu mettiti in gioco e divertiti, tutto serve a fare esperienza e a darsi da fare. Certo che però potresti mettere in linea un pomposo piano dell'opera, promettere gadget luccicanti e un abbonamento a una rivista in figiano antico.

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  11. # Angelo: in effetti era una sorpresa, ma per chi riuscirà ad arrivare sino alla fine riceverà un grosso premio! Rispondendo a 10 domande sul racconto, si vincerà una notte con una nota olgettina!

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