Per riflettere...

La cura di tutte le cure è quella di cambiare il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Guardiamo il mondo in un altro modo. (T. Terzani)

mercoledì 19 gennaio 2011

Cronache da un altro mondo 11

Vi trasmetto la pagina ricevuta qualche minuto fa.


19 gennaio 2016



Se non ci fosse stato Carlo, oggi non avrei potuto scrivere queste pagine.
Il computer che abbiamo trovato in questa casa aveva sempre funzionato fino a due giorni fa. Poi d’un tratto il buio: nessun collegamento, niente rete.
Cado nel panico perché io non ho la minima competenza in queste cose, non saprei proprio da che parte cominciare.
“Maledizione” mi sfugge ad alta voce, accompagnato dallo struscio fragoroso della sedia che tiro via di malagrazia.
Resto ancora fermo a guardare quella carcassa ormai inutilizzabile e impreco nuovamente.
Mi giro per uscire e scopro i capelli mossi di Carlo che spuntano dalla porta.
E la prima volta che mi vede arrabbiato, forse per questo non ha il coraggio di entrare.
Sento il suo disagio e mi calmo. Quegli occhi spaventati mi fanno rendere conto all’improvviso che si tratta di una cosa secondaria; è solo un computer, in fondo fino a cinquant’anni fa il mondo viveva senza e si stava bene lo stesso.
“Non è niente” lo rassicuro “è solo il computer che non va più e non ci so mettere mano.”
“Ci posso provare io?”
“Sai come si fa?” mi stupisco.
“Beh, ci provo. Sai, a scuola studiamo sui computer. E poi il mio papà di lavoro li aggiusta e a me piace guardare come fa. Poi lui mi ha insegnato tante cose mentre lavora e io ho imparato. Forse riesco a fare qualcosa anche adesso..”
“Penso si sia disconnesso, perché non riesco a entrare in internet.”
Carlo si avvicina alla macchina e cerca qualcosa. Trova un filo e lo segue a ritroso fino ad uno spinotto. Lo scollega, lo guarda e lo ricollega.
“Prova” mi dice.
Niente.
“Allora dobbiamo guardare dentro. Altrimenti vuol dire che …”
Rumore di spari e qualche urlo. Corriamo alla finestra e ci mettiamo a guardare dietro le persiane. I due lati della strada sono liberi, forse c’è qualcuno nelle traverse. Aspettiamo un paio di minuti e c’è silenzio; torniamo al computer.
Carlo spegne e riaccende e comincia ad aprire e chiudere finestre, file e altre cose che non so cosa siano, nonostante lui mi spieghi tutto quello che sta facendo passo passo. Annuisco solo per farlo sentire bravo (e lo è, per la miseria!). Mi spiega qualcosa che comunque non capisco e alla fine sembra ottimista.
“Ora proviamo. Se non si collega adesso, vuol dire che proprio non c’è rete.”
“E che vuol dire?” provo a chiedere, ma ho paura di sapere la risposta.
Carlo mi risponde col suo solito gesto, quello che fa con tutte e due le mani: una croce, significa che è finita.
Punta il mouse sull’icona di internet e si sente il clic e come per incanto compare la facciata di Google.
“Ecco, ce l’abbiamo fatta” dice in tono solenne, ma si vede che vorrebbe esultare saltando per tutta la stanza.
“Bravissimo!” gli dico entusiasta. “Sei un mago!”
“Beh, veramente ci ho messo un po’ a capire che …”
Ancora spari e urla, ma questa volta vengono da sotto, da dentro il nostro giardino.
Carlo sta per andare alla finestra, ma lo fermo, è troppo pericoloso. E’ vero che abbiamo inchiodato tutte le porte e le finestre del pianterreno (noi usciamo da una finestrella che sbuca dalla cantina) e che quelle del primo piano sono chiuse, ma non si sa mai che qualche colpo possa arrivare accidentalmente fin lassù.
Non riesco a capire cosa sta succedendo. Sicuramente c’è qualcuno che sta sparando a qualcun altro, ma non ho chiaro chi insegue chi, chi è l’eventuale infetto e chi il sano.
Carlo ha paura e si vede. Lo prendo per le spalle e lui viene a rifugiarsi contro di me. E’ la prima volta che fa un gesto così vicino all’intimità da quando stiamo insieme. Lo sento tremare, ma non apre bocca, non so se per paura o per vergogna.
Soprattutto non piange, non l’ho mai sentito piangere finora.
Gli accarezzo i capelli e lo stringo a me.
Giù si sentono ancora rumori, qualche urlo, ma niente più spari.
“Aspetta qui, vicino la porta” gli dico.
Mi avvicino lateralmente alla finestra e cerco di sbirciare tra le liste della persiana chiusa.
Non ho una visuale completa, ma vedo qualcuno correre, fermarsi all’improvviso e girarsi. E’ un uomo di una trentina d’anni e dall’abbigliamento pulito mi sembra un sano; riesco a scorgere anche la mano che impugna una pistola. L’arma deve essere scarica o inceppata, perché non la punta da nessuna parte. Per quel poco del suo volto che riesco a vedere sembra terrorizzato e continua a girarsi di scatto, come se si aspettasse di essere aggredito da un momento all’altro.
Ed è un attimo e tre uomini lo circondano, non ho visti usciti da dove. L’uomo urla.
Mi volto verso Carlo che ha la faccia verso il muro e sta mettendosi le mani sulle orecchie.
“Non ti preoccupare” gli dico “non sanno che siamo qui” o almeno spero, aggiungo dentro di me.
Torno a guardare giù e ora vedo solo le gambe dell’uomo e un pezzo di tronco fino alla vita; ma dai sussulti del suo corpo e dai movimenti degli altri tre, capisco che per lui non c’è più niente da fare.
Mi giro verso il centro della stanza e aspetto che Carlo si volti a guardarmi.
"Hanno finito?” mi chiede.
Dalla domanda capisco che ha intuito quello che è successo e, soprattutto, che ha assistito ad altre scene come questa.
“E’ tutto a posto. Però è meglio che per un po’ non facciamo rumore e stiamo lontano dalle finestre.
“E l’uscita dalla cantina?”
Ha ragione. Potrebbero fare il giro della casa e trovare la finestrella non protetta sul retro.
Ma forse, penso, quando si saranno saziati dello sfortunato pistolero se ne andranno senza cercare altro.
Per questa volta ho avuto ragione e siamo ancora qui.


T.

4 commenti:

  1. (personaggio off) mio zio ha vissuto la seconda guerra mondiale da bambino, e ogni tanto mi racconta della vita che scorreva quasi normale (eccetto ovviamente il cibo razionato e le notizie dal fronte) fino al momento in cui suonava l'allarme e bisognava correre nei rifugi. A volte non si faceva in tempo, e allora bisognava solo sperare che i bombardieri inglesi e americani non sganciassero le loro bombe casuali proprio sulla tua abitazione...
    Direi che la tua narrazione mi ha ricordato questa atmosfera, che comunque conosco (fortunatamente) solo tramite la memoria di mio zio.

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  2. Sono contento che ti sia piaciuta. Se ti ha smosso dei ricordi vuol dire che il racconto è abbastanza vivido e coinvolgente. E' quello che volevo.
    Grazie.
    Temistocle

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  3. (fuori personaggio): sì anche a me è piaciuto particolarmente. Bravo!

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  4. @ Gianluca: grazie anche a te. Ormai sono alla fine, spero oggi di postare un nuovo capitolo e poi probabilemnte ci siamo.
    Temistocle

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